Sicilia, dove a sinistra la realpolitik ha ucciso le primarie

Paolo Madron
30/08/2017

Prima erano un principio irrinunciabile, ora una opportunità che si utilizza o meno a seconda della convenienza. Il cortocircuito del Pd è il preludio a una sconfitta già scritta.

Sicilia, dove a sinistra la realpolitik ha ucciso le primarie

Indipendentemente dal giudizio che se ne può dare, e visto da fuori il suo mandato alla guida del governo siciliano non è parso particolarmente brillante, Rosario Crocetta su una cosa ha ragione: vuole le primarie, chiede che la scelta di chi gli succederà passi attraverso un meccanismo che altrove, in primis a livello nazionale, per il Pd è diventata una medaglia al valor democratico. Ovvero far scegliere a iscritti e simpatizzanti da chi vogliono essere rappresentati. Ma il governatore uscente ha ragione anche per un altro motivo, ovvero nel non volersi precludere la strada di una sua possibile riconferma. E a corroborare questa sua richiesta dice di avere in mano sondaggi che ne fanno di gran lunga il candidato preferito a sinistra. Se anche non li avesse, se anche quei sondaggi fossero addomesticati pro domo sua, Crocetta ha comunque il diritto di giocarsela poiché, fino a prova contraria, nessun candidato parte battuto.

LA SINISTRA USCIRÀ SCONFITTA. Perché la richiesta di primarie di coalizione gli sia negata dai vertici del Pd è fin troppo scoperto. Colui che correrà contro centrodestra e grillini per lo scanno più alto di Palazzo dei Normanni, ovvero il rettore dell’università di Palermo Fabrizio Micari, è frutto dell’accordo tra il partito di Matteo Renzi, i centristi di Angelino Alfano e il sindaco del capoluogo Leoluca Orlando, monumento un po’ vetusto della politica siciliana ma con ancora una grande capacità di attrarre consenso. Un po’ come l’altro cavallo di Mdp, gli scissionisti del Pd, che puntano su Claudio Fava, l’usato sicuro. Siccome in the other place, ovvero nel campo del centrodestra, alla fine si sono faticosamente compattati sulla candidatura unica di Nello Musumeci e lo hanno fatto senza forzature, visto che le primarie non fanno parte della loro tradizione (Silvio Berlusconi le detesta), non ci vuole particolare acume a prevedere che la sinistra tripolarmente rappresentata uscirà sconfitta.

IL LABORATORIO DELLE POLITICHE. Ma il punto è un altro, ed è di principio. Se ti proponi come un paladino della democrazia dal basso e inneggi alle primarie come lo strumento designato a incarnarla, non puoi bellamente rimuoverle in nome della ragion politica che ti costringe a scegliere diversamente. Difficile immaginare però che l’elettore di sinistra, di cui hai magnificato la possibilità di incidere sulla vita del partito determinandone la scelta della sua classe dirigente (per inciso, sono state proprio le primarie a legittimare la segreteria Renzi), ora in Sicilia si trovi privato di quello che ormai considerava un diritto acquisito. Il vulnus locale, esattamente come queste elezioni siciliane sono il laboratorio di quel che potrebbe succedere alle Politiche di primavera, inficia così il principio generale della partecipazione. Facendo delle primarie non più un principio ma una opportunità che si utilizza o meno a seconda della convenienza.

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