Giovanna Faggionato

Spygate ed escalation Russia-Ue: cosa c'è dietro l'asse anti Putin

Spygate ed escalation Russia-Ue: cosa c’è dietro l’asse anti Putin

26 Marzo 2018 19.30
Like me!

Gli Stati Uniti hanno dato l'annuncio con orgoglio: signore e signori, «la più importante espulsione di russi della storia» è stata realizzata dall'amministrazione americana che deve fare dimenticare le sue relazioni con Mosca. In solidarietà a Londra, che ha subito sul suo territorio l'avvelenamento del colonnello ed ex spia russa Sergei Skripal, il dipartimento di Stato Usa ha espulso 60 tra diplomatici e funzionari dei servizi dell'informazione esterna del Cremlino.

MANO FERMA DI FRANCIA E GERMANIA. Che si uniscono ai 23 cacciati dalla Gran Bretagna, ai 13 dall'Ucraina, ai quattro dal Canada. E alle espulsioni in serie annunciate anche dalla maggioranza dei Paesi Ue. Cn Francia, Germania e Polonia a guidare la classifica con quattro diplomatici cacciati a testa, seguite da Repubblica Ceca e Lituania (tre) Danimarca, Olanda (due), Finlandia e Romania e Lettonia con uno a testa. Al gruppo dovrebbero unirsi anche l'Irlanda, la Croazia, la Spagna e l'Ungheria e molti Stati membri della Nato o candidati all'ingresso nell'Unione come Albania e Macedonia.

NOTTE DI NEGOZIATI IDEOLOGICI. A sorpresa il Belgio, la nazione delle istituzioni europee, dovrebbe annunciare la sua decisione solo il 27 marzo. In totale si tratta di più di 110 diplomatici e di più di 30 Paesi: «rappresaglie coordinate», ha sintetizzato l'Agence France Presse, «che fanno ripiombare il mondo ai tempi della Guerra fredda». Eppure dietro questa fiammata di euroatlantismo in un pessimo periodo dei rapporti Usa-Ue, dietro questa pericolosa escalation in un'altrettanto pessima fase dei rapporti tra Bruxelles e Russia, si cela la ricerca difficile della sovranità europea. E una notte di negoziati ideologici e lunghi che è ancora tutta da raccontare.

Il caso Skripal ci dice che la guerra di spie sta cambiando regole

L’ex colonnello aveva tradito ma era stato perdonato: secondo il codice non scritto dei servizi segreti era intoccabile. Il suo avvelenamento è lo specchio di un’escalation nella shadow war. Innescata dall’Fsb. Il parallelo con l’omicidio di Alexander Litivinenko pesa come un macigno, ma ad analizzare attentamente l’avvelenamento di Sergei Skripal non è poi così ovvio.

La decisione di reagire ai russi è maturata nella lunga giornata del 22 marzo, il primo giorno del summit europeo. Lettera43.it ha raccontato la fuga in avanti di Emmanuel Macron, dell'Eliseo che alle cinque del pomeriggio ha fatto sapere che la Francia e altri Paesi erano pronti a iniziative coordinate contro Mosca, ma fuori dal Consiglio Ue.

COOPERAZIONE SUGLI ESAMI TECNICI. La posizione del presidente francese è stata chiarissima il giorno dopo. Alla fine del summit Macron ha spiegato che Theresa May ha chiesto la cooperazione francese negli esami tecnici sul veleno utilizzato nell'attacco a Salisbury. E ha anche aggiunto che l'organizzazione per la proibizione delle armi chimiche «non ha più gli strumenti per determinare la responsabilità o meno in un caso del genere» e questo significa anche che «non avremo mai degli elementi in più oltre a quelli già raccolti, i quali riconducono con molta probabilità alla responsabilità della Russia».

VECCHIA E NUOVA LINEA SULL'EUROPA. Da qui la decisione di agire contro quello che Macron ha definito un gravissimo e «inedito» atto di «violazione della sovranità europea». In queste poche frasi c'è tutta la linea diplomatica francese, vecchia – il ruolo di potenza dell'Europa della difesa da spartirsi con Londra, almeno fino alla Brexit – e nuova – l'idea che non si può non reagire: quando l'Ue rischia di apparire al mondo debole deve mostrare la sua forza in quanto Unione europea. Ed è su questo punto che la Germania è stata pronta a sposare l'intervento.

Il pressing della Gran Bretagna e della stampa inglese è stato costante, sin dall'inizio del summit. E ha trovato una sponda prontissima nei Paesi Baltici – la Lituania, ancora delusa per la caduta della sua proposta di un piano Marshall per l'Ucraina da 50 miliardi, in testa – e nelle ex Repubbliche sovietiche diventate anti-sovietiche, come la Polonia del presidente del Consiglio Ue Donald Tusk.

GLI ANTI-ESCALATION IN MINORANZA. La discussione è durata oltre l'una e mezza di notte. «È stato un lungo dibattito», ha commentato un portavoce della Commissione con l'usuale understatement, «un confronto altamente ideologico», spiega più chiaramente un diplomatico Ue. Alcuni Paesi come Italia, Grecia, Cipro, Bulgaria e Spagna hanno tentato di evitare l'escalation, ma la loro resistenza era di fatto in minoranza: hanno ottenuto che le sanzioni rimanessero tali, anche se già oggi c'è chi parla di un aumento futuro.

Forse in tutto questo ha pesato anche l'obiettivo che si era posta l'Alto rappresentante della diplomazia Ue Federica Mogherini: da sempre sotto un fuoco di critiche da parte degli Stati Baltici e dei Paesi dell'Est per una sua presunta politica filo russa, nonostante finora l'Unione non abbia fatto altro che rinnovare le sanzioni contro Mosca e le relazioni con Putin siano ai minimi, arrivando al summit Mogherini ha ribadito che l'imperativo era «unità, unità, unità».

IL DISCORSO «MOLTO DURO» DI MOGHERINI. Ma mantenere l'unità europea e anche sposare le richieste di una fetta sempre più larga di Paesi Ue schierati apertamente contro la Russia significava necessariamente prendere una iniziativa più dura. E il discorso di Mogherini è stato proprio così: «molto duro», spiega una fonte diplomatica, e chissà se per provare a mettere una parola fine alle polemiche che arrivano dall'Europa orientale.

Per di più la mancanza di reali poteri non aiuta. In un primo momento infatti dal tavolo dei leader europei era emersa la proposta di cacciare i diplomatici russi dalle istituzioni europee. Ma essendo le istituzioni Ue all'interno dello Stato belga, l'ordine sarebbe dovuto partire dal ministero degli Esteri del Belgio. Come ha raccontato il quotidiano Le Soir, il premier Charles Michel si è rifiutato di premere il bottone rosso, cacciare 24 funzionari del Cremlino e prendersi la responsabilità di azzerare i rapporti tra la sua nazione e Mosca.

ORBAN HA TROVATO LA SOLUZIONE. Alla fine, secondo quanto raccontato dall'Afp, è stato il primo ministro ungherese Viktor Orban a trovare la soluzione: richiamare l'ambasciatore europeo a Mosca, una scelta che oggi era giudicata dalla stampa britannica un gesto solo simbolico da mettere in relazione alla posizione ancora una volta considerata ambigua di Mogherini.

Intanto il risultato della radicalità anti-Mosca degli uni e degli obiettivi degli altri è quantomeno originale: la Gran Bretagna in uscita dall'Ue, la Gran Bretagna che da sempre è sospesa tra le due sponde dell'Atlantico, ha trovato tutta l'Europa a difenderla. Con un gruppo di Paesi che lo hanno fatto per difendere l'Europa stessa e altri per difendere un'Europa atlantica e anti-russa. E a loro si sono uniti anche gli alleati di sempre Canada e Usa.

POLITICA UNITARIA FILO ATLANTICA. E così abbiamo avuto una nuova dimostrazione: esattamente come succede nel campo della Difesa, dove per progredire l'Ue alla fine è destinata a europeizzare la Nato piuttosto che a costruire un esercito europeo. Allo stesso modo, date le posizioni in campo, una politica estera unitaria europea a oggi può essere solo filo atlantica. Che poi questo non dia spazio a un'escalation, come si augurava Paolo Gentiloni, è ancora tutto da vedere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *