Sindacato precario

Daniele Lorenzetti
17/12/2010

Sospeso tra crisi d'identità e nuove relazioni industriali.

Sindacato precario

Un corteo ci sarà di sicuro, l’altro invece resterà nelle cartoline. Di fronte alla difficile vertenza sul futuro della Fiat di Mirafiori, Torino pareva già pronta a catapultarsi all’indietro, nell’atmosfera della marcia dei 40mila che rivoluzionò il mondo del lavoro e del sindacato all’alba degli anni 80. Invece sabato 18 dicembre 2010 in corteo scenderà solo la Fiom, con lo slogan “Lavoro e libertà”. Appuntamento alle 9,30 davanti alla Porta 5 delle carrozzerie. L’altra iniziativa, che qualcuno associava alla storica sfilata dei quadri all’epoca di Cesare Romiti, per ora resterà un fantasma: smentita ufficialmente da Francesco Scandale, segretario dell’Associazione quadri e capi Fiat, dopo le voci che parlavano di un tam tam via sms, e rigorosamente anonimo, per promuoverla.

La seconda fase della globalizzazione

Il tempo per trovare la via di un’intesa stringe anche se il ministro del welfare, Maurizio Sacconi, si dice sicuro che sarà trovata. Di certo, il ciclone Marchionne continua a imperversare su sindacati e Confindustria. Il nodo, oltre al futuro della produzione di auto in Italia, è anche quello degli effetti “a valanga” che lo strappo dell’amministratore delegato («Mirafiori fuori da Confindustria, almeno fino a quando non ci sarà un un contratto ad hoc per il settore auto») potrebbe causare al sistema di relazioni industriali.
Il secondo tempo della globalizzazione, non più il semplice spettro della delocalizzazione di intere linee produttive, ma una tempesta capace di sconvolgere modelli contrattuali e tradizioni consolidate in un Paese dove le grandi imprese si contano già sulle dita di una mano.
«È vero, l’Italia è uno dei pochi Paesi occidentali dove ci sono contratti nazionali» dice a Lettera43.it Bruno Manghi, sociologo torinese a lungo direttore del Centro studi Cisl «ma la loro funzione è chiara: in un’economia frammentata in tante micro-imprese, senza un salario minimo e senza scala mobile si fissa così una soglia minima di garanzia. Altrimenti il rischio di una babele dove vince l’imposizione del più forte è concreto. Il problema è la rigidità delle deroghe per la produttività. L’idea di un contratto nazionale per il settore auto avanzata dalla Fiat non mi convince, perché sarebbe comunque difficile stabilire cosa è automobile e cosa no. Dandone un’interpretazione estensiva Federmeccanica praticamente può chiudere bottega».
Trent’anni fa Manghi scisse un celebre saggio, Declinare crescendo, in cui anticipava i segni di un possibile declino del sindacato proprio quando questo sembrava all’apice della sua forza. E ora? La tempesta si annuncia bipartisan, a giudicare dalla cautela con la quale la Confindustria di Emma Marcegaglia ha seguito le ultime mosse di Marchionne.
Emblematica la posizione della consulta dei presidenti di viale dell’Astronomia, che ha dato mandato a Marcegaglia a proseguire sulla linea del dialogo esprimendo la preoccupazione che «l’investimento non crei conflittualità e non scardini le regole della rappresentanza». Toni diversissimi da quelli usati dall’ex golden boy padano Roberto Colaninno, secondo cui «la gente non lavora più perché ci sono pochi stimoli: manca la curiosità, l’innovazione e la voglia di rischiare. Non abbiamo ancora la paura di tornare poveri e quindi pensiamo sempre prima ai diritti e poi ai doveri».

Sapelli: Confindustria rischia la delegittimazione

L’economista milanese Giulio Sapelli ha parlato esplicitamente di una progressiva delegittimazione di Confindustria e a Lettera43.it ha spiegato: «è evidente che la globalizzazione sta spiazzando non solo i sindacati dei lavoratori ma anche le associazioni dei datori di lavoro. Detto questo, anche Confindustria deve evolvere, per esempio spingendo l’acceleratore su certi meccanismi partecipativi. Se rimane ferma invece resta delegittimata. Certo, è fuori dal fair play delle relazioni industriali annunciare, come ha fatto Marchionne, svolte di questa portata in interviste televisive. E nella sostanza è vero che i rapporti di forza tra capitale e lavoro si sono spostati moltissimo nella direzione del primo. Ma il negoziato è comunque ineluttabile anche per il sindacato. Non perderei tempo in troppe schermaglie sul contratto nazionale. Una revisione del modello di relazioni industriali è nelle cose: personalmente sono per il modello tedesco di cogestione dove non sono i sindacati ma i lavoratori a essere eletti e coinvolti nelle scelte strategiche dell’azienda».
Sì, ma l’ala guardinga del sindacato teme soprattutto che a pagare il prezzo delle ristrutturazioni e dei sacrifici siano solo i più deboli. «Non si possono trattare gli operai di Mirafiori come bambini da bacchettare e da richiamare, ma da cittadini anche quando varcano i cancelli», protesta il responsabile nazionale auto della Fiom, Giorgio Airaudo, aggiungendo: «Marchionne ha commesso errori evidenti: aveva previsto che molte fabbriche in Europa avrebbero chiuso, ora sono previste 15 mila nuove assunzioni in Germania».
Quale potrebbe essere allora la soluzione in grado di scardinare le diffidenze reciproche? Secondo Manghi, una strada percorribile sarebbe quella del contratto locale di distretto o di settore, come accade già per agricoltura ed edilizia ed è accaduto in passato per la siderurgia. «Il problema centrale tuttavia è capire che se vogliamo fabbricare in Italia auto che si vendano qualcosa bisogna cambiare in stabilimenti ormai decotti. Per anni ci è adagiati a fare contratti sulla cassa integrazione. A Mirafiori oggi resistono 5 mila operai formalmente produttivi, ma 1.600 non possono stare alla catena di montaggio. E quello che Marchionne offre è un investimento importante».

Manghi: partecipazione azionaria di minoranza dei lavoratori

Alla fine dei conti, sarà possibile salvare un modello italiano di manifatturiero “pesante” dal rischio di una triste consunzione? Guardando al futuro, Manghi rilancia uno storico cavallo di battaglia della Cisl: «I rischi maggiori oggi vengono da un capitalismo finanziario sregolato e non da quello industriale che spesso rincorre certi fenomeni. In Italia servirebbe un passaggio legislativo per introdurre la possibilità di una partecipazione azionaria di minoranza dei lavoratori, poi l’applicazione concreta spetterebbe alle parti. Se sono un lavoratore e mi si chiede un sacrificio, almeno vorrei avere voce nelle scelte strategiche dell’azienda».
E cita anche la proposta presentata in parlamento dall’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu e dal senatore del Pd Pietro Ichino. Sapelli invece lancia una provocazione:  «Se fossi un sindacalista, dato che la Fiat di fatto diverrà presto un’impresa con la testa americana, chiederei un contratto sovranazionale Fiat-Chrysler. Ma chi avrà, da una parte e dall’altra, la lungimiranza per superare gli steccati e rinunciare alle scorciatoie?». La domanda per ora resta in sospeso.