Siria agli Usa: «Ci volete invadere come l’Iraq»

Redazione
21/08/2012

di Lorenzo Trombetta La Siria evoca l’Iraq, con il governo che definisce le preoccupazioni americane sull’uso delle armi chimiche un...

Siria agli Usa: «Ci volete invadere come l’Iraq»


di Lorenzo Trombetta

La Siria evoca l’Iraq, con il governo che definisce le preoccupazioni americane sull’uso delle armi chimiche un pretesto per invadere il Paese, come avvenne contro Saddam nel 2003.
Ma sul terreno le forze fedeli al presidente Bashar al Assad continuano indisturbate la loro «caccia ai terroristi», uccidendo secondo gli attivisti 183 persone, di cui almeno 40 giustiziate in modo sommario nei pressi della capitale.
Il presidente americano Barack Obama era stato esplicito nell’indicare la linea rossa che Assad non deve superare: il ricorso alle armi chimiche, di cui sono sono ricchi gli arsenali siriani per stessa ammissione di Damasco.
«Una storia pensata all’estero, che ci ricorda la storia dell’Iraq», ha risposto il vicepremier siriano Qadri Jamil, in riferimento alle accuse, poi rivelatesi infondate, formulate dall’allora segretario di Stato Usa Colin Powell all’Iraq di Saddam Hussein. «L’OCCIDENTE CERCA UNA SCUSA PER UN INTERVENTO ARMATO». «L’Occidente cerca una scusa per un intervento armato in Siria. Se questa scusa non funziona, ne troveranno altre», ha aggiunto Jamil da Mosca, dove è stato spedito per la seconda volta in meno di un mese al posto di rappresentanti governativi del calibro del vice presidente Faruq al Sharaa, ancora assente dalle scene dopo le voci sulla sua fallita fuga in Giordania, e del ministro degli esteri Walid al Muallim, anch’egli da giorni in odore di diserzione.
La Casa Bianca ha risposto affermando che «gli Stati Uniti vigilano costantemente sulle scorte di armi chimiche presenti in Siria e qualunque uso o tentativo di proliferazione sarebbe un grave errore».
Nel suo discorso Obama aveva però soprattutto inviato un messaggio di rassicurazione al principale alleato americano, Israele, da sempre preoccupato che con la caduta di Assad gli arsenali proibiti non siano più sotto controllo.
Nelle settimane scorse, il portavoce governativo di Damasco, Jihad Makdissi, aveva da una parte confermato la presenza di armi non convenzionali in mano al regime, ma dall’altra aveva assicurato che gli arsenali sono al sicuro, protetti dall’esercito governativo.
Che sul terreno non sembra così vittorioso, come invece raccontano l’agenzia ufficiale Sana e gli altri media di regime.
«NUMEROSI TERRORISTI UCCISI E ARRESTATI». «Numerosi terroristi uccisi e arrestati» sono i titoli di notizie che da giorni si alternano sulle pagine online della Sana e sugli schermi della tivù di Stato.
Dal canto suo, l’Esercito libero (Esl), formato da disertori e da civili in armi, ha annunciato il 21 agosto di aver conquistato oltre il 70% del territorio di Aleppo, dove la battaglia infuria da ormai un mese.
Difficile confermare sul terreno i proclami dell’uno o dell’altro fronte, anche perché i pochi giornalisti che si avvicinano al fuoco rischiano la morte, in taluni casi la incontrano.
MORTI GIORNALISTI AD ALEPPO. Come è accaduto il 20 agosto alla giornalista giapponese Mika Yamamoto, uccisa forse da elementi governativi e come sarebbe successo al cameraman turco Cuneyt Unal, sul cui decesso, annunciato il 21 agosto da al Jazeera, non ci sono ancora conferme.
Lontano dalle telecamere professionali ma immortalati dai videoamatori siriani giacciono invece le decine di corpi senza vita di giovani e meno giovani giustiziati sommariamente dall’esercito governativo a Muaddamiya – sobborgo a Sud-ovest di Damasco, dal 20 agosto sotto i colpi dell’artiglieria governativa e delle raffiche di mitra di elicotteri – e a Herak, località nei pressi del capoluogo meridionale di Daraa.
Gli attivisti denunciano un nuovo orribile massacro, con decine di cadaveri rinvenuti negli scantinati di almeno due negozi a Muaddamiya e nel sotterraneo della locale moschea di Omar e puntano il dito contro i soldati governativi, penetrati protetti da carri armati e blindati e poi ritiratisi lasciando dietro di sé case e negozi in fiamme.
In serata, fonti militari anti-regime hanno detto alla Reuters che le forze di Damasco «hanno riposizionato 30 bombardieri Su-22», capaci di sganciare bombe da 400kg, nelle basi di Hama, Tabaqa e Dayr az Zor da dove «possono colpire con facilità obiettivi a Homs, Aleppo, Idlib e la stessa Dayr az Zor» ma al momento l’informazione non può essere verificata in modo indipendente. Se fosse vero, ci si dovrebbe preparare a una ulteriore drammatica escalation.

(ANSA).