Smontiamo l’indegna tesi delle “Ong=taxi del mare”

Armando Sanguini
08/08/2017

L'Italia ha assorbito odiose convinzioni: i migranti "economici" sono derivati-spazzatura, i soccorritori fanno loschi affari, l'invasione è alle porte. Solo un grande imbroglio. Che elettoralmente potrebbe essere punito.

Smontiamo l’indegna tesi delle “Ong=taxi del mare”

Il gioco è quasi fatto e il risultato è dei peggiori che si potevano immaginare: ho infatti l’impressione che nell’immaginario collettivo italiano si stia pericolosamente accreditando l’idea che le Organizzazioni non governative (Ong) meritino il velenoso epiteto di “taxi del mare” e quindi, di riflesso, di favoreggiatrici se non addirittura di causanti della “valanga migratoria” che si è riversata e si sta riversando sulle nostre coste.

PAURA-RIGETTO DEL DIVERSO. Ce l’hanno messa tutta per far nascere e fertilizzare questa gramigna in quella parte dell’opinione pubblica del nostro Paese più incline alla paura-rigetto del diverso, soprattutto se misero e di colore. Sono partiti da lontano, in una progressiva corsa competitiva per 30 denari di ricompensa elettorale.

SPAVENTATI CON LE MALATTIE. Hanno lanciato la sindrome dell’invasione anche senza il conforto di elementari prove numeriche; hanno poi tentato di spaventare con l’accusa della contaminazione delle malattie più esotiche; poi hanno cercato di cavalcare la tesi del terrorismo e comunque del rischio islamico; poi quella del “ci portano via i nostri posti di lavoro” e in ogni caso della messa a repentaglio della sicurezza del Paese, anche qui senza alcuno straccio di evidenza fattuale.

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In questa convergenza di attacchi più o meno strumentali il bersaglio erano, e sono, i migranti e i loro “protettori”, le organizzazioni impegnate nella loro salvezza in mare e nella loro accoglienza a terra. Poi sono scoppiati gli scandali delle criminali gestioni di diversi centri di accoglienza che sono serviti da formidabile corroborante di un generalizzato sospetto di opacità tra azione umanitaria e business, tra accoglienza e arricchimento fraudolento, di mascherati reticoli collusivi tra le Ong e i trafficanti di persone.

MINNITI E LA POLITICA SECURITARIA. E il cerchio si sta chiudendo adesso con l’attivismo del ministro Marco Minniti che, pur mosso dalle migliori intenzioni, ha finito per dare alla politica migratoria del governo una connotazione nettamente securitaria, riduttiva e per certi versi squilibrata rispetto alla complessità contingente e strutturale del fenomeno.

MANCA IL FATTORE INTEGRAZIONE. Intendiamoci, Minniti ha fatto e sta facendo la sua parte di titolare dell’Interno, con encomiabile impegno e chiarezza di direzione: il problema sta nel fatto che il suo approccio non è stato riequilibrato da una complementare politica dell’inserimento e dell’integrazione, nei suoi termini più profondi di carattere sociale, culturale e umanitario. È l’altra parte del governo centrale e periferico che non ha fatto e non sta facendo la propria con una strategica visione di futuro.

I migranti appaiono sempre più come un fondamentale problema di sicurezza sul territorio nazionale, e dei confini, da spingere il più possibile a Sud

La ricaduta di ciò l’abbiamo di fronte agli occhi: i migranti appaiono sempre più come un fondamentale problema di sicurezza sul territorio nazionale, e dei confini, da spingere il più possibile a Sud, lungo la fascia saheliana; di sicurezza in mare da blindare con quel poco o tanto di concorso della guardia costiera libica (occidentale) che dopo l’accordo di fine luglio con Serraj sembra finalmente disposta a collaborare.

IMPROVVIDA LITE SUL CODICE DI CONDOTTA. Ed è in quest’ottica securitaria che ha trovato strumentalmente alimento il rilancio dell’odiosa tesi delle Ong=taxi del mare, complice involontaria l’improvvida frattura intervenuta tra le stesse Ong sull’ormai famoso codice di condotta, predisposto dal Viminale, varato dal governo e benedetto, guarda caso, da quell’Unione europea incapace di far rispettare un elementare criterio di solidarietà distributiva fra i Paesi membri.

ALIMENTATA LA CULTURA DEL SOSPETTO. Una frattura che poteva e doveva essere evitata: dal governo, che se voleva imporre una certa condotta meglio avrebbe fatto a ricorrere a un decreto e non a un codice da condividere; dalle Ong, cui spettava di trovare un comun denominatore sul quale offrire al governo un pragmatico compromesso. La frattura ha spinto verso un inesorabile irrigidimento e ha portato acqua al mulino della cultura del sospetto verso il sistema delle Ong e dell’animosità versi i migranti.

Ebbene, mi si obietterà che gli scandali dei centri di accoglienza non sono un’invenzione, come ho accennato prima; che stanno venendo alla luce condotte almeno dubbie in materia di rapporti tra alcune Ong e gli scafisti; che gira molto denaro attorno alle operazioni di ricerca e salvezza dei migranti; che l’attuale affollamento nel Mediterraneo – sulla stessa linea delle acque territoriali libiche – ha esercitato un effetto traino. Eccetera, eccetera, eccetera.

SBAGLIATO ANCHE SANTIFICARE LE ONG. Si tratta di obiezioni vere ed è assolutamente necessario far emergere e sanzionare adeguatamente qualsivoglia condotta che contravvenga al diritto italiano e internazionale. Non può né deve esistere alcuna santificazione apodittica di queste Organizzazioni, per quanto ampiamente benemerite.

XENOFOBIA CONTRO IL RISPETTO UMANO. Ma tali obiezioni diventano simil-vere laddove si cerca di travolgerle tutte per alcune possibili malefatte di alcune persone e alcune Ong al vaglio della magistratura e non certo della stampa; ancor meno da quei soggetti politici impegnati a spargere l’incultura della xenofobia contro la cultura del rispetto della persona, della solidarietà e dei nostri stessi interessi a medio e lungo termine.

I numeri ci dicono che non c’è alcuna invasione, tanto più che la maggioranza dei migranti considera l’Italia solo un Paese di transito dal quale andarsene

Continuare a mettere alla gogna dell’illegalità i migranti cosiddetti “economici” quasi fossero dei derivati-spazzatura da gettare, mi sembra indegno – lasciatemelo dire – di un Paese come l’Italia che tanto deve alla sua esistenza e al suo patrimonio di bellezza e creatività alla sua storia di emigrazione e di immigrazione.

"AIUTAMOLI A CASA LORO" NON FUNZIONA. Si deve trovare la chiave di un do ut des che passi attraverso l’abrogazione della Bossi-Fini e, d’intesa con l’Ue, risulti davvero interessante per i Paesi di emigrazione; altro che l’alibi del piatto di lenticchie con cui si vorrebbe accreditare lo slogan “aiutiamoli a casa loro” .

IMBROGLIO DA PARTE DI CERTI POLITICI. Per questo e tante altre ragioni mi auguro che quando verrà il momento questi soggetti politici siano puniti elettoralmente. Voglio infatti sperare che si riesca a far prevalere la consapevolezza che tale incultura è frutto di un imbroglio e di una miopia perdente: di un imbroglio perché i numeri, cioè i fatti, ci dicono che non c’è stata e non c’è alcuna invasione, tanto più che la maggioranza dei migranti considera l’Italia solo un Paese di transito dal quale prima o poi intendono andarsene. Di una miopia perdente perché priva di buon senso prospettico come dimostrano i casi, crescenti, ma poco valorizzati delle località italiane sono riuscite a fare dell’afflusso dei migranti un’opportunità di crescita.

Al governo spetta il compito, gravoso ma irrinunciabile, di far emergere la fallacia di tanta incultura iniettata nel nostro corpo sociale. Ciò significa arricchire la necessaria politica di sicurezza con una vera strategia dell’accoglienza, dell’inserimento e di un’integrazione attenta al valore delle diversità. La mini crisi Del Rio-Minniti è un’illuminante spia di questa pressante necessità.

MATTERELLA E GENTILONI INTERVENGANO. Mi auguro che il capo dello Stato e il presidente del Consiglio ne siano avvertiti e vi provvedano, ciascuno per la parte di competenza. Anche a vantaggio di quel ruolo nel contesto europeo che invochiamo lamentosamente senza porci nelle condizioni necessarie per poterlo esercitare per davvero.