Stato-mafia, il fronte del Colle

Paola Alagia
20/08/2012

I costituzionalisti con Napolitano. Tranne Zagrebelsky.

Stato-mafia, il fronte del Colle

Il conflitto d’attribuzione sollevato presso la Corte costituzionale dal presidente della Repubblica nei confronti della procura di Palermo che indaga sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra non è mai andata in vacanza e continua a infuocare un già arroventato mese di agosto. Anzi, più si avvicina il fatidico 19 settembre, giorno in cui è atteso il pronunciamento della Consulta sull’ammissibilità del ricorso presentato da Giorgio Napolitano, più il confronto si accende.
LA QUERELLE ZAGREBELSKY-SCALFARI. A darne la misura è stato lo scontro dei giorni scorsi, sulle pagine di Repubblica, tra il fondatore Eugenio Scalfari, uno dei più convinti paladini schierati a difesa del capo dello Stato, e Gustavo Zagrebelsky.
Il costituzionalista, infatti, ha rotto gli indugi e dalle colonne del quotidiano romano non ha esitato a bollare quello di Napolitano come un errore. Fine di una liaison culturale?
Intanto i pm hanno lanciato il loro chiaro messaggio: «Nessuna mediazione».

La maggior parte dei costituzionalisti schierati con Napolitano

Senza dubbio quella di Zagrebelsky rappresenta una voce fuori dal coro. La maggior parte dei suoi colleghi, che hanno avuto modo di esercitarsi sulla delicata materia giuridica, infatti, non la pensa come lui.
ONIDA: L’ULTIMA PAROLA SPETTA ALLA CORTE. A cominciare da Valerio Onida. L’ex presidente della Corte costituzionale, per esempio, sulle intercettazioni indirette non ha dubbi: «Il divieto previsto dalla legge per il capo dello Stato è assoluto. Sarà la Corte a stabilire se tale divieto comporta anche l’inutilizzabilità».
L’OMBRA DELLA CRISI ISTITUZIONALE. Non solo. Mentre Zagrebelsky ritiene il ricorso presentato dal Colle già vinto perché «presidente e Corte, ciascuno per la sua parte, sono entrambi “custodi della Costituzione” e sarebbe un fatto devastante, al limite della crisi costituzionale, che la seconda desse torto al primo», Onida ricorda che «solo la Consulta può fare chiarezza e l’iniziativa del Quirinale va letta in questo senso».
MANZELLA: EQUILIBRI TURBATI. Tuttavia, come Onida, anche Andrea Manzella ha le idee chiare sulla vicenda che ha coinvolto il Colle. Già un mese fa parlava di equilibrio tra i poteri dello Stato «turbato per palese mancanza di senso costituzionale da un ufficio giudiziario».
«Non siamo nelle diatribe siciliane immortalate una volta per sempre da Pirandello nella novella La giara», ha affermato in maniera netta il professore. «Siamo a una totale incomprensione del ruolo costituzionale della presidenza della Repubblica e dell’inviolabilità delle prerogative oggettive delle sue funzioni».
CAPOTOSTI: POLEMICA IRRESPONSABILE. All’elenco degli esperti che nello scontro tra la procura palermitana capitanata da Antonio Ingroia e il Quirinale hanno sposato la linea Napolitano si devono poi aggiungere Piero Alberto Capotosti («È irresponsabile accendere la polemica sollevando il sospetto che il presidente della Repubblica, rivolgendosi alla Consulta, abbia inteso nascondere qualcosa e ostacolare l’esercizio del potere inquirente») e Michele Ainis («È difficile accettare che sia un giudice a esprimersi sulla rilevanza stessa dell’intercettazione… I nastri vanno subito distrutti, senza farli ascoltare alle parti processuali»).
MIRABELLI: INTERCETTAZIONI DA DISTRUGGERE. Pure il costituzionalista Cesare Mirabelli è stato tranchant: «La procura da un lato conferma che non si può intercettare il presidente della Repubblica, ma dall’altro legittima la conservazione di quegli ascolti non utilizzabili. Quel materiale non deve essere conservato. Altrimenti, con un mezzo indiretto si rischia di fare ciò che direttamente è vietato».
L’OUTSIDER CORDERO. A fare compagnia a Zagrebelsky, insomma, rimane soltanto il giurista Franco Cordero che ha definito «mossa incongrua contestare l’iter giudiziario palermitano».

Il fronte della politica: l’attacco dell’Idv e la frenata Pd

Lo scontro in atto con la procura di Palermo non poteva non dividere anche gli schieramenti politici. Il partito che marcia più compatto su posizioni anti-Colle è quello di Antonio Di Pietro.
L’ATTACCO DI DI PIETRO. Il leader dell’Italia dei valori, un po’ per antica deformazione professionale, ma molto più per calcolo politico (dalle regionali in poi, infatti, l’Idv è lanciatissimo all’inseguimento del Movimento 5 stelle), sin dal 16 luglio scorso – giorno della pubblicazione del decreto in cui il Colle aveva sollevato il conflitto d’attribuzione – ha iniziato a sparare alzo zero contro il presidente della Repubblica.
«Prima fa finta di non vedere, e poi briga per impedire di conoscere i fatti, andando oltre i confini costituzionali del suo mandato». È questa solo l’ultima di una lunga serie di accuse mosse da Di Pietro al Capo dello Stato.
LA FREDDEZZA DI VENDOLA. Un attacco frontale alla prima carica istituzionale che ha destato non pochi dubbi in Nichi Vendola («Sono molto perplesso per l’assedio polemico di Di Pietro nei confronti del Capo dello Stato») ma che, soprattutto, ha finito per allontanare da Di Pietro il Pd.
LA NOMENKLATURA PIDDINA PRO-COLLE. Dalle parti di via del Nazareno, infatti, le polemiche sul caso specifico del conflitto d’attribuzione sono rimaste abbastanza sotto traccia, mentre il partito ha mostrato una straordinaria (e insolita) unità nel difendere Napolitano dagli attacchi dell’ex pm.
MONACO SI SMARCA. A ben guardare, però, non mancano i distinguo tra i democratici. E così se Anna Finocchiaro ha definito quello di Napolitano «un atto di doverosa prudenza costituzionale», e Stefano Ceccanti ha richiamato l’attenzione sugli «articoli 90 e 96 della Costituzione» che «valgono anche per la procura di Palermo», il democrat Franco Monaco non ha nascosto il suo placet per le tesi di Zagrebelsky, definite «convincenti, lucide e argomentate». «Tesi», secondo l’esponente piddino, «che danno atto delle limpide intenzioni della presidenza della Repubblica ma che non tacciono la preoccupazione per le conseguenze sugli equilibri costituzionali futuri di una sentenza largamente prevedibile».

Il Pdl cavalca la polemica sulle intercettazioni

In casa Pdl le telefonate tra il Quirinale e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino hanno finito col fornire un formidabile assist alle ventennali battaglie del Cav e del suo schieramento per limitare l’uso delle intercettazioni.
PREDELLINO DIVISO. Il botta e risposta a distanza nelle ultime ore tra il premier Mario Monti, che ha parlato di «abusi» da parte della procura palermitana nelle intercettazioni, e il procuratore aggiunto Ingroia, che ha puntato il dito contro lo «sconfinamento della politica», ha fatto emergere le divisioni che da tempo lacerano il partito del Predellino.
SEVERINO NEL MIRINO. Mentre Maurizio Gasparri, infatti, non si è fatto sfuggire l’occasione per tornare a insistere sulla necessità di una legge che regolamenti gli ascolti, senza nascondere però la sua scarsa fiducia nel ministro della Giustizia Paola Severino («Sembra una che lavora sotto dettatura di Ingroia»), Fabrizio Cicchitto ha avuto tutt’altro approccio nei confronti della Guardasigilli, invitandola a «seguire le indicazioni di Monti».
FLI: FINI CONTRO I FALCHI. La trattativa Stato-mafia e gli ultimi risvolti che hanno lambito il Colle, tuttavia, hanno avuto i loro contraccolpi pure sulla sparuta pattuglia dei finiani. E così il presidente della Camera, impegnato a mantenere una linea il più istituzionale possibile, se la deve vedere con i falchi del suo partito.
A cominciare da Fabio Granata, schierato a difesa dei magistrati siciliani (come nel 1992, «i magistrati», ha affermato nelle scorse settimane, «vengono isolati e offesi dalla politica e dalla stampa asservita e conformista»).
CASINI, DIFESA A OLTRANZA. Tra le fila dell’Udc, invece, si segue la linea del leader. E Pier Ferdinando Casini l’ha dettata chiaramente: «L’iniziativa del presidente della Repubblica di chiarire le prerogative dell’istituzione che rappresenta, ha affermato, «è un atto di responsabilità che solo gli analfabeti possono fraintendere».