La Siria rischia di diventare teatro di altri massacri

La tregua nel Paese è già andata in pezzi e molte organizzazioni umanitarie temono il pericolo di uno scenario apocalittico: dalla guerra contro i ribelli al ritorno dell'Isis, ecco i fronti aperti.

07 Maggio 2019 10.30
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Alcune organizzazioni umanitarie paventano già il rischio di uno scenario apocalittico riferendosi ai venti di guerra che hanno cominciato a soffiare di nuovo in Siria, questa volta nell’area di Idlib-Hama, nel Nord-Ovest del Paese dove hanno trovato rifugio, provocando poco meno di 80 morti in 72 ore e l’esodo forzato di circa 150 mila siriani negli ultimi 7 giorni.

In uno Stato che ha sofferto una strage dopo l’altra – si pensi anche solo ad Aleppo – l’espressione “scenario apocalittico” può risultare abusata, ma solo perché questo Paese sta vivendo da 8 anni ormai una dinamica di portata apocalittica, umanamente parlando e non solo. Certo è che questa temibile prospettiva è tutt’altro che remota. È dal settembre dello scorso anno infatti che su quell’area grava una pesante minaccia di morte e distruzione. Vero è che allora era intervenuta un’intesa Ankara-Mosca con l’interessata benedizione di Teheran – un esempio di “diplomazia responsabile” era stata qualificata da Mohammad Javad Zarif, il ministro degli Esteri iraniano – che l'aveva in qualche modo congelata sul presupposto che avesse successo la concordata bonifica dell’area dalle fazioni jihadiste più radicali, messa in carico soprattutto alla parte turca. Ma purtroppo quell’esito, già in dubbio fin dall’inizio, si è andato rivelando di difficile conseguimento e ha quindi finito per franare. E, con essa, la tregua è andata inesorabilmente in pezzi.

L'OFFENSIVA CONTRO I RIBELLI E IL RISCHIO PER I CIVILI

Altrettanto inesorabilmente è cominciata la temuta, dura, offensiva contro i gruppi ribelli più irriducibili tra i quali giganteggia il poderoso Hay'et Tahrir al-Sham (Hts), composto da una congerie di milizie assai ben addestrate che includono anche quelle già affiliate ad al Qaeda. Si tratta di un’offensiva che sta vedendo le forze armate di Damasco e quelle aeree di Mosca impegnate in attacchi aerei, di lanci di bombe a grappolo e pesanti interventi d’artiglieria; un fuoco incrociato che non ha risparmiato neppure strutture sanitarie e scuole che in larga misura hanno dovuto sospendere ogni attività. Tutto ciò in un’area in cui alcune centinaia di migliaia di persone – su un totale di oltre 3 milioni – vivono in campi di raccolta profughi e dove già da tempo prevalgono condizioni di vita estremamente precarie.

La Siria torna dunque ad essere teatro di una guerra guerreggiata dove i civili appaiono destinati a ingrossare le fila delle vittime

Per scongiurare il peggio si sta invocando l’intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma non sembra che sussistano le condizioni per fermare l’offensiva di questi primi giorni di maggio che sia Damasco che Mosca considerano pienamente legittimate dalle «ripetute violazioni dell’accordo di de-escalation», quello già citato del settembre scorso.
La Siria torna dunque ad essere teatro di una guerra guerreggiata dove i civili appaiono destinati a ingrossare le fila delle vittime anche perché usati, come sempre più spesso avviene nei conflitti attuali, da come scudi umani dall’una o dall’altra parte dei contendenti.

FRIZIONI TRA USA E TURCHIA PER LA QUESTIONE CURDA

Ma se l’epicentro del conflitto è ora concentrato nell’area di Idlib-Hama, altri focolai conflittuali continuano a preoccupare. Tra questi il più rilevante riguarda l’area ad Est dell’Eufrate, ricca di risorse energetiche e non solo, che pur tra tante incertezze continua a essere controllata da una compagine militare a guida americana integrata milizie curde e arabe. Su quest’area incombe infatti la minaccia di Ankara avverso i curdi che, formidabili alleati degli Usa nella vittoria sull’Isis, sono considerati da Ankara dei terroristi e dunque una minaccia da eliminare con la forza, in quanto reputati essere una costola del Pkk, la nota organizzazione paramilitare curda in odore di terrorismo tutti o quasi i Paesi.

Ebbene, la questione dei curdi in Siria continua ad essere terreno di scontro – per ora più diplomatico che militare, va detto – tra Washington e Ankara. Da un lato gli Usa che hanno cercato di attenuare se non proprio di dissolvere le preoccupazioni turche proponendo la messa in opera di pattuglie congiunte e l’impegno ad evitare incursioni curde dalla Siria. Dall’altro la Turchia che vorrebbe invece poter esercitare un controllo diretto su uno spazio di 32 Km in territorio siriano, peraltro liberato dalla presenza curda, minacciando a sua volta di intervenire militarmente per ottenerlo.

Washington ha deciso che una dura politica anti-Iran/Assad rappresenta un obiettivo di maggior valore che non la sua relazione con la Turchia di Erdogan

Il rifiuto a fare concessioni da entrambe le parti rispecchia una scelta di fondo: Washington ha deciso che una dura politica anti-Iran/Assad rappresenta un obiettivo di maggior valore che non la sua relazione con la Turchia di Erdogan, ormai considerata pressocchè inaffidabile. Ankara per contro ha scelto la strada del confronto con i curdi perché ritenuta più vitale per i suoi interessi. La risultante è che anche nel corso dell’ultimo incontro fra le due parti non è stato raggiunto alcun accordo; col rischio che si possa accendere un incidente che apra la strada a un vero confronto che nessuno dei due, in particolare la Turchia, vuole sperimentare.

SULLO SFONDO L'ISIS TORNA A FARE PAURA

Intanto riaffiora la minaccia dell’Isis che non solo non demorde ma mostra di essere ancora in grado di colpire. E il video di Abu Bakr al Baghdadi aggiunge un fattore di criticità che sarebbe erroneo sottovalutare. Non lo fa del resto l’amministrazione americana che col passare delle settimane sembra aver messo in ombra la “decisione” di ritirare/ridurre il proprio contingente anche alla luce del rifiuto degli alleati di prenderne il posto, neppure parzialmente. In tutto questo panorama tutt’altro che confortante Mosca sembra in difficoltà, sia in relazione alla composizione del comitato che dovrebbe finalizzare il nuovo testo costituzionale sulla cui base impostare un possibile ricorso alle elezioni politiche – l’ultima riunione condotta al riguardo a Ginevra sotto la guida russa tra regime e opposizione è rimasta inconcludente – sia per rapporto alla ricerca di un sostegno finanziario da parte occidentale in materia di ricostruzione del Paese.

Servirebbero almeno 350 miliardi di dollari sui quali la Russia vorrebbe poter contare nella prospettiva di vederli riversati a favore delle sue imprese assegnatarie dei pertinenti contratti infrastrutturali. Soldi che da parte europea non si è disposti a dare nelle attuali condizioni ampiamente conflittuali e per la scarsa, per usare un eufemismo, collaborazione da parte di Damasco per favorire il ritorno dei rifugiati siriani, nel convincimento che siano in gran parte degli oppositori del regime. L’attacco ad Iblib-Hama risponde anche all’esigenza di far recuperare al regime di Damasco quell’area nevralgica del Nord Ovest per poi dedicare gli sforzi residui al quadrante ad Est dell’Eufrate e dunque alla mediazione con gli USA che mentre sta dando la caccia agli ultimi gruppi dell’Isis, accresce la pressione su Teheran e, come detto prima, sta portando avanti un duro braccio di ferro con Ankara, i due alleati di Mosca.

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