Qual è la procedura per "licenziare" un sottosegretario

Qual è la procedura per “licenziare” un sottosegretario

Se Siri non presentasse le dimissioni, il consiglio dei ministri dovrebbe votare (in maniera non vincolante) la proposta di revoca di Conte, che viene poi firmata dal presidente della Repubblica.

03 Maggio 2019 16.51

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La rev​oca dell'incarico a un sottosegretario segue una procedura analoga a quella della sua nomina, stabilita dalla legge sull'attività del governo, la 400 del 1988, in particolare l'articolo 10. In questo articolo si dice che «I sottosegretari di Stato (quale è il leghista Armando Siri) sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del presidente del consiglio dei ministri, di concerto con il ministro che il sottosegretario è chiamato a coadiuvare, sentito il consiglio dei ministri». La revoca di un sottosegretario avverrà, teoricamente, quando il presidente Giuseppe Conte, «sentito il consiglio dei ministri» (quindi un eventuale voto non è determinante) porterà la sua decisione dal Presidente della Repubblica, che la renderà effettiva attraverso un proprio decreto.

IL M5S HA LA MAGGIORANZA NEL CDM

Se è vero che il parere del cdm (il prossimo dovrebbe essere l'8 o il 9 maggio) non è vincolante, è altrettanto vero che andare in minoranza nel “proprio” consiglio per un premier non è esattamente un buon segnale. Si aprirebbe probabilmente una crisi di governo. Nel caso specifico, tuttavia, la maggioranza in cdm è saldamente nelle mani del M5s, che conta otto ministri più uno di area pentastellata contro i cinque più uno della Lega. Tre titolari di dicastero sono considerati indipendenti. Un voto sulla revoca del mandato di Siri otterrebbe quasi sicuramente il sì del cdm. Il passaggio dalla presidenza della Repubblica, soprattutto in questo caso, sarebbe poi una pura formalità.

IL PRECEDENTE DI SGARBI

Un caso di revoca di un sottosegretario si è verificato nel 2002, ricorda Repubblica, con il governo Berlusconi: «Il "licenziato" in quel caso fu Vittorio Sgarbi. Il critico d'arte era allora sottosegretario ai Beni Culturali. Si scontrò con il suo ministro, Giuliano Urbani, sull'ipotesi di mettere in vendita beni del patrimonio demaniale. Inizialmente Urbani gli revocò le deleghe – proprio come è accaduto per Siri con il ministro Toninelli. Successivamente, visto che Sgarbi restava al suo posto, un consiglio dei ministri votò la revoca del suo incarico. In quel caso in modo unanime».

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