Armando Sanguini

Siria, l'ombra del caos libanese sulla ricerca di una via politica

Siria, l’ombra del caos libanese sulla ricerca di una via politica

24 Novembre 2017 15.22
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Fino a poco tempo fa si diceva che in Siria era in corso una conflittualità armata di tutti contro tutti, direttamente e/o per interposta persona. Adesso si può dire che pur in un contesto di ben più bassa conflittualità, tutti dicono di voler parlare con tutti, direttamente e/o per interposta persona. Perché quanto avviene sul terreno militare dice che è tempo ormai che il focus sulla Siria si sposti dal campo della guerra a quello della ricerca di una soluzione politica. Lo hanno evidenziato i contatti diplomatici fra i vari protagonisti, attori e comprimari della drammatica vicenda siriana. Basti pensare, tra i tanti, all’incontro Putin-Trump del 9 novembre 2017 in Vietnam e della dichiarazione congiunta diffusa in proposito con la quale per l’appunto si sottolineava come la crisi siriana non potesse che avere una soluzione politica.

SCHEMA NEGOZIALE WINWIN. E dunque uno schema negoziale sufficientemente win-win per tutte le potenze coinvolte da risultare sostenibile pur nella consapevolezza che un siffatto schema assomigli molto a una quadratura del cerchio: le agende di Turchia, Iran e Damasco non coincidono e Mosca ha già saggiato la difficoltà di farle quagliare nel momento in cui ha dovuto rinviare la riunione destinata all’apertura del “Congresso per il dialogo nazionale siriano” programmata per il 18 novembre 2017 a Sochi per un duplice rifiuto: della Coalizione nazionale siriana, sostenuta da Ankara che non vuole la partecipazione dell’Ypg curdo, da un lato, e dell’Alto comitato negoziale delle forze di opposizione, appoggiato dall’Arabia Saudita, dall’altro.

La riunione è stata riprogrammata per il 2 dicembre, cioè dopo la sessione di Ginevra fissata il 28 novembre dove tutti sperano, con agende diverse, di far maturare un utile livello di convergenze/compensazioni tra i partecipanti. Ciò non è poco se si considera per esempio come il destino dei curdi, co-protagonisti della sconfitta dell’Isis ma invisi ad Ankara, costituisca un nodo non indifferente; come la delimitazione dell’influenza del binomio Iran-Hezbollah ne costituisca un altro ancor più stretto; per non parlare del futuro di Bashar al Assad, tornato comprensibilmente baldanzoso, e del percorso che si vuole aprire per il futuro di questo Paese che dietro lo schermo ufficiale di un processo di “normalizzazione/riconciliazione” nasconde la prospettiva di un condominio di influenze, se non proprio di servitù, regionali-internazionali.

MEDIAZIONE A GINEVRA. L’orizzonte che si ha di fronte corre tra la mediazione in atto che guarda a Ginevra come sede istituzionale universale e a Staffan de Mistura come suo rappresentante e quella che da Astana guarda ora a Sochi ed è imperniata sulla triade Mosca, Teheran e Ankara e a latere Damasco, e aperta ad altre presenze. Corre quasi sul filo di una competizione se pensiamo che a fronte dell’annuncio fatto da Staffan de Mistura che nella seduta del 28 novembre a Ginevra si discuterà della nuova Costituzione siriana e delle elezioni siriane, si è risposto da parte moscovita il precitato Congresso il dialogo nazionale siriano del 2 dicembre affronterà due temi che vi sono strettamente correlati: la formazione di un comitato incaricato di introdurre le riforme costituzionali e l’individuazione del responsabile, singolo o collegiale, della conduzione del Congresso stesso.

Non solo. A stretto giro di calendario è stata fissata per l’8 dicembre una nuova sessione di lavoro a Ginevra. Un paradosso se si tiene conto del fatto che nell’uno e nell’altro caso il principale protagonista è sempre Putin, ragno di una rete multibilaterale, nella quale è entrato Bashar al Assad in visita a Sochi per “rendere grazie” al determinante alleato russo; nella quale è stato invitato virtualmente, cioè per telefono, il re saudita Salman e poi il presidente egiziano Al Sisi e il premier israeliano Netanyahu.

AMBIZIONI GEOSTRATEGICHE. Vi si è posato, sulla rete, anche il presidente Trump per un colloquio di oltre un’ora, a dimostrazione dell’attenzione che il Cremlino sa di dover riservare al suo vero interlocutore quando si tratti delle sue ambizioni geostrategiche che vanno ben oltre la Siria e la stessa regione Medio orientale.

Ed è interessante notare come tutti questi contatti siano avvenuti prima dell’incontro di Putin con i leader dell’Iran e della Turchia del 22 novembre, quasi a voler prendere le misure della tela finale da tessere, intanto in vista del 28 a Ginevra. E a spargere semi di credibilità nell’enfasi e nella ripetitività di espressioni quali “indipendenza, integrità territoriale, processo negoziale omni-inclusivo, rispetto della volontà popolare, eccetera” a copertura del vero copione dei diversi e divergenti interessi in gioco che si sfoglierà nel calendario negoziale dei prossimi giorni.

FRONTE DI OPPOSIZIONI SIRIANE. La conferenza stampa tenuta da Putin, Rohani ed Erdogan il 22 novembre a Sochi ne è stata un’illuminante rappresentazione sotto la bandiera della pace e della stabilità della Siria “liberata” dal terrorismo mentre a Riad si sta lavorando a una piattaforma comune tra lo sciame delle forze di opposizione siriane in vista sia di Ginevra che del già citato Congresso.

Su questo sfondo non stupisce che abbia avuto tanto risalto e abbia suscitato non poca preoccupazione la vicenda del premier libanese Hariri che da Riad, ospite o sequestrato non è stato ancora chiarito, ha annunciato le sue dimissioni giustificandole con generiche minacce ricevute e soprattutto con la forte denuncia dell’ormai intollerabile azione destabilizzatrice di Teheran e del sodale Hezbollah, in Libano e nell’intera regione.

LEGA ARABA RIUNITA IN EMERGENZA. Vicenda che si è incrociata, esaltandola, con quella del lancio del missile sulla capitale saudita per mano degli Houthi yemeniti che Riad ha voluto leggere come un atto di guerra compiuto per interposta persona da Teheran e da Hezbollah libanese. Col corredo di una riunione d’urgenza della Lega araba che ha ribadito le stesse accuse saudite, tacciando di terrorismo Hebollah militare. Un’azione platealmente mirata a richiamare l’attenzione della Comunità internazionale sulla necessità di contrastare la temibile aggressività di questi attori regionali nella fase in cui si apre la nevralgica fase negoziale sul futuro della Siria. Vedremo nei prossimi giorni se quest’operazione porterà i frutti attesi e, se sì, in quale misura, anche sulla scorta dell’emersione della convergenza con Tel Aviv e della strategia di contrasto all’Iran portata avanti da Trump. Lo vedremo.

Intanto ne avremo un primo riscontro da Hariri che dopo la sosta a Parigi propiziata da un Macron col dito puntato contro il programma missilistico iraniano, e il passaggio al Cairo e a Cipro, è tornato in patria accolto con manifesto affetto/sollievo dal presidente Aoun e con un impressionante entusiasmo popolare. I suoi primi atti sono stati emblematici: ha voluto recarsi, significativamente, alla tomba del padre, la cui morte è stata da molti addebitata, come noto, a uomini di Hezbollah; ha fatto sapere di aver accolto l’invito di Aoun di sospendere le sue dimissioni e ha soprattutto fatto riferimento alla necessità di una «politica di neutralità rispetto a tutto ciò che possa mettere in discussione la stabilità interna e i rapporti fraterni col popolo arabo».

RIMODULAZIONE DI ALLEANZE DI GOVERNO. Sono parole che sembrano esprimere, seppure con un tono pacato ma non per questo meno deciso, una sostanziale linea di coerenza con quanto da lui dichiarato nei 15 giorni di assenza dal Paese: un monito per Hezbollah e Teheran, certo, nel segno di una potenziale rimodulazione dell’alleanza di governo. Ma anche un’indicazione per l’Arabia Saudita e per la Lega araba. Sarà ascoltato? Difficile.

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