Silvio e la pista russa

Redazione
08/12/2010

In Russia gli affari energetici sono coperti dal segreto di Stato e per chi sgarra c’è la pena di morte....

In Russia gli affari energetici sono coperti dal segreto di Stato e per chi sgarra c’è la pena di morte. Anche per questo penetrare nei labirinti degli interessi del gas, che rappresentano il 70% delle esportazioni verso l’Italia, è un’impresa durissima.
Di certo, ha scritto Repubblica nella prima puntata di una sua inchiesta sui rapporti politici e privati tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, c’è «troppa gente in giro, nelle cancelleria, nei quartieri generali della finanza, nella comunità economica, che avverte nelle scelte di politica energetica dell’Italia un’alterazione equivoca. Eni era autonoma dal governo nazionale quasi fino all’arroganza. Oggi appare sottomessa al presidente del Consiglio. Agiva con aggressività e libertà sui mercati internazionali. Oggi mostra di subire vincoli a favore di Putin».

Valentini, l’uomo che «balbettava il russo»

Il progressivo spostamento dell’asse diplomatico verso Mosca a scapito di Washington, nei rapporti geopolitici dell’Italia, sul piano affaristico è accompagnato, negli stessi anni, dai rapporti opachi intessuti da alcuni uomini del “Presidente” con la Russia come anticipato in un approfondimento su Lettera43.it (leggi l’articolo).
I fedelissimi, hanno riscostruito Giuseppe D’Avanzo, Andrea Greco e Federico Rampini, «prestanomi» o «addirittura testa d’ariete di Berlusconi» per sfondare nel Cremlino, sono tre uomini che, nonostante scarsa competenza linguistica, affari poco trasparenti o nessuna esperienza nel settore energetico, hanno ricevuto onorificenze o quantomeno corteggiamenti dalla cricca putiniana.
Su Valentino Valentini, per esempio, che nelle rivelazioni di Wikileaks è indicato dall’ambasciatore Usa a Roma come l’uomo ombra del Cavaliere in Russia, scrivono i tre giornalisti: «Fino a qualche anno fa non parlava il russo: diciamo che lo balbettava», ricorda chi lo ha sentito parlare a Villa Abamelek, la residenza dell’ambasciata russa a Roma. “Era il russo di un bambino ai primi anni della scuola elementare”».  
Cresciuto in Publitalia, deputato berlusconiano dal 2001 e ora anche segretario personale del premier, Valentini, che si autodefinisce «consigliere speciale per le relazioni estere e tutor delle imprese italiane in Russia», per sbrogliare le matasse linguistiche, almeno fino al 2005 ha dovuto ricorrere alla mano di un interprete. Ciò nonostante, sempre nel 2005, «è stato insignito del prestigioso ordine Lomonosov, con motivazioni che non sono mai state rese note».

Fallico, l’«uomo di Putin in Italia»

Valentini, hanno raccontato a Repubblica alcuni italiani testimoni a Mosca, appena atterrato nella città degli zar è solito salire su un’auto messagli a disposizione dal presidente di Zao Banca Intesa Antonio Fallico. Raggiunto l’albergo, il Metropol di fronte al Bolshoi in Teatralny Proiezd, sparisce poi nel nulla, per riemergere qualche giorno dopo di nuovo all’aeroporto, in partenza per l’Italia: «Nessuno lo vede. Nessuno lo incontra. Nessuno sa che cosa sia venuto a fare».
Fallico appunto, nell’inchiesta del quotidiano è il secondo uomo di Berlusconi a Mosca. O meglio, l’«uomo di Putin in Italia», visto che la banca da lui presieduta ha il mandato di advisory della Gazprom per tutto il territorio nazionale.
Il “professore”, titolo che Fallico si è guadagnato per aver insegnato Letteratura barocca all’Università di Verona, nell’aprile 2008 è stato anch’egli onorato da Putin con l’ammissione all’Ordine dell’Amicizia dei popoli, la più alta decorazione statale russa agli stranieri. Inoltre, è console onorario della Russia a Verona, e per questo ha anche l’autorità di rilasciare visti.
«Se si riuscisse a rendere trasparenti, di Fallico,  le attività e, di Valentini, le missioni al Cremlino», hanno commentato i giornalisti di Repubblica, «si potrebbe comprendere presto quanto siano legittimi o scorretti i sospetti di Hillary Clinton sulla natura affaristica delle convergenze politiche tra Berlusconi e Putin».

Mentasti Granelli, dalle bollicine al gas

Terzo enigma in appoggio alla grave accusa di Washington, non ancora provata, l’oscuro affaire Centrex, la società della Gazprom che vende gas russo in Europa occidentale. Nell’ultima inchiesta, il quotidiano ha riportato una cronaca ancora più dettaglia dell’incontro avvenuto il 30 ottobre 2003 tra l’allora amministratore delegato dell’Eni Vittorio Mincato e due funzionari Gazprom, tra cui ci sarebbe stato il colonnello Alexander Medvedev, oggi numero due del colosso energetico, all’epoca responsabile per i contratti esteri di Gazprom.
Nell’occasione, a un esterrefatto Mincato sarebbe stato consegnato un foglio, inviato dal Cremlino, con sopra scritto il nome del commendatore Bruno Mentasti Granelli. Allora un volto sconosciuto nel settore energetico, l’oggi 71enne erede dell’impero delle acque San Pellegrino, rivendute poi alla Nestlé, è noto per avere messo in piedi, nel 2005, la filiale italiana della Centrex, controllandone il 33% delle quote, allo scopo di accaparrarsi una partita di 3 miliardi di metri cubi di gas l’anno.
L’accordo, che per essere chiuso aveva bisogno della firma di Eni, nelle cui tubature sarebbe dovuto passare il gas metano, fu bloccato dall’Antitrust, e il commendatore finanziere Mentasti tornò di nuovo nell’ombra.
Quel 30 ottobre di due anni prima, però, uno dei funzionari di Gazprom, riguardo alla cessione dei miliardi di metri cubi di gas, fino ad allora appannaggio dell’Eni, alla società terza in cantiere, avrebbe detto a Mincato: «Abbiamo già un socio italiano, ecco il suo nome…(…)  Ma come, non conoscete il patron della San Pellegrino?» .
Alla battuta degli italiani: «Anche se gassata, l’acqua ha poco a che fare con il gas, bisogna che qualcuno glielo spieghi a questo Mentasti». I russi, ha riportato Repubblica, avrebbero risposto: «Druzia, amici, ma davvero non riconoscete la grafia del vostro capo di governo?»