Stati falliti d’America

Redazione
21/01/2011

di Patrizio Cairoli Nutrire il mostro, o combatterlo. Finanziare il debito pubblico, o tagliare le spese. È il bivio che si...

di Patrizio Cairoli

Nutrire il mostro, o combatterlo. Finanziare il debito pubblico, o tagliare le spese. È il bivio che si presenta davanti al Congresso statunitense: in fondo a entrambe le strade, lo spettro della bancarotta.
È stato il segretario al Tesoro, Timothy Geithner, a evocare il rischio di default per la prima economia mondiale, in una lettera inviata un paio di settimane fa al Congresso. Una missiva dai toni allarmistici, in cui la parola ‘fallimento’ è stata brandita per avvertire la nuova maggioranza repubblicana alla Camera: se il Parlamento non approverà una legge per alzare il debito federale, autorizzando così il Tesoro a emettere più titoli per finanziarsi, «il danno sarà catastrofico».
STOP ALLA SPESA PUBBLICA. Ma la maggioranza Gop (Grand Old Party, soprannome del partito repubblicano) sostenuta dal movimento anti-tasse del Tea party, emersa dalle elezioni di midterm dello scorso 2 novembre, non è sembrata disposta a una retromarcia: «Il popolo americano non accetterà un aumento del debito, se non sarà accompagnato da drastiche azioni per tagliare la spesa pubblica e porre fine alle spese folli a Washington, che cancellano posti di lavoro», ha dichiarato il nuovo presidente della Camera, John Boehner.
Il debito pubblico statunitense, ormai fuori controllo (quattro anni fa era di 8.600 miliardi) ha raggiunto il record di 14 mila miliardi di dollari. Questo significa che il Paese è ormai vicinissimo al tetto massimo, fissato a 14.294 miliardi, che i democratici vorrebbero alzare al più presto: secondo Geithner, il debito raggiungerà la soglia tra il 31 marzo e il 16 maggio. 

Tagli per 2.500 miliardi di dollari in dieci anni

Ma di continuare a nutrire lo Stato, i repubblicani non ne vogliono sapere. La nuova maggioranza alla Camera, attraverso il Republican Study Committee (Rsc), ha presentato lo Spending Reduction Act, un piano di tagli alla spesa da 2.500 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni.
Un piano ‘lacrime e sangue’ che propone l’eliminazione o la drastica riduzione di più di 100 programmi federali per ridurre di 100 miliardi le spese nell’anno fiscale 2011 (che termina il 30 settembre) e portare, dal prossimo anno, le spese discrezionali non legate alla difesa ai livelli del 2006 e quelle non legate alla sicurezza ai livelli del 2008.
A RISCHIO LA RIFORMA SANITARIA. I tagli non risparmierebbero nessuno: meno fondi per i veterani, la ricerca scientifica, i trasporti, l’educazione, la giustizia, gli aiuti ai Paesi stranieri e l’arte, solo per citare alcuni rami da potare, secondo il Comitato composto dai due terzi dei deputati repubblicani, tra cui 75 nuovi eletti.
I tagli ai programmi federali e la riduzione dei budget delle agenzie federali, secondo il Comitato, consentirebbero di risparmiare fino a 330 miliardi all’anno.
«È quello che l’America vuole che facciamo», hanno ripetuto Jim Jordan, deputato dell’Ohio, che guida il Comitato, e Scott Garrett del New Jersey. Tra le altre proposte inserite nel piano, quelle di tagliare il 15% dei dipendenti federali e congelare per cinque anni le buste paga dei funzionari pubblici. E, naturalmente, quella di fermare la riforma sanitaria del presidente, Barack Obama, bocciata alla Camera e tra pochi giorni di nuovo in discussione al Senato.
LO SCONTRO AL CONGRESSO. Un piano di tagli cui si sono opposti i democratici, convinti che metterebbe a rischio l’occupazione e l’uscita dalla crisi economica. Ma che rappresenta la priorità per i repubblicani appena entrati al Congresso, che su questo tema hanno basato l’ultima campagna elettorale, aizzando la rabbia popolare nei confronti di Washington.
Per questo, sembra difficile che un compromesso tra le due anime del Paese possa essere trovato. Martedì 25 gennaio, la Camera voterà il piano ed è probabile che lo approvi, nel giorno in cui Obama dedicherà il discorso sullo Stato dell’Unione proprio alla lotta al deficit e al debito.
Ma è difficile immaginare che lo faccia il Senato, dove sono ancora i democratici a comandare.

California, New York, Illinois rischiano la bancarotta

Oltre alla lotta tra democratici e repubblicani su tagli alla spesa e riforma sanitaria, prevedibile sin dalle elezioni di metà mandato, sta emergendo quella tra i repubblicani più moderati, che compongono il vecchio establishment del partito, e l’ala più radicale, legata al Tea party, con i primi che vorrebbero dei tagli meno drastici.
I SETTORI DA POTARE. Dal piano presentato dal Republican Study Committee è emerso che molti tagli alla spesa federale potrebbero ricadere sugli Stati: oltre 16 miliardi di dollari dovrebbero essere risparmiati da Washington con la rinuncia al Medicaid, il programma federale sanitario che fornisce aiuto alle famiglie con basso reddito, lasciando tutto il peso della spesa sulle spalle delle autorità statali; 30 miliardi di dollari dovrebbero essere recuperati eliminando il controllo federale su Fannie Mae e Freddie Mac, i due colossi (nazionalizzati nel 2008) che hanno in mano il mercato dei mutui, rischiando di far precipitare nel caos il settore immobiliare.
Far ricadere maggiori spese sui singoli Stati per tagliare le spese federali potrebbe non essere una buona idea: almeno tre – California, New York, Illinois – sono quelli a rischio bancarotta.
UNA VIA PER USCIRE DAL DEBITO. Ma più che un rischio, secondo molti analisti, sarebbe un’opportunità: l’unica per liberarsi dal peso soffocante dei debiti. Secondo il New York Times bisognerebbe dare all’Illinois, per esempio, l’opportunità concessa alla General Motors, rigeneratasi dopo la bancarotta pilotata.
Alcuni Stati hanno problemi strutturali talmente profondi da essere risolvibili, come per le aziende, solo con il default.
La bancarotta come meccanismo per assicurare una ristrutturazione più forte e garantire la rinascita, insomma. Un’ipotesi che sta silenziosamente circolando tra i parlamentari, ma che nessuno Stato, al momento, sembra intenzionato a chiedere.
Una soluzione che, invece, è stata caldeggiata dal professor David Skeel dell’Università della Pennsylvania, nell’articolo Give States a way to go bankrupt del Weekly Standard.
Secondo Skeel, la bancarotta è «il modo migliore per evitare il ricorso massiccio al bailout (salvataggio)» e per questo occorre introdurre una legge che la consenta, come ai governi locali, facendo in modo che non risulti incostituzionale. Lo sarebbe, per esempio, se gli Stati fossero costretti da giudici federali a dichiarare la bancarotta.
LA VIA DEL RINNOVAMENTO. Per Gideon Rachman, editorialista del Financial Times, la bancarotta «potrebbe essere un bene» per gli Stati Uniti; l’inizio di un rinnovamento, come la storia ha dimostrato essere vero per molti Paesi, dall’Asia all’Europa.
Una via d’uscita accettabile anche per molti fondamentalisti della destra statunitense, che hanno invocato l’Apocalisse, il crac finanziario, come una catarsi. Forse aveva semplicemente ragione Rahm Emanuel, ex capo di Gabinetto di Obama, quando dichiarò, alla fine del 2008, che «non possiamo sprecare una crisi come questa».