Silvio prende i voti

Redazione
07/12/2010

Anche la giornata politica del 7 dicembre si chiude tra accuse reciproche, insulti, colpi bassi, accuse di tradimento e “mercato...

Silvio prende i voti

Anche la giornata politica del 7 dicembre si chiude tra accuse reciproche, insulti, colpi bassi, accuse di tradimento e “mercato parlamentare”. Nel frattempo, il governo ha segnato un’altra giornata negativa con una serie piuttosto impressionante di contestazioni: gli studenti, il mondo della cultura, un pezzo di “poteri forti”. Però solo in parte sono entrati nel dibattito politico.
In un Transatlantico semi-vuoto si preferisce infatti giocare al “deputato-mercato” specialmente dopo che in mattinata tutti hanno letto l’intervista di Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica, voluto da Veltroni nelle liste del Pd e oggi pronto a votare per Berlusconi, che al Riformista spiegava che le quotazioni di un voto parlamentare stanno raggiungendo «i 500 mila euro». Una vergogna, che però passa liscia tra le pieghe della politica nostrana.

Da Razzi, Idv, a Catone, Fli: il Cavaliere a caccia di voto

La notizia del prezzo per un voto, del resto, deve essere vera se a tarda serata, dopo che per tutta la giornata si è diffusa la notizia del “mal di pancia” di due deputati dell’Idv, Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, il capogruppo dipiestrista, Massimo Donadi, ha dovuto ammettere di non essere riuscito ad avere un incontro di chiarimento con il secondo. Che a questo punto dovrebbe essere stato guadagnato dal Cavaliere – «deciderò dopo l’8 dicembre» ha precisato, ammettendo tutto il suo «disagio». Razzi, invece, ha dichiarato che si sottoporrà alle decisioni “del capo”, cioè Di Pietro.
Il fatto di riuscire a fare incursioni nel campo nemico – ma Berlusconi c’era già riuscito nella scorsa legislatura acquisendo il senatore Sergio De Gregorio, eletto nelle liste di Di Pietro – fa risalire le quotazioni del capo del governo e rende maggiormente credibile l’ipotesi che alla fine possa farcela a strappare la fiducia alla Camera.
Con la defezione di Scilipoti, infatti, la mozione di sfiducia raggiunge i 315 voti mentre Berlusconi che può già contare su 309 voti potrebbe raggiungere i 310.
Poi c’è il deputato di Fli che non ha firmato la mozione di sfiducia, Giampiero Catone ma anche il liberaldemocratico Maurizio Grassano che, pur avendola firmata, dice di essere ancora in dubbio. Se entrambi passassero con il Cavaliere si avrebbe una situazione di 314 a 312 e a quel punto sarebbero decisivi i 3 voti delle minoranze linguistiche, due della SudTiroler Volkspartei e uno dell’Union Valdotain che stanno trattando con il presidente del Consiglio importanti concessioni territoriali.

L’apertura di Berlusconi: rimpasto solo se vincerà la fiducia

Quindi si tratta ancora e tutto il resto è messo in subordine. Anche perché i giochi sono piuttosto espliciti. Berlusconi è disponibile a un rimpasto e a un allargamento della maggioranza solo se sarà lui a condurre il gioco e quindi se uscirà indenne dal voto di fiducia. Anche per un voto soltanto. Ma anche se sarà battuto, cercherà di menare le danze urlando al voto anticipato e all’accusa di “tradimento” rivolta a Fini, in modo da condizionare il capo dello Stato e lo svolgimento della crisi.
Resta il fatto che il governo è sempre meno amato dal Paese. A parte la goliardata dello sterco gettato davanti alla casa del ministro Gelmini a Bergamo, quello che colpisce è la quantità infinita di solidarietà ricevuta da questi, in una sorta di compattamento che scatta per un episodio tutto sommato minore. La giornata del resto è stata contrassegnata da diverse tensioni. A Roma c’è stata una carica agli studenti con l’arresto, e il rilascio in serata, di 12 di loro.
Ma è a Milano che si sono avuti gli scontri più duri, in occasione dell’inaugurazione della Scala. Oltre alle contestazioni di piazza è stato lo stesso maestro Barenboim a dare voce alla protesta del mondo della cultura contro i tagli effettuati dal governo. Il ministro Bondi, fiutandol’aria, non si è fatto vedere nonostante l’autorevole presenza del presidente della Repubblica. Entrando alla Scala, poi, Cesare Romiti, roccioso ex presidente della Fiat e uomo di spicco di un certo establishment economico, interpellato sulle proteste ha detto senza mezzi termini: «Gli studenti hanno ragione». Un modo, tipicamente romitiano, per dare uno schiaffo al governo.