Shelley, da corsa e senza pilota

Redazione
23/08/2012

Messa a punto all'Università di Stanford, è un'Audi da competizione che viaggia da sola. Testata in California, con ottimi tempi, darà filo da torcere all'auto di Google.

Audi Shelley. Una velocità massima di 192 km/h, senza pilota.

Google ha già ottenuto la patente per la sua Prius che sa viaggiare senza nessuno al volante (leggi l’articolo), mentre Mercedes e Ford stanno ancora progettando vetture in grado di viaggiare senza conducente. Ma c’è chi si è spinto oltre: sono i ricercatori del Dynamic Design Lab dell’Università di Stanford.
Steve Jobs nel suo celebre discorso consigliava di essere «affamati e folli»: lo hanno preso alla lettera, mettendo a punto Shelley, un’auto da competizione totalmente autonoma, in grado di fare tempi come se al volante ci fosse un pilota, quando in realtà non c’è nessuno, toccando una velocità massima di 192 km/h.

PARTNERSHIP CON VOLKSWAGEN. Shelley nasce sulla base dell’Audi TTS, ma è stata progettata e realizzata in partnership con l’Electronic Research Lab della Volkswagen, che si trova proprio nella Silicon Valley. Testata sul circuito di Thunderhill, pochi chilometri a nord di Sacramento, ha compiuto diversi giri piazzando tempi al di sotto dei due minuti e mezzo. Ottime prestazioni, considerando che la pista è lunga quasi cinque chilometri: in linea con quelle che potrebbe assicurare la stessa auto, ma con alla guida un pilota in carne e ossa.

IL FATTORE UMANO. Una spiegazione c’è: «I piloti sono più cauti: Shelley, invece, è in grado di calcolare le traiettorie più brevi e di mantenerle», ha spiegato il professore e ricercatore Chris Gerdes, che poi ha continuato: «Una persona guida con più sensibilità e intuizione, per esempio in una curva può scegliere una traiettoria che apparentemente non sembra la migliore, ma che poi si rivela ottimale per affrontare la curva successiva. Dobbiamo riuscire a migliorare Shelley in questo: abbiamo bisogno di sapere cosa fanno i migliori piloti per essere così vincenti».

RACCOLTA DI DATI BIOLOGICI. Per completare il sistema messo a punto con Shelley, insomma, manca la componente umana. Per questo, a Stanford hanno annunciato di non volersi fermare.
Il gruppo di ricerca ha infatti arruolato due piloti professionisti che, prossimamente, correranno indossando tute con sensori biologici in grado di registrare, tra le altre cose, temperatura corporea e frequenza cardiaca. Nel tentativo di capire quali manovre richiedono più concentrazione, i piloti avranno degli elettrodi collegati al cuoio capelluto, che registreranno la loro attività cerebrale.
I nuovi dati, secondo le previsioni, dovrebbero aiutare Shelley a migliorare ulteriormente le sue prestazioni.