Somalia, rivoluzione a metà

Michele Esposito
21/08/2012

Varata la Costituzione. Ma la nomina del presidente è slittata.

Somalia, rivoluzione a metà

Camminando come un equilibrista sull’orlo del caos, la Somalia cerca di dare una forma stabile al suo futuro. E si dota di una Costituzione, un presidente e un parlamento, le prime istituzioni stabili dallo scoppio della guerra civile nel 1991.
Il governo federale transitorio (Tfg) è infatti giunto alla fine del suo mandato pluriennale. Il primo agosto, un’Assemblea costituente formata da 800 membri scelti da 135 ‘anziani’ appartenenti ai clan somali ha varato la nuova Carta costituzionale.
VERSO IL CAMBIAMENTO. Gli stessi dirigenti – 120 dei quali appartenenti ai quattro maggiori clan (Darod, Hawiye, Diri, Rahanweyn), gli altri designati dalle tribù minoritarie – hanno avuto l’incarico di nominare, con l’aiuto di un Comitato tecnico di selezione, i 275 membri che formeranno il nuovo Parlamento.
Dalla scelta di questi ultimi dipenderà il destino del Paese: la Camera ha infatti il compito di eleggere il suo presidente nonché il capo di Stato, in vista di future e regolari elezioni.
FASE AMBIGUA. La fine della lunga e tribolata transizione è vicina, insomma, ma il rischio che si passi a una fase altrettanto ambigua è tutt’altro che debellato.
La nomina del presidente era prevista per il 20 agosto, ma è slittata: prima dell’avvio delle consultazioni ci sono ancora alcuni punti da chiarire e, soprattutto, occorre ultimare la formazione dell’assemblea, che attualmente conta 225 dei 275 membri previsti.
In pochi, in realtà, si aspettavano un nuovo presidente entro la data prestabilita. Benché la road map somala sia giunta alle battute finali, il Paese è ancora lontano dalla fine del tunnel e vive appieno le sue contraddizioni.

Il governo transitorio è accusato di aver rubato denaro pubblico per fini privati

Da una parte c’è la timida ma graduale rinascita degli ultimi mesi, con la sensibile ritirata degli islamisti Shabaab e l’emergere di nuove personalità della politica e dell’economia, slegate dagli incroci clanici che da sempre segnano la regione.
Dall’altra, però, la Somalia resta un calderone di corruzione e accordi segreti: la trasparenza è ancora un tabù e la comunità internazionale appare poco più che inerme.
I DUE VOLTI DEL PAESE. Le elezioni del nuovo presidente sono lo specchio fedele di questo quadro, l’ultimo e decisivo ostacolo che divide il Paese dal suo futuro.
«Il mio auspicio è che le cose d’ora in poi cambino e che nulla sia più come prima. La verità, tuttavia, è che le cose cambieranno ma non del tutto. E la comunità internazionale dovrebbe intervenire per estromettere quelle personalità citate nel rapporto Byden, che si sono macchiate di atti illeciti non tutelando il popolo somalo», ha spiegato a Lettera43.it Shukri Said, portavoce dell’associazione Migrare, nata in Somalia ma da anni residente in Italia.
Il rapporto Bryden, che prende il nome da Matt Bryden, coordinatore del gruppo internazionale di monitoraggio per la Somalia, è stato consegnato alle Nazioni Unite a fine giugno.
LA DISTRAZIONE DEI FONDI. Nel testo, si accusa chiaramente il governo transitorio di aver rubato denaro pubblico per fini personali e privati. Secondo il rapporto, il 70% dei fondi ricevuti dal Tfg a partire dal 2009 non sono mai arrivati nelle riserve statali.
Due, soprattutto, i nomi nel mirino: l’attuale presidente somalo Sheikh Sharif Ahmed (che ha rigettato ogni accusa) e lo speaker del parlamento transitorio, Sheikh Sharif Hassan. A loro sono imputate diverse azione illecite, come il rilascio di passaporti elettronici o la distrazione dei fondi dei Paesi donatori.
Entrambi però sono in lizza per la poltrona di neopresidente della Somalia, assieme ad altri 22 candidati, tra i quali spiccano i premier dei due ultimi governi transitori: Abdiweli Mohamed Ali, detto ‘Gas’, e Mohammed Abdullahi Farmajo.

E nemmeno la formazione della nuova assemblea è esente dalla corruzione

Le quotazioni di ciascun candidato sono ancora incerte e la confusione resta sovrana. Ma nel popolo somalo cresce l’insofferenza per la vecchia dirigenza: i cittadini temono di non riuscire a liberarsi dei propri fantasmi.
Lo stesso inviato speciale dell’Onu per la Somalia, Augustine Mahiga, ha sottolineato come alcuni dei vecchi protagonisti, in questo processo, «abbiano legittimi interessi al mantenimento dello status quo».
PER UN SEGGIO 50 MILA DOLLARI. Nemmeno la formazione della nuova assemblea è esente dalla corruzione: «Un seggio costa 50 mila dollari, ora stanno cercando le ultime persone disposte a comprarlo», ha sottolineato Shukri Said, la portavoce di Migrare, a Lettera43.it.
Eppure, un afflato di ottimismo pervade l’estate somala. L’emergere di nuove personalità, come il sindaco di Mogadiscio Mohamed Ahmed Nur, tornato in patria dopo aver vissuto per 20 anni a Londra, sembra dare speranza a una popolazione ormai stanca di caos e violenze.
Dopo il ritiro degli Shabaab, nell’agosto 2011, la capitale mostra evidenti segni di rinascita, benché omicidi e attentati continuino a scandire la vita cittadina.
L’ULTIMA CHANCE PER RIEMERGERE. I mercati sono tornati gremiti, le principali strade sono state asfaltate, l’illuminazione è nettamente migliorata, sono stati aperti una prima banca commerciale e persino un hotel sulla Jazeera Beach.
Gli aerei per la Somalia sono affollati di elementi della diaspora di ritorno da Gran Bretagna, Usa o Canada. La loro volontà è quella di rimpossessarsi della propria terra.
Una terra giunta all’ultima chance per riemergere dall’oblio. «La Somalia è a un crocevia. E il suo nuovo leader sarà determinante per andare avanti o indietro», è la previsione Abdulrahim Abdulshakur, ex rappresentante per la Lega Araba a Mogadiscio e ora anche lui in lizza per guidare la Somalia che verrà.