Per rifare la sinistra si rifletta sull’esperienza dell’Ulivo

Se ci fosse ancora e se fosse gestito diversamente da segretari meno infatuati di sé, potrebbe rappresentare un riferimento culturale politico e morale attorno a cui raccoglierte l'elettorato del ceto medio.

10 Giugno 2019 09.51
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Le critiche alla sinistra sono sempre benvenute perché, anche in quelle più astiose e persino vili, c’è sempre un fondo di verità. Leggo, quindi, con condivisione chi dice che abbiamo dimenticato gli operai, chi scrive che non ci siamo occupati dei penultimi, chi si scandalizza perché la sinistra è votata dai ricchi.

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Come tutte le esemplificazioni questi brandelli di verità contengono anche molte sciocchezze, molte auto-assoluzioni (da parte di leader politici o di intellettuali o di giornalisti), sono sempre prive di un suggerimento per il futuro.

IL CETO MEDIO SOTTO ATTACCO

Parto innanzitutto dal dato che spazza tutte le cose sciocche dette e scritte in questi anni. Sia pur rimpicciolita, sia pure raccolta in partiti fragilissimi, la sinistra esiste e solo la sinistra sarà in grado di dare una alternativa alla destra che si va sempre più radicalizzando e al populismo che sta finendo nel bidone della spazzatura della storia. Questa sinistra che si deve occupare degli operai (Massimo D’Alema), dei penultimi (Federico Rampini), di chi non è ricco (Mario Tronti), oggi deve, in Italia, fare i conti con un problema gigantesco che, dopo aver assillato gli studi politici per decenni, è improvvisamente scomparso dai riflettori.

La crisi economica ha ridisegnato la scala sociale.

Stanno uccidendo il ceto medio. È un assassinio che nasce dalla politica (questo ceto medio in buona parte vota a sinistra e in gran parte è stato serbatoio di voto moderato e democratico cristiano), dall’evoluzione del lavoro, e dalla crisi economica che ha ridisegnato la scala sociale. Il tema che ha più urgenza è quello politico perché gli altri due richiedono molte pagine di analisi e l’intervento di sociologi titolati.

IL POPULISMO È FIGLIO NATURALE DEL GIUSTIZIALISMO

Perché partire dalla politica? Perché l’ideologia populista, che ha creato il sovranismo, è figlia naturale del giustizialismo e che ha avuto come ispiratori procuratori della Repubblica, personaggi dell’informazione, cattivi politicanti, ha descritto il famoso ceto medio, e il suo Stato, come la sentina di tutti i vizi. C’era stato un tempo, e c’era stata una società, in cui capitava che il leader della sinistra (Palmiro Togliatti, il politico, con Alcide De Gasperi, più forte del secolo scorso) poneva il tema del ceto medio e dell’Emilia rossa. Il riferimento era a quel mondo del lavoro e dell’imprenditorialità diffusa che ha costituito e costituisce tuttora la struttura portante di questa società.

Il vice premier e presidente del Consiglio Matteo Salvini durante il suo comizio a Nattuno (Roma).

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Ma nel concetto di ceto medio c’erano gli insegnanti e i funzionari pubblici (sottoposti in questi anni a critiche meritate ma anche a un vero linciaggio), c’erano quegli ex poveri, operai e contadini, che avevano saputo salire qualche gradino della scala sociale, un mondo di professioni nuove che coloravano una società che non era più a due tinte, il rosso e il nero. Qui si è colpito con martellate da fabbri. Qui gli stipendi hanno perso valore e le pensioni, dopo una campagna su quelle d’oro, sono state e sono ogni anno colpite quasi che sia diventato un demerito personale diventare vecchi. Questo ceto medio si è disperso elettoralmente e continua a prender colpi da ogni lato, da chi predica il “favor” verso gli umili, dai populisti, dai sovranisti che giocano con i soldi degli italiani.

ORA VINCE CHI VUOLE DIVIDERE

In politica, dopo la fine del comunismo, non c’è più una classe attorno alla quale si organizzano le altre. Non c’è più la borghesia dominante, non c’è più la classe operaia che piaceva al caro professor Tronti. Tuttavia se la sinistra non trova il bandolo della matassa per ridare spazio al lavoro salariato, di fabbrica e no, al lavoro che non si vede perché esercitato nelle condizioni nuove offerte dalle tecnologie, ma soprattutto ai legami che nascono dall’esistenza di un largo ceto medio, vincerà chi vorrà continuare a dividere e sulla divisione costruirà il disastro per tutti.

Ridare una spina dorsale alla società italiana immettendo in sesto aree sociali colpite, demonizzate, proiettate verso il basso, è il compito di una sinistra moderna

Questa ricostruzione del ceto medio e una sua recuperata centralità non implicano la nascita di partiti moderati. Se verranno, saranno cosa buona e utile. Ma ridare una spina dorsale alla società italiana immettendo in sesto aree sociali colpite, demonizzate, proiettate verso il basso, è il compito di una sinistra moderna. Da dove si parte? Dal lavoro, non c’è dubbio, ma si parte anche dal difendere quell’Italia che ha cercato di farsi avanti, di risparmiare, anche di vivere bene, di fare fare il proprio dovere, di sentire affare comune il destino del Paese. Per questo ci vuole un partito, non un partito di sinistra ma una cosa che sia un po’ di più.

Una manifestazione dell’Ulivo del 2002.

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Io che penso con nostalgia ai miei anni belli nel Pci (malgrado tutto!), oggi sono convinto che forse dovremmo riflettere sull’esperienza dell’Ulivo. Se ci fosse e se fosse gestito diversamente da come l’abbiamo gestito la prima volta, se dato in mano a registi meno infatuati di sé (non penso a D’Alema, a cui si dà pigramente sempre la colpa di tutto), potrebbe rappresentare un riferimento culturale politico e morale. Era meglio morire democristiani e piccolo borghesi, piuttosto che populisti e sovranisti. Ma sarebbe molto meglio superare tutte queste ipotesi e costruire un’Italia politica che non assomigli a quell’elettorato che ha inseguito le teorie dei pubblici ministeri e la propaganda dei leghisti.

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