Siria, un calcio alla guerra

Giorgio Caccamo
26/08/2012

In nazionale i fedeli di Bashar.

Siria, un calcio alla guerra

In Siria è guerra civile. Il numero dei morti, da quando sono scoppiate le rivolte nel marzo 2011, è imprecisato, tra i 15 e i 20 mila. O addirittura 23 mila, secondo le ultime stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani.
Le vittime sono civili, disertori e soldati. Muoiono i ribelli e i dissidenti, donne e bambini, anche i giornalisti, siriani e stranieri, che raccontano le violenze. Le forze fedeli al presidente Bashar al Assad fanno poche distinzioni.
Ma se la comunità internazionale è pronta a denunciarli, senza far nulla in concreto per fermarli, c’è chi finge che tutto vada bene. Sui campi di calcio, pare che l’eco della guerra civile non sia arrivata. O almeno questo è quel che prova a far credere il regime.
NAZIONALE IN INDIA PER UN TORNEO. Così una nazionale giovanile siriana è partita per l’India a rappresentare il Paese nell’edizione 2012 della Nehru Cup. Un torneo di poco conto, tra nazionali di terza fascia (ci sono anche Maldive e Nepal), a parte il Camerun che comunque si presenta con riserve per lo più sconosciute.
I calciatori siriani sono però, se possibile, ancor meno noti, con scarsissima esperienza. Il team manager Mwafak Fathallah l’ha definita «la nazionale del futuro», nonostante sia reduce dal fallimento nelle qualificazioni all’Olimpiade di Londra 2012. Già questo basterebbe a smentire gli entusiasmi e la propaganda di Damasco: l’allenatore era il portoghese Rui Almeida, tornato in Siria a marzo dopo aver abbandonato il Paese nell’estate 2011. Il motivo? Il peggioramento della crisi, la stessa ragione che ha indotto ad abbandonare il team olimpico anche il suo successore Haitham Jatl, voce critica nei confronti del regime. Ora in panchina, dal 7 luglio, c’è Marwan Khoury.
IL REGIME PREDICA LA NORMALITÀ. Il regime però insiste con la sua propaganda ‘pallonara’, come a dire: in Siria va tutto bene, la situazione è sotto controllo ed è possibile inviare i giocatori all’estero a farsi onore.
Ma com’era prevedibile, il torneo è iniziato male, con una sconfitta (2-1) mercoledì 22 agosto contro i padroni di casa dell’India, il cui allenatore, l’olandese Wim Koevermans – campione d’Europa nel 1988 – alla vigilia aveva ammesso di non saperne granché delle potenzialità dei siriani, pur concedendo, con una frase di circostanza, che «il loro calcio è attualmente uno dei migliori dell’Asia». Eppure la Siria è 21esima nel Continente e 147esima al mondo, appena sopra al Liechtenstein.

Sugli spalti sostegno al presidente Bashar al Assad

In India il torneo dovrebbe essere solo una manifestazione sportiva, ma così evidentemente non è, se le autorità indiane hanno approntato, già prima che il torneo iniziasse, uno scrupoloso sistema di sicurezza intorno al Jawaharlal Nehru stadium di New Delhi. E le precauzioni non sono ingiustificate, visto che l’evento sportivo è diventato per gli spettatori sugli spalti il pretesto per sventolare bandiere siriane e inneggiare ad Assad.
La propaganda è servita: i ragazzi di Fathallah rappresentano l’uomo forte di Damasco. Molti di loro sono giovanissimi, 10 non hanno mai giocato in nazionale. Non li conosce quasi nessuno, nel calcio che conta: giocano in patria, per la maggior parte nell’al-Shorta e nell’al-Jaish, i club della polizia e dell’esercito nella capitale. L’unico ‘straniero’ è il 20enne Mardik Mardikian, esponente della minoranza armena finito in Bahrein.
IN PORTA C’È IL VETERANO DISSIDENTE. Ma in squadra c’è anche il veterano Mosab Balhous che in nazionale ha giocato 75 volte (gli altri 19 convocati, insieme arrivano a 64). Il 28enne portiere dell’al-Wahda che per anni ha giocato nell’al-Karamah, squadra di Homs, ‘capitale’ della dissidenza. Qui, soprattutto nel quartiere di Baba Amr, le sciarpe blu-arancio dell’al-Karamah sono simbolo di rivoluzione tanto quanto il nero-bianco-verde dei ribelli.
In una settimana, tra febbraio e marzo, le forze di Assad hanno ucciso due calciatori dell’al-Karamah, Ahmad Hashim Swidan e Abdulrahman Sabouh.
NEL 2011 FU ARRESTATO DAI LEALISTI. Balhous era stato arrestato nel 2011 dalle forze lealiste con l’accusa di aver finanziato e dato rifugio a «bande armate». Una storia misteriosa: i dissidenti, in primis un altro portiere a capo della rivolta, Abdelbasset Saroot, temevano che il 28enne fosse morto, dal momento che non si avevano sue notizie da mesi. Era stato aperto anche un gruppo su Facebook per chiedere il suo rilascio. E invece ecco che a difendere la porta della nazionale, anche nella coppetta di New Dehli, è tornato Balhous. E dalla formazione ‘ribelle’ dell’al-Karamah arrivano anche altri due giovani Alaa al Shbli e Hani al Tayar.
IN SQUADRA ANCHE I FEDELI DEL RAÌS. Assad e i suoi fedelissimi possono consolarsi con il resto della nazionale agli ordini di Khoury. Cinque giocano nell’al-Shorta. Altrettanti – compreso il curdo Ahmed al-Salih, già capitano della nazionale olimpica – vestono la maglia della squadra per cui tifa il presidente, l’al-Jaish di Damasco, così legato all’esercito da fornire uomini alla Quarta divisione corazzata.
Il club, insieme con l’al-Wahda e l’al-Majd, è di casa allo stadio Abbasiyin della capitale, dove gioca anche la nazionale. Ma per la Fifa, la Federazione mondiale del calcio, quello stadio, simbolo del potere di Assad, non è più sicuro e la federcalcio siriana ha dovuto cercare ospitalità in Giordania per la qualificazione ai Giochi britannici.
Nel frattempo, il regime aveva trovato un’altra destinazione d’uso per l’Abbasiyin: luogo per esercitazioni militari e, denunciano i dissidenti, per la detenzione illegale e la tortura dei ribelli.
AD ALEPPO LO STADIO PER BASIL. Un altro giocatore, Zakaria al Omari, gioca nell’al-Ittihad di Aleppo, una squadra non troppo sgradita al presidente: quando nel 2007 fu inaugurato il nuovo e modernissimo Aleppo international stadium da 75 mila posti (costato 30 milioni di dollari), Assad era in tribuna a godersi lo spettacolo dell’amichevole tra l’Ittihad e i turchi del Fenerbahçe, insieme con il primo ministro di Ankara Recep Tayyip Erdogan. Lo stadio fa parte del complesso sportivo intitolato a Basil al Assad, il fratello maggiore del raìs morto nel 1994.

La Fifa non è l’Onu: penalità per chi non rispetta le regole

Per Bashar il successo sui campi di calcio è fondamentale, come per ogni dittatore, per dimostrare che il Paese è normale. Per raggiungere certi risultati, la Siria non si è fatta neanche scrupolo di truccare le regole.
A novembre 2011, in una partita di qualificazione contro il Libano per un torneo Under 19, scesero in campo sei calciatori con i documenti falsificati appositamente dalla Federcalcio.
Ma la Fifa non è l’Onu. E le regole del calcio si devono rispettare. Così se per l’arresto di Balhous non si erano levate voci di sostegno ai ribelli del regime, la Siria si è ritrovata esclusa dalle qualificazioni per il Mondiale in Brasile del 2014 per aver sgarrato sul regolamento.
Contro il Tagikistan, infatti, la nazionale ha schierato George Mourad, un siriano di Svezia, appartenente alla minoranza assiro-siriaca che aveva giocato un’amichevole con la maglia della nazionale scandinava. E questo è bastato per mettere fuori gioco la rappresentativa di Damasco.
CHANKO, IL BIG CHE NON VUOLE GIOCARE. Mourad gioca nel Syrianska, squadra svedese piena di figli della diaspora siriana nella città di Södertalje, il cui simbolo è Louay Chanko, uno dei più famosi calciatori della storia della Siria.
Chanko, figlio di esuli fuggiti dal regime di Hafiz al Assad, padre dell’attuale presidente, da due anni rifiuta le convocazioni in nazionale: «Quando i tuoi compagni di squadra appartengono al club dell’esercito e tra una partita e l’altra massacrano la gente», ha spiegato il calciatore, finanziatore del Free syrian army, «non puoi far altro che evitare certi ambienti». E non è l’unico ad aver sfidato il regime negando di indossare la maglia della nazionale.
C’È CHI RIFIUTA LA MAGLIA DELLA NAZIONALE. A luglio era toccato a Firas al Khatib, amico di Balhous, immortalato anche sulla bacheca di Facebook del portiere dissidente. Il 29enne aveva condannato apertamente le violenze sui civili da parte di Bashar, soprattutto nella sua città natale Homs, e aveva promesso che non avrebbe più giocato per la nazionale. Almeno finché non cessino massacri e bombardamenti. Per ora ha trovato rifugio in Inghilterra, nel Nottingham Forest. Il club è stato appena acquistato dagli imprenditori kuwaitiani al Hasawi, imparentati con la famiglia reale di Kuwait City. E critica con il regime di Assad.