Sull'omicidio di Stefano Leo è polemica tra governo e magistratura

Sull’omicidio di Stefano Leo è polemica tra governo e magistratura

05 Aprile 2019 09.51
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È polemica tra il governo e la magistratura sull'omicidio di Stefano Leo, il giovane ucciso a Torino «perché troppo felice» dal reo confesso Said Mechaquat. Il presidente della Corte d’Appello del capoluogo piemontese, Edoardo Barelli Innocenti, ha tenuto una conferenza stampa per spiegare perché il killer, che avrebbe dovuto essere in carcere a seguito di una condanna per maltrattamenti in famiglia, si trovasse invece a piede libero: «Sono qui a prendermi i pesci in faccia, com'è giusto che sia. Ma non scrivete che la colpa è solo dei magistrati. Non è neanche giusto distinguere tra magistrati e cancelleria, ma la massa di lavoro da smaltire è tale che il ministero della Giustizia dovrebbe provvedere ad assumere cancellieri e assistenti, perché è quello di cui abbiamo bisogno». Sulle circostanze per cui Mechaquat fosse in libertà, il ministero della Giustizia guidato da Alfonso Bonafede sta valutando l'invio di ispettori e non è escluso che possa attivarsi nelle prossime ore.

LA SENTENZA DIVENTATA DEFINITIVA

Mechaquat era stato condannato a un anno e sei mesi per maltrattamenti in famiglia con una sentenza, diventata definitiva, che per lui comportava la carcerazione. Ci sarebbe stato un ritardo, o un intoppo, nella trasmissione dei documenti dalla Corte d'Appello alla procura presso il Tribunale. Il killer, infatti, non aveva ottenuto la condizionale per via dei suoi precedenti. Inoltre, secondo alcune ricostruzioni, non avrebbe avuto diritto a chiedere misure alternative al carcere per via del coinvolgimento di un minorenne nella vicenda. La condanna di primo grado, che risale al 2015, era diventata irrevocabile perché il ricorso era stato giudicato inammissibile dalla stessa Corte d'Appello. Cosa sia effettivamente successo non è ancora chiaro. Di sicuro però Mechaquat il 23 febbraio era libero e ha potuto appostarsi in un vialetto alberato in riva al Po, attendendo pazientemente che passasse qualcuno da uccidere. «La cancelleria ha come input quello di far eseguire le sentenze più gravi, sopra i tre anni, perché al di sotto si ha la possibilità di ottenere l'affidamento in prova», ha sostenuto tuttavia Barelli Innocenti, «Mechaquat poteva avere accesso a pene alternative e non c'è nessuna garanzia che il 23 febbraio si sarebbe trovato in carcere, perché ogni sei mesi ci sono 45 giorni di beneficio».

LE SCUSE ALLA FAMIGLIA LEO

Il presidente della Corte d'Appello si è comunque scusato con la famiglia della vittima: «Come rappresentante dello Stato mi sento di chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo. Non consento di dire che la Corte d'Appello sia corresponsabile dell'omicidio. Qui abbiamo fatto quello che dovevamo fare. C'è stato un problema. Posso scusarmene, ma non c'è nessuna certezza che Mechaquat potesse essere ancora in carcere il 23 febbraio».

IL PROBLEMA DELLA MANCANZA DI PERSONALE

Non è la prima volta che a Torino si accendono i riflettori sulla Corte d'Appello. La cronica scarsità di personale e la quantità di fascicoli da smaltire sono da tempo un problema. Il record nei ritardi è stato segnato nel 2016, quando fu discusso un processo per una rapina commessa a Novara nel 1994 con il bottino ancora in lire. Nel febbraio del 2017 i magistrati chiesero pubblicamente «scusa al popolo italiano», in piena udienza, perché un fascicolo per violenza sessuale era caduto in prescrizione. Nel settembre successivo subì la stessa sorte un caso di stupro su un minore, vecchio di 16 anni. A partire dal 2015, quando il presidente era Arturo Soprano, è stata fatta una riforma dopo l'altra: commissioni speciali, criteri di priorità, sezioni stralcio. Ma le carte si accumulano e il personale non riesce a smaltirle.

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