Massimo Del Papa

Qual è la situazione dei terremotati delle Marche

Qual è la situazione dei terremotati delle Marche

25 Dicembre 2018 09.00
Like me!

A Sanremo giovani, un varietà di aspiranti cantanti, si sono ricordati di Genova, i figli prediletti Luca e Paolo hanno versato le loro lacrime e tutti insieme la grande commozione per il ponte maledetto che bene o male avvia le sue pratiche per risorgere. Nelle Marche, morta la grande ricostruzione e pure la piccola: non si muove il settore pubblico, con i quasi 2 miliardi già stanziati tuttora largamente inutilizzati; meno ancora si muove quello privato, col 5% circa di risorse impiegate su complessivi 13 miliardi stabiliti nella legge di bilancio 2017. Pessima ricostruzione di inettitudini e bugie volate via insieme al potere declinante: dopo i primi 650 milioni spesi il neocommissario alla ricostruzione David Piccinini disse, come il Big Ben di Portobello, che finiva la amministrazione straordinaria, si rientrava nel regime ordinario. Poi naturalmente le precisazioni, le autosmentite. Finché il maxiemendamento inserito nella legge di bilancio gialloverde non ha previsto nuove misure in forma di altrettante proroghe: in particolare quella dello stato di emergenza nei territori coinvolti per tutto il 2019 con lo stanziamento di ulteriori 360 milioni di euro, insieme ad altri pannicelli caldi.

E fin qui i propositi, i soldi da dedicare, le carte che si possono sempre cancellare o stracciare o dimenticare, si vedrà, da queste parti nessuno crede più a niente e quello che ferisce è il silenzio totale, dei media, della politica. E saranno pure cose diverse il rifacimento di un ponte tenuto, pare, in modo criminale e la rimessa in vita di quattro regioni disastrate da un evento naturale quale il terremoto; ma vai un po' a spiegarlo a quelli che sono sfollati da oltre due anni, che sono in mezzo al terzo inverno, che tornano sulla strada perché le sae, le soluzioni abitative d'emergenza, si sfrollano sulla loro testa o sotto i loro piedi.

NELLE CASE PER GLI SFOLLATI MARCISCONO I TETTI E PAVIMENTI

Prima le 50 casette coi pannelli del tetto che venivano giù a Visso, opera del consorzio Arcale, poi le oltre 20 di Pian di Giove, Muccia, Monte Cavallo, ma anche Amatrice, anche Accumoli, queste dell'altro consorzio Cns, con orrende schiume che ribollono dalle listarelle del pavimento, e su funghi, muffe, poltiglia miserabile. C'è gente che entra ed esce da queste casupole e diventa pazza, perché le sembra, oltretutto, una beffa carogna. Duecento milioni sono costate le 1.900 casupole, quasi tutte con qualcosa che non va: tetto, pavimenti, allacci, caldaie che si rompono, che scoppiano, condutture che gelano, un modo scientifico di attrezzare per il peggio.

La cronaca da dentro, dai racconti di chi ci sta, che non più si legge perché tutto a questo mondo passa, anche l'emergenza conclamata, parla di tetti marci nelle sae di Visso, di pavimenti marci in quelle Muccia, di vermi e insetti in quelle di Accumoli, di black out a Ussita che sprofonda in un inverno ancor più buio e gelido e tetro, di carenza di servizi nelle aree montane depresse, come la presenza fissa di un medico, della mancanza d'acqua potabile nell'area sae di Villa Sant'Antonio perché di acqua non ne resta molta anche se intorno è tutto neve. A Tolentino oltre 200 persone stanno ancora nei container coi cessi in comune. Altri riparati in alberghi, ostelli, residence. E i sindaci che al terzo inverno hanno rinunciato anche a lamentarsi, a dare l'allarme. Scettici, come minimo, sui parvenu al governo, inghiottiti nel silenzio anche loro.

QUASI 50 MILA PERSONE ANCORA SENZA CASA

Già, vaglielo a spiegare ai figli del silenzio che le Marche restano la regione più negletta e più aggredita, la più distrutta non solo, non tanto dal sisma di oltre due anni fa quanto dalle conseguenze dell'inerzia: interi comparti in ginocchio, quello agricolo e dell'allevamento quasi sparito, 20 mila le bestie morte e, attenzione, più di freddo, più di inverno che di terremoto. «Neanche le stalle hanno messo, e neanche ce le hanno fatte mettere a noi allevatori, se uno ci provava gli arrivava addosso un altro terremoto: di multe». E quelle che poi avrebbero installato non erano meglio delle sae, colabrodi dove piove dentro e le bestie, con la saggezza dell'istinto, non vogliono rientrarci. La demenza burocratica impone di tutelare un territorio ridotto a macerie e gli agriturismi sono ancora pieni di sfollati, con una certa soddisfazione umanitaria visto che il contributo pro capite oscilla intorno a 40 euro.

Una diaspora verso la costa marchigiana o abruzzese, quasi 50 mila ancora senza casa, in soluzioni provvisorie, molti che non vogliono perdere il contributo di autonoma sistemazione, lo spopolamento a questo punto irreversibile di interi villaggi dell'interno: il combinato disposto, micidiale, dei ritardi e di una burocrazia mostruosa e ottusa come un T-Rex, la normativa che muta pelle di continuo come un serpente implacabile, la mancanza di personale adeguato richiederebbero, è stato calcolato, oltre 160 anni solo per smaltire le domande programmate. Per la notte di Natale è stato riaperto il santuario dell'Ambro, sul confine fermano-ascolano, hanno recuperato alcune chiese e strutture a vario titolo religiose, processioni e omelie vescovili, ma resta oltre la metà delle abitazioni inagibili, 43 mila su 77 mila in totale, i cantieri aperti sono circa 800, l'1%, 350 le case già riparate, lo 0,5%. Senza dire della trappola della doppia conformità, richiesta nelle strutture da sistemare con fondi pubblici e, pare, tamponata dal decreto Genova, in deroga. Altrimenti basta una minuzia e tutto torna al punto di partenza.

LE MARCHE IN CRISI ECONOMICA E SOCIALE

Tutto questo avviene una regione la cui parte bassa, meridionale, è già depressa di suo: Fermo è l'unica città marchigiana ad avere perso posizioni, ben 27, nella classifica della qualità della vita, la sua economia calzaturiera è in crisi endemica, il comparto industriale è trascurabile, l'indotto turistico arranca. A San Ginesio, oltre il confine, nel Maceratese, la vicenda kafkiana della ricostruzione scolastica bloccata in ultimo da un cavillo artistico-ambientale non si sblocca, c'è sempre il buco, enorme, che inghiotte le speranze. Il terremoto si direbbe abbia sconvolto le menti, c'è chi si lascia spegnere e chi si abbandona a comportamenti sfrenati o deliranti: a San Severino Marche licenziano un cuoco e quello, per vendicarsi, ruba a man bassa cibi e vini di pregio.

Nelle zone del sisma hanno registrato un aumento della violenza spicciola, dell'isteria collettiva, dei comportamenti spregiudicati. Nessuno piange le Marche e le Marche non piangono più. Davvero qualcuno ha voglia di tirarsi su leggendo le misure del maxiemendamento? Vaglielo a spiegare a chi festeggia il Natale più patetico che si possa immaginare, oggi peggio di allora perché non c'è più l'emergenza, c'è l'abbandono dopo l'emergenza, c'è l'incubo che non passa e non passerà. E chi può ci guadagna, chi muore tace e chi vive non si dà pace e continua a parlare di “lui”, il terremoto, come una cosa viva, una forza viva e maligna che non smette più di tormentare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *