Siria, la caduta di Assad è sempre più lontana

Armando Sanguini
16/08/2017

La priorità data dall'Occidente, Usa in primis, alla politica anti-terroristica contro Isis e Al Qaeda ha ridato forza al leader siriano. Che ora vede meno ombre sul suo futuro.

Siria, la caduta di Assad è sempre più lontana

L’incombenza della complessa questione Libia-migranti-Ong ha fatto ombra a una notizia riguardante la Siria che pure avrebbe meritato e merita un’attenzione specifica anche per le implicazioni che ne possono derivare. Un’allarmata presa di posizione da parte di Carla Del Ponte, ex procuratrice generale del Tribunale penale internazionale dell’Aja e ora membro della Commissione indipendente di inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria. Ma andiamo con ordine.

QUELLA TASK FORCE SUI CRIMINI DI GUERRA. Nel dicembre scorso era stata accolta con particolare favore l’istituzione, da parte dell’Assemblea dell’Onu, di una task force incaricata di indagare sui crimini di guerra e sulle violazioni dei diritti umani perpetrati in Siria. Nell’occasione, l’ambasciatore del Liechtenstein al Palazzo di vetro, che ne aveva assunto l’iniziativa, aveva dichiarato: «Abbiamo troppo spesso e troppo a lungo ritardato un'azione significativa sulla responsabilità […] l’inerzia delle Nazioni unite ha inviato il segnale che chi commette crimini di guerra o contro l’umanità viene tollerato senza conseguenze».

LA ACCUSE E LE DIMISSIONI DI DEL PONTE. A tale Task Force veniva affidato il compito di raccogliere, conservare e analizzare le prove delle responsabilità in coordinamento con la predetta Commissione indipendente d’inchiesta creata nel 2011 dal Consiglio dei Diritti umani (Ginevra). Ebbene, a distanza di 7 mesi dall’istituzione della Task force è venuta la doccia gelata delle dimissioni dalla Commissione di inchiesta annunciata ufficialmente da Carla Del Ponte e soprattutto delle sue motivazioni: l’aver riscontrato – sono le sue parole – che vi sono prove a sufficienza per condannare per crimini di guerra il presidente siriano Bashar al Assad, ma che a causa del veto posto posto dalla Russia presso il Consiglio di sicurezza alla creazione di un Tribunale internazionale ad hoc, «non vi sarà né un atto d’accusa né una Corte che si occupi di reati compiuti durante la guerra civile siriana». E ancora: «Senza giustizia in Siria non ci sarà mai la pace e quindi non vi potrà essere alcun futuro […] non ho mai visto un conflitto così violento […] le mie dimissioni (effettive dal 18 settembre) vogliono essere anche una provocazione per mettere sotto pressione il Consiglio di sicurezza che deve rendere giustizia alle vittime».

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Giudizio duro su Bashar e fosche prospettive per la Siria, dunque. Intendiamoci, chiunque abbia seguito anche superficialmente l’andamento della crisi siriana e del suo incrocio con l’irruzione dell’Isis e di Al Qaeda, non aveva certo bisogno della presa di posizione della Del Ponte per essere avvertito delle atrocità commesse dal regime di Bashar al Assad nei riguardi dei manifestanti che a mani nude, nel 2011, si permisero di scendere nelle strade siriane per reclamare riforme e democrazia. con la mutazione della protesta in vera e propria guerra civile, poi, vennero eseguiti dei veri e propri massacri.

MASSACRI RIMASTI IMPUNITI. Basti pensare al numero dei morti (3/400 mila) e degli sfollati, a milioni; all’orrenda strage del 2013 condotta con l’arma chimica; all’immobilizzazione del Consiglio di sicurezza causata dall’ostruzionismo russo e in parte cinese; al massacro di Aleppo; all’atteggiamento contradditorio dello stesso Obama che, dopo aver affermato a più riprese che Bashar al Assad doveva andarsene e aver minacciato una sua esemplare punizione qualora avesse oltrepassato la «linea rossa» dell’uso dell’arma chimica, ha poi aggiustato il tiro, accettando il noto negoziato sulla distruzione degli arsenali chimici e attestandosi su una posizione progressivamente più sfumata sulla sorte da riservare a Bashar. Si ricorderà in proposito come la stessa Riyad abbia clamorosamente rifiutato di entrare a far parte del gruppo dei membri non permanenti del Consiglio per l’inazione della Comunità internazionale.

Certamente l’irruzione dell’Isis nel 2014 ha alterato lo scenario della crisi siriana al punto da monopolizzare l’attenzione e le preoccupazioni della Comunità internazionale e relegare in secondo piano la macchia criminale gravante su Bashar al Assad

Certamente l’irruzione dell’Isis nel 2014 ha alterato lo scenario della crisi siriana al punto da monopolizzare l’attenzione e le preoccupazioni della Comunità internazionale e relegare in secondo piano la macchia criminale gravante su Bashar al Assad; ma non era già scritto nelle pagine della storia che stante tale priorità si dovesse allentare il sostegno alle forze di opposizione e soprattutto lasciare il passo all’intervento militare di Mosca (settembre 2015) che ha mutato drasticamente la direzione della guerra civile e, di conseguenza, anche le prospettive del negoziato sul futuro della Siria?

LA PRIORITÀ ANTI-TERRORISTICA DI TRUMP. Il passaggio, poi, delle redini della Casa Bianca nelle mani di Trump ha contribuito decisamente ad accelerare senso e portata della priorità anti-terroristica, Isis in testa, ma anche Al Qaeda, con un’importante aggiunta: il contenimento delle ambizioni iraniane nella regione e, nello specifico, in Siria, attraverso il robusto sostegno alla causa di Bashar da parte delle Guardie rivoluzionarie, di Hezbollah libanesi e altre milizie. E di questo perimetro di priorità vediamo gli esiti: da un lato, con la conquista di almeno il 45% di Raqqa, il caposaldo dell’Isis siriano dopo la liberazione di Mosul in Iraq, con le truppe dello Sdf (esercito di liberazione composto da curdi e arabi); dall’altro con le intese che si stanno consolidando per il Sud-Ovest della Siria e che puntano, per la parte americana e i suoi alleati regionali, a contrastare il disegno iraniano di porre sotto controllo l’asse che dal Libano porta all’Iran attraverso la Siria e l’Iraq.

E Bashar al Assad? Si deve rilevare che la notizia della forte denuncia della Del Ponte nei riguardi del leader siriano si incrocia con la constatazione che nel frattempo questi sta alzando l’asticella delle sue ambizioni, sia attraverso il consolidamento della sua autorità sulla cosiddetta 'Siria utile', l’area più sviluppata del Paese, sia facendo passi in avanti alla volta della riconquista dell’altra parte dello Stato. Ci vorrà del tempo, certo; Raqqa non è stata ancora liberata e vi è da bonificare la parte del territorio sul quale è l’Isis in primis ma anche Al Qaeda sono ancora belligeranti; esistono forze di opposizione che pur 'moderate' puntano a farsi valere in sede di negoziato sulla transizione; esiste un serio problema di rapporti con la componente curda.

BASHAR NON PIÙ COSTRETTO AD ANDARSENE. Ma non si può non riconoscere che la lotta contro il terrorismo di marca americana rischia di giocare tutta a favore delle rinate ambizioni di Bashar che, adesso come non mai, negli ultimi sei anni vede ormai snervarsi la pre-condizione negoziale della sua esclusione dalla transizione in corso a Ginevra. È di questi giorni, infatti, la notizia che l’amministrazione Trump ha lasciato comprendere come tale pre-condizione sia da considerarsi, di fatto, superata, nel senso che la politica di Washington non è puntata al rovesciamento del regime, bensì alla sconfitta delle forze del terrore e, detto sottovoce, il contenimento,se non proprio il contrasto, delle ambizioni iraniane.

PURE L'ARABIA SAUDITA SI È ACCODATA. Naturalmente Washington non vuole abbandonare le forze di opposizione che stanno combattendo a Raqqa e dintorni, ma prende atto delle condizioni belliche sul terreno e dei suoi inesorabili riflessi al tavolo negoziale di Ginevra. Colpisce che la stessa Arabia saudita si stia accodando, seppure a denti stretti, seppure dichiarando che Bashar non potrà governare la transizione; ma anche per quella monarchia è oggi più importante fermare l’Iran e lavorare perché il processo di transizione siriano porti a un certo riequilibrio in termini di appartenenza religiosa. Bashar ringrazia, naturalmente. E la Del Ponte, che ha già dichiarato essere pronta a candidarsi alla testa del Tribunale, se verrà istituito e in tempi utili, si prepara a rilanciare la sua offensiva di giustizia.