Smarcamento padano

Silvia Zingaropoli
31/01/2011

Dopo Ruby il Carroccio si allontana dal premier.

«Ma va là Maroni. Caccia il Berlù, poi ne parliamo tutti assieme». E ancora: «Bossi cosa aspetti a dissociarti dal berlusca? Vuoi portarci tutti a fondo con lui?». Oppure: «A questo punto soltanto l’Umberto può staccare la spina perché, da come si sono messe le cose, il federalismo salta. Umberto la patata più scottante è nelle Tue mani! Non Ti bruciare anche Tu e manda a gambe all’aria chi Tu sai perché d’ora in poi saranno solo guai!».
E, come se non bastasse: «Salve, io sono un ex leghista, dico ex perché ormai avete perso la faccia».
Per concludere, la ciliegina sulla torta: «Io sono un elettore della Lega, ma dopo tutto quello che sta succedendo dico chiaro e tondo che se Bossi non va da solo alle elezioni io non vi voto! È stato superato il limite della decenza, all’estero ci pigliano tutti x il c…».
Questi sono solo alcuni dei commenti al fulmicotone apparsi nelle ultime ore sul blog ufficiale del Carrocciowww.padania.org.
Tempi duri per la Lega Nord. Ormai è chiaro, il popolo padano dice basta. E la direzione leghista corre ai ripari per non immolarsi a ultima vittima del berlusconismo.
Anche per questo Roberto Maroni é uscito allo scoperto. E con la sua intervista al Corriere della Sera, il 31 gennaio, ha dato seguito al discorso aperto solo pochi giorni fa dal Senatur. Una presa di posizione forte, in parte oscurata dalla lettera del Cavaliere (indirizzata allo stesso quotidiano e nello stesso giorno), ma non per questo di minore valore politico.

Le dichiarazioni di Maroni al Corriere, primo passo verso l’addio?

In sostanza, il ministro degli Interni, ha voluto rimarcare tre elementi fondamentali della nuova linea d’Oltrepo. Tre elementi che segnano una rottura importante, forse più dura di qualsiasi scandalo, per la tenuta di Silvio Berlusconi.
In primo luogo, ha dichiarato Maroni, se il federalismo non passa, si va alle urne. Postulato, questo, assodato da tempo. Niente di nuovo dunque, ma la novella è un’altra e non può lasciare indifferenti. Infatti, ha aggiunto il ministro, se il federalismo dovesse passare si andrà alle urne lo stesso.
Dicendosi d’accordo con l’ipotesi di scioglimento delle Camere, senza sfiducia o dimissioni, il ministro ha persino individuato la data indicata per il voto, 15 maggio. Un fulmine a ciel sereno quello scagliato dall’empireo del Carroccio.
Come secondo elemento della «linea leghista del dopo-Ruby», Maroni è entrato nel merito della leadership del centrodestra. «Il Pdl va oltre Silvio Berlusconi» e «ci sono tanti uomini e donne capaci» che potrebbero prendere il suo posto. Mai, nel corso di questa legislatura, la Lega Nord si era spinta tanto avanti nel prendere le distanze dal Cavaliere.
L’APERTURA DI D’ALEMA. Terzo elemento del discorso maroniano, forse più scontato, il tema dell’alleanza tra forze antagoniste lanciata due giorni fa da Massimo D’Alema: niente da fare, l’offerta democratica viene bollata come «irricevibile» dal ministro padano.
Del resto anche Lorenzo Bodega, vicepresidente dei senatori leghisti, aveva definito «una carnevalata» la proposta del leader Massimo. A quanto pare a nulla sono servite le lusinghe del numero uno del Copasir, desideroso di avviare un dialogo con la Lega: «Quando Bossi ripete che è ancora possibile fare il federalismo», aveva detto il 29 gennaio l’ex ministro degli Esteri, «esprime una pia illusione: non si accorge che proprio la paralisi creata da Berlusconi è il principale ostacolo?».
E ancora: «La Lega è un partito vero e ha un futuro che va oltre Berlusconi. Ciò le consente di pensare con la propria testa».
Ma se l’idillio con i democratici non s’ha da fare, a ben vedere il dubbio insinuato dal luciferino dirigente Pd forse ha sortito gli effetti sperati.

La base leghista in agitazione e la tentazione di mollare il premier

Chiara come il sole, dunque, l’ultima mossa della Lega. «Se si va avanti così», avrà pensato la dirigenza del movimento, «il popolo padano non ci sosterrà». E non solo. Infatti, se nell’ambiente le bocche sono cucite, qualcuno sostiene che ci sarebbe dell’altro nel dietrofront verde-Lega, ufficializzato proprio all’inizio della settimana decisiva per il federalismo.
Innanitutto, pare che Umberto Bossi non abbia assolutamente gradito quella mano tesa del Cavaliere nei confronti di Pierluigi Bersani (il patto per la crescita, peraltro subito rimandato al mittente dal diretto interessato).
GLI SGARRI DEL PREMIER. In secondo luogo, Silvio Berlusconi, nel suo ultimo disperato tentativo per la salvezza, pare abbia commesso qualche errore di troppo promettendo incarichi e ruoli di governo, senza curarsi di pestare qualche callo leghista. In questo frangente, le dimissioni del subcommissario Enea, il leghista Enrico Elli, sarebbe un ulteriore segnale del malessere targato Carroccio.
Sia quel che sia, ora che anche il suo migliore alleato sembra intenzionato a voltargli le spalle, il premier appare sempre più solo.
Intanto il Pd esulta («Maroni licenzia Berlusconi»), i futuristi ironizzano («parla come futuro leader della coalizione») e Casini sorride.
Il crepuscolo politico e personale di Silvio Berlusconi appare inesorabilmente compiuto. Ma attenzione perché, come diceva qualcuno, «il Cavaliere ha mille vite».