Eleonora Lorusso

L'accordo di Trump per Israele e Palestina è made in Arabia saudita

L’accordo di Trump per Israele e Palestina è made in Arabia saudita

Vittoria su tutta la linea per Tel Aviv.  A cui andrebbe il controllo di Gerusalemme e della valle del Giordano. Con Hamas smilitarizzata. E Ryad ci mette un fiume di denaro. 

18 Maggio 2019 16.12

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Chi sono i vincitori dell'«accordo del secolo» per la pace in Medio Oriente. L'Egitto, tra i mediatori, pronto a cedere il nord del Sinai, dove si annidano i terroristi dell'Isis. In gioco anche gli interessi dell'Arabia Saudita dell'Iran. Ecco perché alla fine Israele e l’Anp potrebbero firmarlo.

«VITTORIA DI ISRAELE SU TUTTA LA LINEA»

È stato ribattezzato dagli Stati Uniti «l'accordo del secolo» e il presidente Donald Trump lo aveva promesso fin dal suo insediamento alla Casa Bianca, affidandolo al genero, Jared Kushner. Ora il piano di pace per il Medio Oriente, che dovrebbe porre fine agli scontri tra Palestina e Israele, è pronto per essere presentato. La data prevista è il 10 giugno, ma circolano già alcune indiscrezioni che non lasciano dubbi: «Se saranno confermate, si tratterà di una vittoria di Israele su tutta la linea: non è previsto alcuno Stato della Palestina, se non una nuova entità dai contorni e dalla natura poco chiari, chiamata la Nuova Palestina, ma fortemente ridimensionata rispetto alle aspettative» commenta Giuseppe Dentice, analista dell'osservatorio sul Medio Oriente dell’Ispi, l'Istituto per gli studi di politica internazionale.

IL CONTROLLO DI GERUSALEMME E DELLA VALLE DEL GIORDANO A TEL AVIV

L'obiettivo è quello di convincere le parti alla firma di un documento che, secondo le anticipazioni della stampa, vedrebbe Gerusalemme sotto il completo controllo israeliano, con la sola possibilità di accesso ai luoghi santi per gli arabi: «Questi non ne sarebbero più cittadini, ma passerebbero alla nuova entità. La valle del fiume Giordano, che è un punto nevralgico anche per i rifornimenti idrici vitali per tutti coloro che abitano quella regione, diventerebbe anch'essa controllata di Tel Aviv. Insomma, è difficile individuare una seppure minima vittoria per i palestinesi», ha spiegato Dentice.

LA SMILITARIZZAZIONE DI HAMAS e LA SICUREZZA AD ISRAELE

Un'altra condizione prevista riguarda la consegna delle armi da parte di Hamas, che da tempo controlla la Striscia di Gaza ed è in rotta con l'Autorità nazionale palestinese (Anp). «È difficile pensare che accada, anche perché neppure l'Anp potrebbe avere un proprio esercito: disporrebbe solo di una sorta di milizia civile, mentre la sicurezza sarebbe affidata ad Israele, ossia il proprio competitor, anche nei Territori, dove negli anni la politica israeliana è stata di espansione, proprio a discapito dei palestinesi», prosegue l'esperto dell’Ispi: «L'obiettivo è quello di smilitarizzare dunque non solo Hamas, con cui c’è stato un altro recente e violento scontro, ma anche e soprattutto il suo braccio armato, ossia le Brigate al-Qassam, insieme a una serie di altri gruppi che a volte non hanno neppure un vero e proprio nome, ma di fatto rappresentano milizie al servizio di privati».

UNO STATO, DUE STATI O UN BLUFF?

Il «piano del secolo» non indica di fatto una soluzione definitiva. Secondo un ufficiale americano, che ha parlato anonimamente a Middle East Eyes, l’accordo rappresenta una "visione" più che un documento con indicazioni precise e gli Stati Uniti sarebbero "facilitatori", non mediatori né arbitri. «Di fatto non è chiaro se ci sarà un solo Stato, due o se la nuova entità sarà in connessione con Israele. Il nome stesso indicato, la Nuova Palestina, lascia dubbi: significa che ne esiste una precedente? Che la Palestina è in qualche modo riconosciuta? Ma comprende solo la Cisgiordania o anche Gaza? Non è chiaro, anche perché la soluzione alla continuità territoriale, nel piano del'’amministrazione Trump, sarebbe affidata a una sopraelevata, una infrastruttura simile a un grande ponte autostradale che colleghi la Cisgiordania a Gaza», riflette Dentici.

L'ARABIA SAUDITA OFFRE 30 MILIARDI DI DOLLARI PER LA "RESA" DELL'ANP

Di sicuro, per convincere l'Anp ad accettare il piano di pace è stato messo sul piatto molto denaro: 30 miliardi di dollari, secondo la stampa internazionale, offerti dall’Arabia Saudita, ma per ora rifiutati da Abu Mazen. Perché? «Questa offerta conferma la vicinanza di Riad a Tel Aviv, che diventa un partner involontario (almeno in apparenza) del blocco sunnita che si oppone a quello sciita guidato dall’Iran» a sua volta nemico giurato di Israele». Il piano di pace arriverebbe in un momento di grande tensione nell'area, con venti di guerra tra Washington e Teheran sul nucleare, e il sospetto che proprio l'Iran sia dietro il sabotaggio di navi saudite nello Stretto di Hormuz: «È un punto nevralgico di passaggio di navi commerciali, insieme al Mar Rosso, e l'Iran non ha mai nascosto di volerne assumere il controllo. Quindi una questione che sembra più locale, come i rapporti tra Israele e la Palestina, ha riflessi ben più ampi. Anche perché quel denaro servirebbe a finanziare lo sviluppo della Nuova Palestina e a far fronte alla questione della cittadinanza dei rifugiati», spiega l'analista mediorientale.

DENARO PER RIACCOGLIERE UN ESERCITO DI RIFUGIATI

«Si tratta di migliaia di persone, con un forte impatto demografico, fuggite dai Territori in Giordania, Siria, Libano, a cui gli Stati ospitanti non hanno riconosciuto la cittadinanza, perché avrebbe significato far fronte a costi sociali ingenti in termini di accesso ai servizi sociali. In caso di accordo sul piano, questi oneri sarebbero coperti dal denaro saudita. Potrebbe essere una soluzione, dal momento che l'accordo non prevede la possibilità di rientro in Palestina per queste persone, molte delle quali si trovano anche in Egitto, un altro attore importante in questo scenario», dice Dentice.

LA MOSSA DELL'EGITTO SUL NORD DEL SINAI

L'Egitto e il suo presidente, Abdel Fattah al-Sisi, hanno finora giocato una parte centrale nelle trattative, assumendo il ruolo di mediatori insieme all'Arabia. Nonostante formalmente non abbiano mai abbandonato la causa palestinese, hanno collaborato con Israele nella messa a punto dell’accordo, per una serie di interessi rilevanti, primo tra tutti in nodo del Nord del Sinai. «Una delle ipotesi è che Il Cairo ceda proprio la parte settentrionale della penisola, per due motivi: da un lato perché l'aeroporto della Nuova Palestina dovrebbe sostituire quello di Rafah e si troverebbe in quel territorio, così come le industrie di Gaza e il nuovo porto, che avrebbe giurisdizione sulle acque territoriali oggi sotto il controllo egiziano; dall’altro per motivi di sicurezza. Da tempo nella parte settentrionale della Penisola si è insediata la branca egiziana dell'Isis, il cui vero obiettivo è di sfondare a Sud, nella zona turistica vicina a Sharm el-Sheikh, colpendo il vero motore economico egiziano. Cedendo la zona nord l'Egitto perderebbe solo un territorio desertico e povero, e che rappresenta un problema di sicurezza interna. Tra l’altro, il rischio di incursioni nel Meridione potrebbe avere ripercussioni anche sui trattati di Camp David (del 1979 tra Egitto e Israele), sul cui rispetto vigila tuttora una missione internazionale di cui l'Italia fa parte con il quarto contingente più numeroso dopo quello americano, colombiano, delle isole Fiji», spiega Dentice.

L'ACCORDO SARÀ FIRMATO? MOLTO DIPENDE DAI DOLLARI

«È la domanda del secolo rispetto a quello che è definito l'accordo del secolo: potrebbe essere, ogni opzione è al vaglio. Nulla è impossibile e nulla è così improbabile. A pesare c’è la minaccia che chi rifiuterà non vedrà soldi: né i palestinesi né gli israeliani, che ogni anno ricevono dagli Usa 3,8 miliardi di dollari in aiuti militari ed economici. Quindi anche la destra parlamentare israeliana, che rifiuta il riconoscimento della Cisgiordania e la chiama ancora Giudea e Samaria, potrebbe alla fine cedere», conclude l’esperto.

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