Soldi in cambio di appalti

Redazione
26/01/2011

Avviso di conclusione delle indagini, atto che precede il rinvio a giudizio, per 22 indagati dello scandalo del G8, un...

Soldi in cambio di appalti

Avviso di conclusione delle indagini, atto che precede il rinvio a giudizio, per 22 indagati dello scandalo del G8, un «sodalizio stabile» dal «1999 a oggi», ossia una «cricca» che gestiva gli appalti dei maggiori grandi eventi degli ultimi anni, dal vertice internazionale alla Maddalena alle celebrazioni per l’Unità d’Italia.
I NOMI DEGLI AVVISI. Guido Bertolaso, il costruttore Diego Anemone, i funzionari Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola e Fabio De Santis, e l’ex magistrato Achille Toro sono i presunti esponenti della cricca a cui il 26 gennaio è stato notificato il provvedimento della procura di Perugia, che tra i 15 capi d’accusa include i reati di corruzione, anche in atti giudiziari, e l’associazione a delinquere.
Tra i nomi degli interessati non compaiono, al contrario, quelli dell’ex ministro Pietro Lunardi e del cardinale Crescenzio Sepe: per Lunardi, la richiesta di autorizzazione a procedere in relazione alla compravendita di un palazzo di Propaganda Fide che coinvolge anche Sepe è al vaglio della Camera. Assenti anche le vicende relative all’acquisto delle case di Claudio Scajola e del generale della gdf Francesco Pittorru, mai inquisiti.
L’atto che sigla la fine delle indagini è stato firmato dal procuratore di Perugia Giacomo Fumu, dall’aggiunto Federico Centrone e dai sostituti Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, che hanno coordinato le indagini dei carabinieri del Ros e del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza.
I FAVORI. All’ex capo della protezione civile, attorno a cui ruota l’inchiesta, i magistrati che hanno svolto le indagini contestano i capi d’imputazione per «i favori e le utilità» ottenuti in cambio della concessione degli appalti per il G8 alle ditte di Anemone («da solo o in Ati con altre facenti parte del medesimo gruppo»): tra questi, l’appartamento in via Giulia, a Roma, pagato da Diego Anemone «dal gennaio 2003 all’aprile 2007, con 50mila euro in contanti consegnati brevi manu da Anemone il 23 settembre 2008» e la «disponibilità» al Salaria Village di «una donna di nome Monica allo scopo di fornire prestazioni di tipo sessuale».

Le scelte di Bertolaso svantaggiose per lo Stato

Un do ut des che, secondo le conclusioni degli inquirenti, avrebbe portato Bertolaso a compiere «scelte economicamente svantaggiose per la pubblica amministrazione e favorevoli al privato», nella sua qualità di capo dipartimento della protezione civile. Bertolaso, hanno scritto i magistrati, «consentiva che il costo dell’appalto a carico della pubblica amministrazione aumentasse considerevolmente rispetto a quello del bando, anche mediante l’approvazione di atti aggiuntivi successivi e a fronte di spese incongrue o meramente eccessive, al solo scopo di favorire stabilmente il privato imprenditore appaltatore».
In particolare, i pm gli contestano tre appalti, tutti alla Maddalena: la realizzazione «del palazzo della conferenza e area delegati», la costruzione della «residenza dell’Arsenale» e «l’area stampa e servizi di supporto».
APPALTI PER SOLDI E SESSO. Al vertice della struttura. secondo la ricostruzione della procura, Angelo Balducci, una sorta di «capo e promotore» dell’associazione, capace di esercitare tutta la sua influenza per promuovere la fortuna commerciale di Anemone, considerato legato a cui «da una comunanza di interessi economici assimilabile a una vera e propria società di fatto».
De Santis e Della Giovampaola, secondo l’accusa in cambio dei loro «atti contrari al proprio ufficio» hanno ottenuto vari favori, tra cui l’uso di un cellulare e due auto, mobili e «prestazioni sessuali a pagamento». L’allora procuratore aggiunto di Roma Toro avrebbe invece informato la cricca sui procedimenti aperti nelle procure della capitale e Firenze, in cambio di incarichi per i figli. Proprio il coinvolgimento di Toro ha portato a Perugia l’indagine avviata dai pm di Firenze.
Gli indagati avranno 20 giorni di tempo per chiedere di essere interrogati o presentare memorie difensive. Poi i magistrati decideranno se chiedere, come probabile, il rinvio a giudizio.