Sisma, il tessuto storico-economico delle zone colpite

Marco Todarello

Sisma, il tessuto storico-economico delle zone colpite

29 Agosto 2016 08.19
Like me!

Osservando una cartina geografica, è facile notare che il cuore dell’Italia fisica si trova proprio là, in quella protuberanza con cui l’alto Lazio si infila tra Marche, Umbria e Abruzzo.
È là che nasce il fiume Tronto, 113 chilometri d’acqua dalla Cima della Laghetta fino al mare Adriatico che costeggiano uno a uno tutti i paesi colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016.
Amatrice, Accumoli, Arquata, Pescara, Ascoli sono nati lungo questo corso d’acqua, che corre a fianco alla via Salaria che fin dall’epoca romana costituisce la principale via di comunicazione tra i mari Tirreno e Adriatico.
Commercianti, militari e viandanti si avventuravano in quella valle sotto lo sguardo dei Monti della Laga, a Sud, e dei Monti Sibillini, a Nord, le stesse cime che ora hanno visto sbriciolarsi quei borghi carichi di storia.
INCONTRO DI MERCI E PERSONE. La strada, la via di comunicazione come centro di scambio di merci e incontro di persone, è l’elemento connaturato allo spirito di queste terre, la caratteristica che rende queste montagne diverse da tutte le altre.
Aperte, nonostante le barriere fisiche, sia per la loro storia economica sia per il carattere delle genti che le abitano.
Olimpia Gobbi, storica e autrice di studi economici sul territorio delle Marche, spiega a Lettera43.it: «Questa non è una montagna “cerniera”, al contrario è accogliente, ed è indicativo il fatto che non c’è un centro abitativo dominante, ma la popolazione è distribuita in tanti piccoli insediamenti, che al telegiornale chiamano frazioni, ma i locali le chiamano ville, proprio perché anticamente erano villaggi».
TANTE ”PICCOLE CAPITALI”. Solo per quanto riguarda Amatrice, le “ville” collegate sono più di 30 e i numeri sono questi anche negli altri comuni.
Agglomerati di poche case, che a volte non arrivano a 50 abitanti, ma con una forte tradizione di autonomia nella gestione del territorio.
«Delle “piccole capitali”», dice Gobbi, «ed è anche così che si spiega, al di là delle ragioni affettive e familiari, questo attaccamento quasi morboso alla terra e alla propria casa».

Montagne e valli sono state per secoli centro di scambi commerciali

Il confine storico tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli passava proprio da qui, e per secoli queste montagne e queste valli sono state il centro di importanti scambi commerciali.
«Affari legali, ma anche illegali», racconta Gobbi, «per evadere i dazi o accaparrarsi i prodotti migliori all’infuori dai circuiti ufficiali: merci come grano, sale, tessuti o attrezzi per l’agricoltura passavano dall’area montana fino alla bassa valle del Tronto, da Ascoli Piceno in giù, che fino alla rivoluzione industriale è stata a vocazione strettamente agricola».
CON L’AIUTO DEI SOMARI. Ad accompagnare gli uomini in questa valle c’erano gli asini, e non è un caso se proprio ad Amatrice ogni anno ad aprile si tiene il “Palio dei somari”, manifestazione per ricordare la pazienza e la tenacia di questi animali, da sempre insostituibile sostegno dell’uomo nel trasporto di merci e nel duro lavoro nei campi.
Mentre ad Arquata, fin dall’alto Medioevo, si è sviluppata una microeconomia legata al transito di cose e persone e che in parte vive ancora oggi: osterie, piccoli alberghi, luoghi di ristoro e servizi per i viaggiatori che percorrevano la via Salaria.
VITIGNO AD ALTA QUOTA. E di Arquata è anche il vitigno autoctono del Pecorino, un vino che nasce a 800 metri di altitudine: i monaci benedettini lo hanno creato dopo decenni di sperimentazione proprio per ovviare alla scarsa qualità dei vini dovuti alle basse temperature in cui crescevano i vitigni.
Questa contaminazione di esseri umani, culture e merci avveniva anche per un’altra via, altrettanto frequentata, quella che attraverso il passo di Forca Canapine (1.541 metri), sito alle spalle di Arquata, passa prima da Norcia e dalla Valnerina e da lì giunge alla Valtiberina e quindi alle campagne romane.
«Se nella zona dei paesi terremotati vivono più di 5 mila rumeni non è per caso», dice Gobbi, «ma sono la testimonianza di un insediamento fisso generato da attività economiche e sostenuto da una comunità accogliente».

Ripopolamento e produzione enogastronomica di qualità

Agricoltura, artigianato, piccoli allevamenti e una rete commerciale che hanno attraversato i secoli costituendo la rinascita di borghi come Norcia e Amandola, entrambi colpiti dal sisma, dove oggi si registra un’interruzione dello spopolamento e un fiorire di attività commerciali come la produzione enogastronomica di qualità, la reintroduzione di colture scomparse e il turismo.
INVERSIONE DI ROTTA. Un’inversione di tendenza che, sia pure circoscritta, fa ben sperare rispetto al crollo dei decenni precedenti, tipico delle zone montane.
I dati della Comunità montana della Valle del Tronto ci dicono che, tra il 1991 e il 2001, gli addetti dell’industria (tessile/abbigliamento e calzatura) erano diminuiti del 23%; gli addetti all’agricoltura del 54%, ed erano calati perfino quelli della pubblica amministrazione (-39%).
PAURA DI SCOMPARIRE. Oggi, mentre ancora si scava tra le macerie e il dolore per la perdita dei propri cari si mescola alla disperazione per la scomparsa della propria casa e dei propri ricordi, c’è un’altra paura che serpeggia tra gli abitanti della Valle del Tronto: «L’idea che il terremoto possa trasformare questo territorio vissuto, attraversato, visitato in una montagna muta, isolata, da cui tenersi lontani, un luogo percepito come morto e dove è pericoloso andare. Un’ipotesi inquietante e che nella storia non si è mai verificata prima».
Gli abitanti di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto hanno detto chiaramente che non vogliono andarsene, il governo Renzi ha promesso che non li tradirà. Si vedrà come andrà a finire.


Twitter @marcotod

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *