Signorini si nasce

Fabiana Giacomotti
22/12/2010

Fenomenologia del più potente giornalista di gossip italiano.

Signorini si nasce

di Fabiana Giacomotti

Ho sempre pensato, e ho il sospetto di non essere l’unica, che un giorno o l’altro Alfonso Signorini se ne verrà fuori con un romanzo simile a Preghiere Esaudite di Truman Capote (dopotutto è a conoscenza dei segreti veri, quelli inconfessabili perché personali, di mezza Italia) e che all’ondata di riprovazione dei ritratti, alla valanga di querele, recriminazioni, minacce di ritorsioni eccetera, risponderà più o meno come fece il geniale autore di New Orleans: «Che cosa si aspettavano che fossi? Un buffone di corte? Io sono uno scrittore».
Signorini non si è mai dedicato alla scrittura come Capote, gli piace troppo dare alla gente quel che la gente vuole per poterlo diventare (la sua Coco Chanel non sembra nemmeno la spietata collaborazionista che invece fu; piuttosto un’ambiziosa sartina che oggi potrebbe ben figurare a un reality show), ma ne ha lo stesso spirito wicked: malizioso, spiritoso, arguto, a tratti maligno, ma non cattivo. Wicked è un aggettivo che tutto racchiude, ma che esclude la cattiveria.
SIGNORINI E LA SUA INTELLIGENZA SCALTRA. La cattiveria è spesso stupida, d’altronde, e Signorini, come invece sa chiunque, anche la ragazzina di Canicattì che guarda rapita il Grande Fratello in cui lui guida le danze e orchestra i commenti nel plauso timoroso della conduttrice ufficiale, sfoggia piuttosto quel genere di intelligenza pronta, effervescente e malandrina che l’Italia ammira stupita e sempre vagamente inquieta essendone quasi totalmente sprovvista. Storicamente sprovvista. Paese grave e greve, l’Italia: lacrime e sangue, sesso all’occorrenza, Cleopatras lussuriosa (la dieresi, la dieresi!) e la «bocca sollevò dal fiero pasto», ma mai «Modeste proposte e sandwich al cetriolo finiti così, senza nemmeno accorgersene, e dire che tutto sommato questi quattro spunti raccolti nella memoria, gli ultimi due dalla letteratura e la satira d’Oltremanica, parlano tutti della stessa cosa: antropofagia con penchant per l’infanzia e sesso extraconiugale.

Amico di tutti e di nessuno

Avessimo avuto Daniel Defoe, Jonathan Swift o Oscar Wilde nel nostro empireo letterario, Signorini sapremmo, in genere, inquadrarlo e decrittarlo meglio. Ci piacerebbe forse ancora di più, perché ne riconosceremmo i codici linguistici e mediatici avendoli introiettati fin dall’infanzia. Noi, invece, il mondo che lo circonda tutto, gli piaceremmo con ogni probabilità infinitamente meno, in quanto materiale meno duttile. Uomo di volontà e forte rappresentazione, Signorini ha allestito un sé pubblico che si spinge fino alla ri-creazione televisiva del proprio salotto in un programma dal titolo impervio ai più, Kalispera, ma che nessuno penserebbe di tacciare di snobismo (anche la coppia Ronchey entitre Silvia e Giuseppe Scaraffia, inviano agli amici per Pasqua gli auguri in greco, ma si guarderebbero bene dal farlo davanti a milioni di persone). Tutti, invece, lo guardano, e chi teme di sbagliarne la pronuncia si limita a definirlo per quello che in realtà è: il programma di Signorini, tanto basti e buona serata a tutti. Lui vi invita i personaggi che frequenta ogni giorno e con cui parla da sempre, ostentando una cifra amichevole che è la vera attrazione dell’appuntamento, senza risparmiare frecciate, trabocchetti e scoperchiamenti improvvisi del vaso di Pandora che sembra sempre nascondere sotto il divano.
LA VERSIONE MASCHILE DI OPHRA. Qualcuno ha già paragonato il suo approccio a quello di una Oprah in itinere: in realtà, chiunque lo conosca appena un po’, sa che Alfonso Signorini ha litigato almeno una volta con tutte le star, le signore e le signorine della tivù a lui più vicine e sicuramente più care, e che tutte lo hanno perdonato: sicuramente Irene Ghergo, grande autrice televisiva e gran signora, che infatti figura fra i numi di Kalispera, e persino Afef, che qualche anno fa non gli parlò per intere stagioni. Sinceramente non ricordo più il motivo della querelle, ma senza tema di sbagliare direi che si trattò di un qualche segreto confidato e rivelato così, un po’ per quello spirito wicked di cui si scriveva prima, un po’, anzi soprattutto, per mestiere, perché Signorini è, dopotutto, un fior di scoopettaro, uno di quelli per cui la notizia arriva avanti tutto, meglio ancora se nella forma nebulosa e accattivante del gossip. Una decina d’anni fa, rispondendo a una domanda di Claudio Sabelli Fioretti che lo intervistava per Sette, si inerpicò in un clamoroso distinguo fra gossip e pettegolezzo a cui il collega finse di credere, probabilmente ammaliato da una tale capacità locutoria: credo, anzi, che annoveri quelle battute fra gli aneddoti più cari dei suoi quarant’anni di interviste eccellenti.

All’università con Parodi e Pivetti

Di Alfonso Signorini, l’ex professore di lettere (italiano, latino e greco) nelle classi medie e ginnasio dell’ex-roccaforte dei gesuiti milanesi, l’Istituto Leone XIII ora ampiamente infiltrato di laici molto meno abili, si crede di sapere molto. Si sa, per esempio, che si è laureato in filologia medievale all’Università Cattolica di Milano negli stessi anni in cui la bazzicavano Cristina Parodi («era la strafiga del corso, aristocraticissima e irraggiungibile» raccontò sempre a Sabelli Fioretti) e Irene Pivetti («arruffata, bruttissima, vestita malissimo: un cesso»), che è diplomato in pianoforte ed è cresciuto ascoltando Maria Callas (alla quale ha infatti dedicato, più che una biografia, un inno d’amore). Si sa anche che ha avuto due fidanzate di cui una lasciata a due giorni dal matrimonio e che, dopo qualche collaborazione sporadica per la Provincia di Como, da loggionista scaligero appassionato e intrigante, è approdato al mestiere di giornalista grazie all’intercessione di un suo alunno, figlio di Pier Luigi Ronchetti, in quei primi Anni Novanta vicedirettore dello stesso Tv Sorrisi e Canzoni che oggi Signorini dirige, oltre a Chi, e oltre a uno scoppiettante appuntamento mattutino su Radio 105, ‘l’Alfonso Signorini Show’, vanamente imitato.
L’OUTING A PRANZO. I siti gay riproducono fedelmente, con reverenza gelosa, persino l’articolo che Signorini scrisse sul proprio coming out per Panorama, quattro anni fa, e che è un magnifico pezzo di giornalismo e di scrittura: («Sarebbe stato un pranzo domenicale coi fiocchi: sorella, mamma, papà e pure la zia Ester, 80 anni, zitella nonché dama di San Vincenzo, riuniti davanti al piatto di portata con una bella gallina fumante. La notte prima non ho dormito» l’incipit). In poche righe è costruito, vivissimo, un interno famigliare piccolo borghese, una madre attenta alle apparenze, ma generosa e comprensiva («il mio compagno è stato adottato. La sera la mamma mi fa sempre la stessa domanda: «Che gli hai preparato da mangiare?». Nel suo immaginario, probabilmente, sono una casalinga disperata), un padre di solida praticità milanese («mì l’avevi semper dì’» l’unico commento alla rivelazione dell’unico figlio maschio, prima di attaccare con la gallina e la mostarda), una sorella serena, determinata, protettiva il giusto. Signorini non ha alle spalle un’infanzia difficile; solitaria e trepidante sì, glielo si legge ancora in viso. Verso la metà degli Anni Novanta, quando già nasceva Chi e Silvana Giacobini l’aveva chiamato a far parte della sua squadra, la sera arrivava, azzimatissimo, la voce molto più delicata rispetto al timbro baritonale che si è modellato negli anni della costruzione del personaggio-Signorini, alle lezioni della scuola di giornalismo, quella che tutti frequentiamo prima dell’esame di abilitazione professionale per capire che cosa ci aspetterà in quell’imbarazzante agglomerato di cemento che sono le sale dell’hotel Ergife di Roma. Parlava poco, sorrideva molto, ogni tanto si concedeva una battuta spiazzante all’indirizzo di chi credeva di svelarci i segreti della composizione “di taglio giornalistico” e dell’applicazione della cronaca su carta che per il nostro gruppetto, già vecchio di anni di precariato e di borse di studio fuori tempo massimo, suonava un po’ come una beffa ma tant’è.

Il litigio con Silvana Giacobini

All’esame, in una calda ottobrata romana, il team milanese finì compatto in area sessanta sessantesimi, pur senza raggiungerlo, insieme con il cosiddetto ambitissimo premio (una stilografica, credo d’oro) che invece andò a un collega di Avvenire, se ben ricordo, e che fu fonte di ulteriori lazzi. Poi, silenzio. Qualche anno dopo giunse l’eco di un clamoroso litigio con la Giacobini, di cui nel frattempo Signorini era diventato il braccio destro, e di una altrettanto clamorosa uscita dal giornale.
È stata la sua unica grande ribellione, per cui deduco non ne potesse proprio più. A suo merito, perché le redazioni sono piene di scontenti che si rodono e rosicano e si macerano e inquinano l’aria senza mai cercarsi una soluzione altrove, bisogna dire che aveva sbattuto la porta senza avere un’alternativa: era, insomma, senza lavoro. La buona fata, nel suo caso, prese i tratti mefistofelici di Roberto D’Agostino: lo invitò a casa per un pranzo, presentandogli Carlo Rossella, direttore di Panorama. Dopo poche settimane Signorini era inviato del newsmagazine, con margini di intervento piuttosto ampi, e iniziava a esplorare in prima persona i confini televisivi come ospite sempre più fisso di Piero Chiambretti, altro storico “autorato” di Irene Ghergo. L’amministratore delegato di Mondadori, Maurizio Costa, sempre in sintonia con Marina Berlusconi, lo trovava spiritosissimo, tanto che il giorno in cui fu Giacobini a uscire da Mondadori, al termine di un’accesa discussione sulla riduzione del costo dei servizi e della grammatura della carta che, in realtà, faceva seguito a un lunghissimo periodo di scontento da entrambe le parti – direttore e azienda – sembrò naturale che Signorini la sostituisse.
Il RE DI SEGRATE. Il passaggio avvenne con garbo, gradualmente (per un anno, alla direzione fu chiamato Umberto Brindani, mentre Signorini rodava i motori), e fu l’ultima volta. Da allora, e siamo alla fine del 2006, mai più soste: Chi, sostanzialmente rifondato, che ormai anche gli osservatori politici leggono per scoprirvi, in controluce, le piccole-grandi oscillazioni nell’ambito della “famiglia” (Berlusconi, si intende); quindi Tv Sorrisi e Canzoni, ancora in portage da Brindani, ancora rivisto dalla prima all’ultima pagina e, bisogna dire, con un gusto e un’attenzione acuta, naturale perché non d’istinto, ai gusti popolari che il settimanale non vedeva più da anni e che rischiava di perdere nella corsa per reggere all’evoluzione del mercato televisivo. La squadra di Signorini, quella vera, è però sempre la stessa. Alla radio e su Chi c’è l’archeologo Aristide Malnati, con quel cognome da personaggio di Bassani, ma il luccichio del nerd furbetto dietro le lenti degli occhiali, che con Signorini divideva il banco al liceo classico Omero; Rossella firma la rubrica delle lettere, D’Agostino è stato ospite della prima puntata di Kalispera, e non c’è evento cui partecipa o che organizza Antonio Gallo di Pirelli PZero a cui non venga dato risalto.
PER LUI IL TEAM È FONDAMENTALE. La squadra, per chi vive con gli occhi puntati addosso dalla mattina alla sera, è un’esigenza vitale. Il sostegno anche. Non solo “la proprietà”, compreso Silvio Berlusconi, che poche sere fa si è pubblicamente rammaricato di non poter partecipare alla presentazione milanese del nuovo libro di Signorini, ma anche le redazioni che governa, alternativamente e correndo qui e là, e «amooore» «amoore», sanno che può essere un direttore esigentissimo, di quelli che non fanno sconti né accolgono scuse se non ben fondate, ma anche che può accogliere gli scherzi così come, talvolta, ne fa. Uno dei suoi protetti, Giovanni Audiffredi, poi transfuga nelle fila di Vanity Fair, che sta scalando con la stessa divertita baldanza di Signorini a Chi 15 anni fa, un giorno gli fece setacciare il suq del Cairo, Khan El Khalili, alla ricerca di una pozione d’erbe dimagranti la cui composizione Audiffredi s’era inventato lì per lì al telefono, in un soprassalto canagliesco nei confronti del direttore che, in vacanza, si annoiava da morire. Signorini capì lo scherzo dopo ore di inutile caccia. Ci rise sopra. Potrei citare una lunga lista di boss che non l’avrebbero presa così.