Mauro Pompili

Siria, l'ombra della pulizia etnica sulle evacuazioni

Siria, l’ombra della pulizia etnica sulle evacuazioni

19 Aprile 2017 13.00
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da Beirut

Dopo anni vissuti da prigionieri nelle loro stesse città, gli abitanti di alcuni villaggi siriani sono stati uccisi proprio a un passo dalla libertà, da un attentato suicida che ha colpito i pullman verdi incaricati, in base a un accordo tra governo e miliziani, di evacuare le zone minacciate dall'Isis. La tragedia, però, non ha fermato le lunghe colonne di autobus che hanno ripreso ad attraversare la Siria in lungo e in largo.

«UN ENORME LAGER». Fatima vive in Libano, ma parte della sua famiglia è rimasta in Siria. «Sono molto preoccupata per mia sorella, bloccata nell’assedio di Zabadani», dice a Lettera43.it. «È rimasta lì con suo marito e i due figli. Le poche volte che riusciamo a comunicare mi racconta che gli sembra di essere in un enorme campo di concentramento. Non hanno quasi cibo né medicinali. Un suo vicino di casa è stato operato di appendicite senza anestesia, poi è morto perché non c’erano antibiotici». Alcune città nel Paese sono sotto assedio dal 2013 e si contano ormai centinaia di civili (molti sono bambini) morti di fame, disidratazione o per la mancanza di cure mediche elementari.

RESPONSABILITÀ CONDIVISE. La responsabilità di questa tragedia è equamente distribuita tra i diversi attori del conflitto. Secondo le Nazioni Unite, circa 200 mila persone sono tenute in ostaggio dall’esercito di Bashar al Assad e altrettante sono nelle mani di Isis, Hayat Tahrir al-Sham (già Fronte al-Nusra ndr) e altri gruppi armati minori. Ma altri operatori umanitari parlano di quasi 2 milioni di siriani prigionieri nelle loro case in aree di conflitto senza la possibilità di essere raggiunti dagli aiuti. Negli ultimi due anni alcuni villaggi e città sono stati liberati da questa morsa in seguito ad accordi tra le forze di Assad e i gruppi armati coinvolti, come quello che ha riguardato Aleppo a dicembre.

Le intese sono state raggiunte grazie alla mediazione delle Nazioni Unite, ma hanno visto un ruolo decisivo del Qatar sul versante dei miliziani e di Russia e Iran per quanto riguarda il governo. Punti centrali di tutti gli accordi raggiunti sono l’evacuazione dei civili sostenitori delle milizie, o a seconda dei casi, dell’esercito e la fuoriuscita sicura dei miliziani, obbligati ad abbandonare gli armamenti pesanti e a lasciare la zona con le sole armi leggere. L’accordo di metà aprile per evacuare al-Foua e Kfarya, a maggioranza sciita e in mano al governo in una regione controllata dai ribelli, e Madaya e Zabadani, sunnite e controllate dai miliziani vicino al confine libanese, è solo l’ultimo in ordine di tempo. Più di 30 mila persone sono pronte a partire protette da una fragile tregua, che ha avuto inizio con uno scambio di prigionieri tra i ribelli e le forze governative.

EVACUATI SUI BUS. Tutti i 16 mila residenti di al-Foua e Kfarya sono obbligati a lasciare le loro case per raggiungere aree controllate dal governo nelle provincie di Aleppo, Latakia o Damasco. Sull’altro fronte i civili di Madaya e di Zabadani potranno scegliere se restare o partire per raggiungere la provincia di Idlib ancora in mano ai miliziani delle diverse bande armate. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani 5 mila persone hanno già lasciato al-Foua e Kfarya, tra loro 1.300 combattenti filo-governativi, e 2.200 Zabadani e Madaya, tra i quali 400 miliziani. Altri 3 mila civili sono pronti a partire. Uomini, donne e bambini, caricati su autobus, alla televisione siriana raccontano la disperazione nel lasciare le loro case, senza la certezza di poter tornare. «Appena ho visto i bus ero felice, ero libero, poi ho pensato che non sarei più tornato al mio villaggio e mi è salita l’angoscia. Ho iniziato a piangere e sono svenuto», sono le parole di Abu Hussein, di Zabadani.

SICUREZZA O PULIZIA ETNICA? Secondo il governo queste evacuazioni sono il modo migliore per porre fine agli assedi senza combattimenti sanguinosi e drammatici per i civili. «Sono misure temporanee e i cittadini torneranno alle loro case quando i terroristi saranno sconfitti», assicura Assad. Ma c'è chi le ritiene operazioni di pulizia etnica – al pari di quelle messe in atto altrove dalle forze curde, che secondo indiscrezioni espellono la popolazione araba dalle zone strappate all'Isis – destinate a cambiare in modo radicale la mappa multireligiosa della Siria. Solo la storia dirà se i civili di Aleppo, Zabadani, Homs e delle altre città torneranno mai alle loro terre. E se il popolo siriano sarà capace di ricostruire le basi per una convivenza civile.

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