Silvio: crisi scaccia crisi

Redazione
13/12/2010

di Alessandro Carlini Sembra un paradosso. Ma se a dirlo è il Financial Times è meglio prestare attenzione. In un...

di Alessandro Carlini

Sembra un paradosso. Ma se a dirlo è il Financial Times è meglio prestare attenzione. In un lungo editoriale pubblicato il 13 dicembre sulle ore cruciali del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si spiega come la crisi economica dell’Europa possa essere di grande aiuto per il premier che cercherà il 14 di strappare un voto di fiducia alla Camera dei Deputati.
«Ironicamente è la crisi innescata dal salvataggio dell’Irlanda da parte dell’Unione europea a poterlo ancora salvare, anche se ne uscirebbe fortemente indebolito». Secondo l’articolo di Guy Dinmore, Berlusconi punta tutto proprio su questo, sulla prospettiva che un collasso del governo possa destabilizzare completamente l’economia italiana e obbligare il Paese a mettersi nelle lista degli Stati dell’Eurozona, come Grecia e Irlanda, che hanno chiesto aiuto a Bruxelles.
Il Cavaliere si porrebbe quindi come “garante della stabilità” che è in grado di calmare gli ansiosi mercati del debito, fatto che anche i suoi rivali accettano con riluttanza (mentre in privato ammettono che l’opposizione frantumata non è pronta per le elezioni). La situazione in Italia è molto preoccupante, ha spiegato il giornale riassumendo i numeri che non fanno dormire i cittadini: un debito nazionale vicino al 120% del Prodotto interno lordo, che raggiunge la cifra spaventosa di 1800 miliardi di euro, più di quelli di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna messi insieme. «Chiunque governerà dovrà andare avanti con una politica di forte austerità e tagli, probabilmente per anni», ha scritto Dinmore.

Negli ultimi dieci anni crescita ferma all’1,4%

Allo stesso tempo, gli italiani si guardano indietro, e osservano quanto fatto da Berlusconi negli ultimi dieci anni, «una decade perduta, di stagnazione» al posto di quelli che dovevano essere il “miracolo italiano” e la “rivoluzione liberale”.
Il premier si era posto fin dalla sua discesa in campo nel 1994 come un coraggioso imprenditore e antipolitico che avrebbe arrestato il declino nazionale. Come ha spiegato al quotidiano finanziario Giuseppe Roma del Censis, negli ultimi dieci anni, di cui quasi otto contraddistinti da coalizioni di governo guidate da Berlusconi, c’è stato uno «sviluppo lento» che si è tradotto in una mancanza di dinamismo.
Mentre nella scorsa decade, l’economia tedesca cresceva complessivamente del 5% e quella del Regno Unito del 13%, l’Italia si è accontentata di un modesto 1,4%. Per non parlare della classifiche riguardanti lo sviluppo economico. Una su tutti, quella della World Bank che misura la facilità nel fare business: lo Stivale pur essendo la settima economia del mondo, si è classificato all’80esimo posto su 183 nazioni.
Secondo Christopher Duggan, professore della Reading University, se Berlusconi dovesse cadere lascerebbe l’Italia con una «maggiore incertezza politica e morale» di quella del 1994, quando per la prima volta il Cavaliere si insediò a Palazzo Chigi.

L’ottimismo delle agenzie di rating

A parte questo, gli scandali, e il fatto che molti in Italia sentano sempre più vicina la fine del berlusconismo, secondo il Ft dal punto di vista finanziario ci sono comunque una serie di aspetti positivi.
I mercati del credito e le agenzie internazionali di rating sono ottimisti sull’abilità dell’Italia di sfuggire al contagio che sta colpendo l’eurozona. E la loro fiducia si basa sull’operato di Giulio Tremonti, ministro del Tesoro e uno dei possibili contendenti nella successione a Berlusconi.
L’agenzia Fitch, di recente, ha riaffermato il rating italiano, che conta su un solido AA-. A differenza di altri Paesi europei, negli ultimi tre anni l’Italia non ha dovuto fare ricorso a stimoli fiscali di rilievo negli ultimi tre anni e il suo settore bancario è uscito indenne dalla crisi del credito.
Tutto questo però fa parte di una forma di sopravvivenza e non certo di uno sviluppo a lungo termine, quello di cui il Paese ha bisogno. La politica, però, non aiuta in questo senso, tutt’altro: il rischio, per Dinmore, è che ci siano altri governi deboli che non siano in grado di affrontare riforme fondamentali.