Paolo Madron

Le elezioni europee sono il banco di prova per Salvini premier

Le elezioni europee sono il banco di prova per Salvini premier

07 Gennaio 2019 08.59
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Passate le feste, stanno per riprendere i sondaggi che settimanalmente misurano il gradimento dei partiti. Ci avevano lasciato prima di Natale con una chiara indicazione di tendenza: l’attuale maggioranza di governo nel suo complesso viaggia intorno al 60% dei consensi, ma al suo interno si allarga la forbice tra la Lega, che cresce, e il Movimento 5 stelle che perde punti. Siccome in queste due settimane di stop i contrasti tra i due partner si sono ulteriormente acuiti, c’è curiosità di vedere proiettate sui numeri le conseguenze.

QUANTI PUNTI DI FRIZIONE TRA I GIALLOVERDI

Sono almeno tre i punti di frizione che si sono aperti. In ordine cronologico, l’autonomia lombardo-veneta, un tema di cui il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha fatto un punto d’onore, costringendo di fatto Matteo Salvini in tutt’altri pensieri affaccendato a seguirlo. La vicenda dei 49 migranti bloccati da 15 giorni a bordo della Sea Watch e della Sea Eye. Il referendum propositivo, altro importante mattone di quella democrazia diretta che se pur labile resiste come collante ideologico dei grillini, ma su cui i leghisti storcono il naso. A questi aggiungiamo anche un’altra questione destabilizzante che rischia di deflagrare, ossia la Puglia. Tap, il gasdotto che dovrebbe portare da noi il gas del mar Caspio, e trivellazioni petrolifere sono oggetto di scontro aperto tra i pentastellati, con la base che accusa i vertici romani di tradimento, e i notabili locali in grave imbarazzo.

Se il calo nei sondaggi risulterà accentuato, si potrebbe anche ipotizzare il lento ma irreversibile declino del partito fondato da Beppe Grillo

Capire come questi temi si siano riflessi sul bacino elettorale del Movimento è importante perché, se il calo prenatalizio risulterà accentuato, si potrebbe anche ipotizzare il lento ma irreversibile declino del partito fondato da Beppe Grillo. Il vicepremier Luigi Di Maio in cuor suo lo ha capito, e ha reagito nell’unico modo che gli era consentito: dare più voce all’ala movimentista, al cui interno si mischiano le istanze di sinistra (Roberto Fico) con le spinte barricadere del subcomandante Alessandro Di Battista, il cui ritorno in scena è stato sapientemente evocato come l’antidoto alla sudditanza grillina verso i leghisti. Si aggiunga anche, sul fronte governativo, che pur essendo il reddito di cittadinanza e quota 100 iniziative assai confuse nella modalità di applicazione, la prima risultata molto più pasticciata della seconda, tant’è che ancora si stenta a definire la platea che ne usufruirà.

IL M5S E L'UTOPICO AFFLATO DI DEMOCRAZIA DIRETTA

Insomma, aspettiamo il verdetto dei sondaggi, ma già si percepisce che il predominio della Lega dovrebbe uscirne rafforzato e il divario allargarsi. Tra le molte le ragioni che accrescono la leadership quella di fondo riguarda il profilo identitario dei due partiti. I pentastellati sono nati e restano un movimento di protesta, liquido, che su un utopico afflato di democrazia diretta da opporre a un ordine costituito sempre cinico e baro tiene assieme tutto e il suo contrario. Salvini invece, spostando vistosamente la Lega a destra, ne ha fatto un partito nazionalista e xenofobo. Criticabile fin che si vuole, ma in termini di prodotto molto più riconoscibile (e dunque rassicurante) del confuso coacervo pentastellato. Al Carroccio resta ora l’ultimo traguardo: portare il suo capo a diventare premier, spezzando le resistenze del partito del Quirinale che sono una minaccia alla sua egemonia ben più seria del grillismo. Saranno le elezioni europee della primavera del 2019 a dire se qual traguardo si avvicina o si allontana.

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