La strategia di Sánchez dopo il “no” del parlamento alla fiducia

Il leader socialista è convinto di avere ancora in mano le carte migliori. L'obiettivo è puntare il dito contro Podemos. Per attingere ai voti della sinistra. In vista di un eventuale ritorno alle urne. Ma è un gioco pericoloso.

25 Luglio 2019 19.16
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Alla fine della sessione del parlamento in cui gli è stata negata la fiducia, Pedro Sánchez si è diretto per primo verso l’uscita, senza salutare nessuno dei deputati degli altri schieramenti, desideroso di andarsene il prima possibile. Ma è proprio il leader socialista il maggior responsabile del mancato accordo su una coalizione che lo avrebbe confermato alla Moncloa. Sánchez e il suo partito, il Psoe, sono convinti di avere ancora in mano le carte migliori e per le loro prospettive future quella del 25 luglio potrebbe non essere una sconfitta.

PSOE-PODEMOS, UNA COALIZIONE SENZA FUTURO

In teoria ora le forze parlamentari hanno tempo fino al 23 settembre per trovare un accordo sul nuovo presidente del governo e scongiurare nuove elezioni, con il re Felipe VI che convocherà nuove consultazioni con i rispettivi rappresentanti. In pratica, è molto difficile che venga riproposto l’asse fra il Partito Socialista e Unidos Podemos, la lista di sinistra guidata da Pablo Iglesias. Al di là del fatto che i rapporti personali fra i due sono pessimi, già in campagna elettorale Sánchez aveva auspicato «un governo socialista con appoggio di indipendenti» e non una coalizione (sarebbe la prima nella storia democratica spagnola) nella quale cedere competenze e ministeri a un socio di minoranza.

IL TENTATIVO DI SCREDITARE IGLESIAS

Infatti le aperture al possibile alleato sono state ridotte e accompagnate da una pesante richiesta: nessuna carica di governo per Iglesias. Al di là del classico gioco delle parti in cui entrambe le formazioni si sono accusate a vicenda di pretendere troppo, la lista di sinistra ci ha provato fino all’ultimo e anche oltre. Nel giro conclusivo di interventi, quando ormai tutto sembrava deciso e il tavolo negoziale era saltato, Iglesias ha tentato il coup de théâtre, la rinuncia in diretta al ministero del Lavoro in cambio della gestione delle Politiche di Impiego, una mossa a suo dire suggeritagli via sms addirittura da un membro del Psoe.

Secondo molti analisti spagnoli, Sánchez non vuole solo prendere il potere, ma anche distruggere la credibilità degli altri leader

Ma l’obiettivo dei socialisti era un altro: ottenere l’investitura con il minimo dell’appoggio necessario e umiliare Iglesias, definito senza mezzi termini «una minaccia alla democrazia». Da qui il veto alla sua presenza nell’esecutivo e la richiesta ai partiti di centrodestra di astenersi nel voto: un’istanza che, se fosse stata accolta, avrebbe permesso a Sánchez di ottenere la Moncloa contando soltanto sui voti dei suoi (in Spagna nel secondo dibattito di investitura è sufficiente la maggioranza semplice). Se proprio doveva cercare l’intesa per un governo, il leader socialista avrebbe forse preferito scendere a patti con i liberali di Ciudadanos: l’avversione della sua base elettorale e quella del leader Albert Rivera riguardo un simile scenario lo hanno però convinto che non era nemmeno il caso di provarci.

IL PSOE CONTINUA A CRESCERE

Secondo molti analisti spagnoli, Sánchez non vuole solo prendere il potere, ma anche distruggere la credibilità degli altri leader politici. Ha cercato di vincere per ko e ora che non ci è riuscito ha comunque due mesi per valutare se gli conviene di più riannodare i fili della trattativa oppure andare al voto. Nel frattempo, continuerà a governare come presidente uscente e a proiettare l’immagine di un presidente stabile, moderato e rispettato in Europa, che è riuscito a piazzare il suo ministro degli Esteri, Josep Borrell, nel ruolo di Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Ue. In questo senso, giocano a suo favore sia i sondaggi che la percezione popolare di come si sia svolto il processo di investitura. Il Psoe alle Europee del 26 maggio ha fatto meglio che alle elezioni politiche di un mese prima ed è dato ancora in crescita.

IL LEADER SOCIALISTA NON RISCHIA AGGUATI INTERNI

Sánchez non rischia agguati interni e ha messo all’angolo Iglesias, la cui leadership è invece traballante (e de facto già condivisa con la compagna Irene Montero) e la cui lista elettorale rischia di spaccarsi: Izquierda Unida, che la compone insieme a Podemos, ha già manifestato il suo malessere per il mancato accordo. La narrazione che i socialisti sostengono si riassume nelle parole della vicepresidente Carmen Calvo in parlamento: «Per la seconda volta (dopo il 2016 ndr), la nascita di un governo di sinistra viene impedita dal voto di Podemos, che oggi fa gli interessi della destra e dell’ultra-destra. Strano modo di essere progressisti». Unidos Podemos viene dipinto come un manipolo di radicali che voleva gestire l’economia dello Stato senza il consenso popolare. In caso di nuove elezioni, sarà ora più agevole per il Psoe chiamare gli elettori di sinistra a un voto per la «izquierda útil», la «sinistra utile», come da definizione dello stesso Sánchez.

Pedro Sánchez e Pablo Iglesias.

Se Podemos viene neutralizzato e probabilmente intaccato nel suo bacino elettorale, anche Ciudadanos sembra perdere colpi di fronte a Sánchez. Il partito di Rivera, che appartiene all’eurogruppo dell’Alde e vorrebbe fare da casa trasversale dei moderati, ha in realtà compiuto una profonda sterzata verso destra negli ultimi anni. Il suo leader, ingolosito dalla possibilità di sottrarre la leadership del centrodestra al Pp si è lanciato in una crociata anti-socialista, arrivando ad allearsi con gli estremisti di Vox in alcune amministrazioni locali e nel governo regionale dell’Andalusia. Questa svolta non è piaciuta all’anima centrista ed europeista del partito, che rischia di perdere pezzi e sostenitori, come suggerisce la frenata delle Europee dopo l’ottimo risultato nazionale.

L’unico fra i grandi partiti che può davvero esultare è il Partido Popular

L’unico fra i grandi partiti che può davvero esultare è il Partido Popular, dato per morto ad aprile, (parzialmente) resuscitato a maggio e ora in fase di riorganizzazione. Ma il ritorno a un sistema bi-partitico, evocato con nostalgia dal suo numero uno Pablo Casado nell’intervento in parlamento, farebbe comodo pure a Sánchez, leader indiscusso di un “blocco di sinistra” moderato e progressista. Per questi motivi, il Psoe può gestire con relativa serenità le prossime trattative, senza sentire su di sé la minaccia delle urne. Di più: potrebbe scegliere consapevolmente di proporre a Podemos un “accordo capestro”, con ancora meno spazio per la formazione di sinistra radicale. Da una posizione di forza, i socialisti sceglierebbero così se far saltare il banco e andare al voto per ottenere un consenso ancora maggiore (è la posizione di molti influenti membri del partito), oppure formare un governo solido alle proprie condizioni.

LA BOMBA A OROLOGERIA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI

Non è detto però che vada tutto per il verso giusto. C’è infatti una bomba a orologeria pronta a scoppiare sulla politica spagnola in autunno: il giudizio agli imputati del “Procés”, i politici catalani indipendentisti, alcuni dei quali eletti al parlamento, che si trovano attualmente in carcere. Una condanna pesante provocherebbe un’ondata di proteste e malcontento in Catalogna, come ha fatto intendere fra le righe Gabriel Rufián, il portavoce di Esquerra Republicana de Catalunya, rivolto a Sánchez e Iglesias: «Vi pentirete di non aver trovato un accordo ora. A settembre non ci saranno le stesse condizioni di oggi e quindi si tornerà a votare. La gente dirà che la sinistra perde anche quando vince». Il ruolo di Erc, anima sinistrorsa dell’indipendentismo catalano, è fondamentale. I suoi 14 deputati (15, considerando anche Oriol Junqueras al momento sospeso perché in carcere) sono l’ago della bilancia del parlamento: possono dare il via libera a un presidente di sinistra astenendosi (come hanno fatto, invano, in questo tentativo di investitura) oppure bloccarlo con un voto contrario.

IL RISCHIO DI UN VOTO DI PROTESTA

Per Psoe e Podemos la beffa estrema sarebbe trovare una complicatissima quadra fra le reciproche pretese e poi restare appesi a quelle di una formazione che ha come obiettivo a lungo raggio la secessione della Catalogna dalla Spagna. Un’altra variabile con cui forse Sánchez dovrebbe fare i conti è il possibile moto di indignazione popolare nei confronti di una politica vista come inconcludente e autoreferenziale. I cittadini spagnoli, che si sono recati alle urne il 28 aprile, hanno aspettato la fine di luglio per avere notizie del loro voto e ora rischiano di tornare ad esprimersi a settembre. Un’ampia astensione o un voto di protesta diretto verso partiti radicalmente contrari al sistema attuale (Vox da una parte, gli indipendentisti catalani e baschi dall’altra) sarebbe un rischio alto da correre per chi ambisce a governare la Spagna.

di VINCENZO GENOVESE

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