Silvio rinasce in Camera

Fabio Chiusi
14/12/2010

La maggioranza si salva con 314 voti.

Silvio rinasce in Camera

Il giorno più lungo e sofferto per il governo è finito con una doppia vittoria. Una, più ampia e annunciata, al Senato (162 voti contro 135 e 11 astenuti) e una, risicata, alla Camera con 314 voti contro 311 (leggi il resoconto del voto). Dove tra insulti, principi di rissa, sospensioni della seduta e colpi di scena, sono stati decisivi i voti contrari alla sfiducia dei tre deputati del neonato «gruppo di responsabilità», Massimo Calearo, Domenico Scilipoti e Bruno Cesario. Oltre a quelli dell’ex Idv Antonio Razzi e della dissidenza finiana, composta da Giampiero Catone, Maria Grazia Siliquini e, a sorpresa, Catia Polidori. Il cui “no” ha provocato addirittura una rissa nell’aula di Montecitorio.

Piena fiducia al governo dal Senato

La giornata era iniziata a palazzo Madama, dove dalle 9 del mattino in poi si erano susseguite le dichiarazioni di voto sulla mozione di fiducia presentata dalla maggioranza. Durante gli interventi in Aula non erano mancati gli ultimi appelli alla responsabilità all’indirizzo di Futuro e Libertà. «Votare la sfiducia significa tradire il mandato elettorale, pensateci bene prima di farlo», aveva affermato il leghista Marco Reguzzoni, cercando un’ultima mediazione.
Appello rispedito al mittente dal capogruppo di Fli, Pasquale Viespoli: il “ribaltone”, semmai, lo fa chi ha rotto la «diarchia di leadership» del Pdl, ossia quella ormai non ricomponibile tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Viespoli tuttavia ha preferito lanciare un segnale politico alla maggioranza, annunciando non il voto contrario ma l’astensione. E cercando così di ottenere, in extremis, le dimissioni di Berlusconi prima del passaggio a Montecitorio: «Noi ci asteniamo dal Senato, lei si astenga dalla Camera», la formula utilizzata.
Ma non raccolta. Per il resto tutto come previsto: le parole durissime dell’Idv, che per bocca di Felice Belisario ha accusato il Cavaliere di essere «il mandante politico della più grossa compravendita di parlamentari», invitandolo a dimettersi ed «essere accompagnato al Tribunale di Milano» per «subire un processo il cui esito è già segnato»; il voto contrario alla fiducia di Udc, Pd, Liberal Democratici e Mpa («Voi intendete che i meridionali siano in una sorta di minorità genetica», ha affermato il senatore Giovanni Pistorio); l’astensione della Südtiroler Volkspartei. 
E così alle 11,14, mentre l’attenzione degli osservatori si era già spostata a Montecitorio, è giunto il verdetto: fiducia al governo con 162 voti contro 135 e 11 astenuti. Cioè i dieci finiani e il senatore Enrico Musso, del Gruppo Misto.

Battaglia fino all’ultimo voto alla Camera

Aria più tesa alla Camera, dove i lavori sono cominciati alle 10,30. E dove i toni si sono ulteriormente alzati. E non solo a causa del solito Antonio Di Pietro, che ha invitato il presidente del Consiglio a consegnarsi nelle mani della magistratura o scappare alle Bahamas.
Frasi che hanno indotto Berlusconi a lasciare l’Aula (con Di Pietro che non si è lasciato sfuggire l’occasione per definirlo «pavido»), rientrato tuttavia poco dopo su richiesta di Pier Ferdinando Casini.
Protagonista degli scambi più accesi è stato Futuro e Libertà. Arturo Iannaccone di Noi Sud, per esempio, ha definito i finiani «utili idioti della sinistra». Replica di Italo Bocchino, che ha denunciato di essere stato vittima, come molti altri finiani e le loro famiglie, del «metodo Boffo» attuato da «un giornale di proprietà di Berlusconi».
Accusando il Cavaliere di volere «un ribaltone della volontà popolare» e invitandolo, se proprio vuole trovare dei «traditori», a guardarsi attorno. Dura la replica di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl: Bocchino usa «gli epiteti di Repubblica e del Fatto», dimostrando che Fli non è il «nuovo centrodestra» ma «una sorta di appendice subalterna del centrosinistra».
E mentre le parole, i boati, le grida si moltiplicavano, le mani sono corse al pallottoliere, alla conta. Complicata dalla decisione di Domenico Scilipoti di non rivelare la propria intenzione di voto con la richiesta di allegare il testo integrale del proprio intervento al resoconto stenografico della seduta. E dall’incertezza intorno al voto di Massimo Calearo.
Al momento della “chiama”, hanno iniziato a circolare le prime previsioni: «il governo ce la farà per un voto», «sarà un pareggio».
L’aria è diventata tesissima, fuori e dentro l’Aula. Ma la tensione è esplosa quando la finiana Catia Polidori ha deciso, inaspettatamente, di votare contro la mozione di sfiducia firmata dal suo stesso partito. Ovazione.
Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, spettatore del voto alla Camera, si è fatto scappare un dito medio all’indirizzo di Fini. Ed è scattata la rissa. Secondo il deputato del Pdl, Nunzia De Girolamo, scatenata da un insulto («troia») rivolto a Polidori dal finiano Giorgio Conte. Commessi e deputati impegnati a dividere i finiani in lotta e seduta sospesa per qualche minuto.

Attese dolci e risultati amari

Nel frattempo la dolce attesa di tre deputate, Giulia Bongiorno (Fli), Giulia Cosenza (Fli) e Federica Mogherini (Pd) si era trasferita, tra carrozzelle e ambulanze, in Aula. Meno dolce quella di Fini, che dopo un anno di astinenza ha deciso di accendersi una sigaretta.
Il pallottoliere era ormai impazzito: Scilipoti e Calearo non si sono presentati alla prima chiama; il finiano Silvano Moffa indeciso sul da farsi, ma deciso sulla richiesta di dimissioni per Italo Bocchino da capogruppo di Fli alla Camera; il liberale Paolo Guzzanti, incerto fino all’ultimo, che vota la sfiducia. A quel punto è scoppiata un’altra rissa tra deputati finiani e leghisti.
Ma l’esito era ormai segnato dalla decisione di Polidori, che secondo un altro deputato di Fli, Luca Barbareschi, sarebbe dovuta a minacce di chiusura delle sue aziende. Alle 13,42, in un clima irrespirabile, è finalmente giunto il verdetto: 314 voti contrari contro 311 favorevoli. Oltre ai due deputati Svp che si sono astenuti, non hanno partecipato alla votazione il presidente della Camera, Moffa e Antonio Gaglione di Noi Sud.
Se tre voti siano sufficienti o meno per proseguire l’azione di governo resta tutto da vedere.