Mihajlovic e l’esempio degli sportivi che hanno sconfitto le malattie

L'allenatore del Bologna sfida la leucemia tra le lacrime. Non rinuncerà ad allenare, seguendo la strada di chi ce l'ha fatta. Da Vialli ad Armstrong, da Abidal ad Acerbi. Chi sono gli atleti invincibili.

13 Luglio 2019 19.49
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Giocano, perdono o vincono, sono famosi per questo. Poi, all’improvviso, si trovano a fare i conti con la malattia. E la affrontano come fosse un avversario, con coraggio. Prima di Sinisa Mihajlovic, che in lacrime ha dichiarato guerra alla leucemia, era capitato a Lance Armstrong ed Erik Abidal, tra gli altri. O a Gianluca Vialli tra gli ultimi: forti in gara, ancor più forti nell’affrontare il dolore e nello sconfiggerlo.

IL CORAGGIO DI AFFRONTARE LA MALATTIA PUBBLICAMENTE

Di più, Mihajlovic ci ha messo un coraggio da guerriero, guardando in faccia la sua di malattia e annunciando in prima persona, come nessuno mai prima: «Ho la leucemia: ho pianto, ma la batterò». Non eroi per caso, ma campionissimi di ogni disciplina, che hanno avuto il coraggio di rendere pubblico il male che li affliggeva: come nel caso di Erik Abidal, ex difensore francese del Barcellona e oggi dirigente del club blaugrana. Fu lui stesso , ma con un comunicato col Barcellona, ad annunciare che si sarebbe fermato per operarsi di un tumore al fegato. Dopo due mesi tornò in campo e contribuì alla conquista della Champions con Guardiola.

DA VIALLI A LO BIANCO, QUANTE STORIE DI SUCCESSI

Gianluca Vialli invece il suo annuncio lo ha fatto con un’intervista, ma dopo aver lottato e sconfitto quasi definitivamente il male. Sono tanti i mostri sacri dello sport passati dalla fama alle lacrime e spesso a una vittoria di tipo diverso. Oggi il caso di Zidane, in fuga misteriosa dal ritiro canadese, ha tenuto a lungo col fiato sospeso i tifosi Real e poi si è svelato come lutto familiare. Ma spesso l’incrocio col destino è personale. La pallavolista azzurra Eleonora Lo Bianco sconfisse in tempi-record un tumore al seno, che l’aveva allontanata dai campi all’inizio della stagione 2010-11. L’olimpionica del nuoto Inge Dekker venne operata con successo di un cancro cervicale. A Lance Armstrong venne diagnosticato al Tour de France un tumore ai testicoli e, dopo essere stato operato, vinse la Grande Bloucle per sette volte, prima di vedersi cancellare i successi per doping. Anche Ivan Basso lasciò il Tour per un tumore ai testicoli. Un tumore osseo privò il ciclista Fabrizio Macchi di una gamba, ma non gli impedì di vincere due titoli mondiali. Francesco Acerbi della Lazio, cui venne diagnosticato un tumore ai testicoli, tuttora è uno dei pilastri del club capitolino e della Nazionale azzurra

MIHA PIÙ CHE UNO SPORTIVO, UN CONCENTRATO DI STORIE E ANNEDDOTI

Ora ad annunciare la malattia è stato l’allenatore del Bologna, simbolo della tenacia e della lotta a viso aperto sin da quando 23enne scappò dalla guerra nell’ex Jugoslavia e venne in Italia. Mihajlovic non è mai stato solo un giocatore o un tecnico, ma un concentrato di storie, racconti e aneddoti. Se si volesse assimilarli tutti, si rimarrebbe sospesi fra politica, religione, guerra e calcio. Per Churchill, i Balcani «producono molta più storia di quanta ne possono consumare» e in effetti la metafora calza a pennello sul personaggio Mihajlovic, nato a Vukovar da un serbo e una croata e, dopo avere vinto tutto con la Stella Rossa Belgrado, trasferitosi in Italia.

GLI ANNI DELLA GUERRA TRA SCONTRI ED ERRORI

Prima, però, Miha ha dovuto affrontare i venti di guerra che spazzavano l’ex Jugoslavia. In una partita di coppa contro i croati dell’Hajduk Spalato si rese protagonista di una vera e propria “lotta” che ebbe poco a che fare con il calcio, con il capitano avversario Igor Stimac, colpevole di aver augurato al serbo l’uccisione di tutta la sua famiglia. «Rivivrei tutto allo stesso modo, anche gli sbagli», ha sempre ripetuto Sinisa. La sua famiglia venne salvata per intercessione del comandante Arkan, ex ultrà della Stella Rossa, e il nome del criminale di guerra comparve anni dopo, alla sua morte, su uno striscione nella curva della Lazio (“Onore alla tigre Arkan”).

I SUCCESSI ALLA LAZIO E ALL’INTER E L’AMICIZIA CON MANCINI

Mihajlovic nel 1992 era sbarcato in Italia, nella Roma, e dopo quattro anni di Samp si era trasferito nella Capitale con la maglia biancoceleste, per vincere lo scudetto 2000. Il suo segno distintivo? Le punizioni dalla lunga distanza, ma anche prese di posizione forti e polemiche: l’accusa di Vieira di avergli dato del «negro di merda», la controdenuncia di essere stato apostrofato spesso come «zingaro» e poi quella presa di posizione pubblica pro Belgrado e contro l’intervento Nato in Kosovo. Nel frattempo c’era stato il trasferimento all’Inter, per continuare a vincere con l’amico Roberto Mancini, del quale – appese le scarpe al chiodo – diventerà vice. Da allenatore Sinisa ha poi guidato una prima volta il Bologna, quindi Catania, Fiorentina, Nazionale serba, Sampdoria, Milan, Torino, una breve parentesi allo Sporting Lisbona, prima di ritornare a Bologna, dove ha guardato tutti in faccia: stavolta non per il calcio, ma per riprendersi la sua vita messa a dura prova dalla malattia.

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