Non ditelo a Mieli, ma se si va dal popolo è per restarci

Peppino Caldarola
05/04/2018

Oggi si usano espressioni e termini a vanvera. Alla sinistra per rinascere serve una rivoluzione culturale, non certo un pellegrinaggio. Sulla scia dei passati leader comunisti e socialisti. 

Non ditelo a Mieli, ma se si va dal popolo è per restarci

Ci sono atteggiamenti che la sinistra dovrebbe bandire nel momento più difficile della sua vita. Sono l’autocommiserazione, il sarcasmo verso l’avversario, la ricerca ossessiva del colpevole, il disfattismo, l’ineluttabilità della sconfitta.

SCONFITTE E RIPRESE. Parto da qui. Abbiamo perso molte volte. Una volta addirittura abbiamo perso la libertà. C’è sempre stata una sinistra che faticosamente (bisogna metterselo sempre in testa: faticosamente) ha risalito la china. Accadde anche dopo la sconfitta del ’48, negli anni purtroppo lontani del boom che sembrava aver consegnato alle anticaglie il partito e il sindacato. Si potrebbe proseguire fino alla previsione di un ventennio berlusconiano, ovviamente “fascista”, che ci avrebbe estirpato dalla vita nazionale. Non è successo niente di tutto questo. Si può discutere sul “come” ma la sinistra si è sempre rialzata malgrado l’irrisione che la circonda in tanti commenti di saccenti analisti del giorno dopo.

LA BATTAGLIA ANTI-PD. Questa volta è più difficile. Non è più difficile perché hanno vinto Salvini e Di Maio. Mi dispiace che alcune figure dello spettacolo perdano tempo a elogiare ora l’uno ora l’altro. Il tema è che loro, i boys della nuova destra, sono riusciti a cogliere un malessere profondo e a unificarlo dentro una battaglia anti-establishment che si è identificata quasi esclusivamente in una battagli anti-Pd. Dobbiamo capire che in questa vendetta di massa sul Pd si esprime anche una tendenza storica del moderatismo del popolo.

IL PASSO FALSO DI RENZI. Noi siamo un Paese in cui la sinistra è sempre stata una importante minoranza, ma la somma di tutte le destre e di tutti i moderatismi si è fatta sempre invocando il pericolo del comunismo comunque camuffato. Berlusconi docet. La destra è riuscita a dire alla piccola borghesia urbana, ai disoccupati, ai poveri che la colpa delle loro sventure è sempre stato il “regime” delle sinistre. La colpa maggiore di Renzi è quella di aver facilitato questa credenza popolare con atteggiamenti e scelte che hanno reso reale questo spauracchio.

Di Maio e Salvini sono riusciti a cogliere un malessere profondo e a unificarlo in una battaglia anti-establishment che si è identificata quasi esclusivamente in una battagli anti-Pd

È come se fossero tornati per strada Johannes Pinnerberg, commesso disoccupato e sua moglie Emma Morschel, detta Lammchen, agnellino, della Berlino, raccontata da Hans Fallada, in cui i poveri e i neo-poveri guardavano i nazisti sfilare e cominciavano a fidarsi di loro. Noi non abbiamo di fronte i nazisti. Salvini e Di Maio sono destra radicale, hanno oggi molti voti che rapidamente potrebbero andare altrove, persino più a destra. O più a sinistra.

NON È UN PELLEGRINAGGIO. Il punto è tutto qui. Oggi sul Corriere Paolo Mieli, che condivide con Eugenio Scalfari la responsabilità di aver dato alla sinistra i suggerimenti più suicidi, dice che è moda ormai fra i dirigenti del Pd dire di voler andare «in mezzo al popolo» per ricevere applausi facili ma nella certezza che di «ritorno dal popolo» non troveranno più il loro partito. Temo e spero che abbia torto. Oggi si usano a vanvera espressioni o parole. Così come l’Aventino degli antifascisti è stato accumunato in modo colpevolmente negativo al diniego del Pd di fare cose con Di Maio e Salvini, l’«andare al popolo» sembra avere lo stesso significato del pellegrinaggio a Medjugorie.

UNA STRATEGIA CHE HA PAGATO. Non ci siamo capiti, ovvero non ci siamo spiegati. Non si va al popolo una tantum in gita, in processione. Si va e ci si resta. Le sinistre, parlo di tutte le sinistre occidentali, in cui comprendo il mio Pci, questo hanno fatto e così sono diventate forti e hanno governato. Questo stare col popolo ha permesso di individuare amici e nemici, battere i facinorosi, e fare spesso governi riformatori.

Oggi si usano a vanvera espressioni o parole e l’«andare al popolo» sembra avere lo stesso significato del pellegrinaggio a Medjugorie

Chissenefrega di sapere il nome del capo del Pd o se Renzi si è dimesso davvero o no. Il tema del Pd e degli altri è di fare un rivoluzione su se stessi di proporzioni inedite. Va in questa direzione l'appello per una Conferenza nazionale di discussione lanciato da Rossi, Chiti e Martini, tre presidenti, Rossi è ancora in carica, dell’unica regione in cui è sopravvissuta un “area rossa”.

L'OSSESSIONE COMUNISTA E SOCIALISTA. Andare verso il proprio popolo per la ricerca della leadership è stata l’ossessione dei capi comunisti, di Pietro Nenni e da ultimo di Bettino Craxi che tentò di fondare una cultura socialista democratica non debitrice nei confronti dei comunisti. Tutti, principalmente i socialisti, si imbatterono con il tema del governo e quando persero l’aggancio col popolo videro ridurre il peso delle loro leadership. Lo stesso è accaduto ai dirigenti del post-Pci e i risultati di LeU lo confermano.

VERSO UNA RIVOLUZIONE CULTURALE. Quella che serve la chiamerei “rivoluzione culturale” se questa espressione non avesse significato lacrime e sangue per il popolo e i comunisti cinesi, ma di una operazione di questo tipo si tratta. La rinascita sarà un processo lungo, si dovranno consumare molte scarpe. Solo se ci sarà un voto anticipato bisognerà interrogarsi come questo processo possa dare, strada facendo, un primo risultato unitario. Perché di questo si tratta: trovare una forma nuova di unità che si può fare in un solo partito o in due partiti affiancati.

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