Stefano Voltolina morto suicida in carcere a 26 anni, la lettera della prof delle medie: «Abbiamo fallito»

Il ragazzo, detenuto per violenza sessuale, avrebbe concluso la sua pena nel 2028 e da tempo soffriva di una forma acuta di depressione per la quale era seguito dal personale medico. La sua ex insegnante, che collabora come volontaria con le case circondariali, ricorda il passato del giovane e manifesta il suo senso di sconforto e dolore per non aver fatto abbastanza.

Stefano Voltolina morto suicida in carcere a 26 anni, la lettera della prof delle medie: «Abbiamo fallito»

Stefano Voltolina è morto suicida lunedì 9 gennaio 2024 nel carcere Due Palazzi di Padova dove stava scontando una pena per violenza sessuale che sarebbe dovuta finire nel 2028. Il ragazzo, stando a quanto riportato dal Corriere, soffriva di una grave forma di depressione ed era seguito dal personale medico dell’istituto detentivo. A seguito della morte del 26enne, un’insegnante che per due anni alle scuole medie ha avuto come allievo Voltolina e che è impegnata anche nel volontariato nelle carceri ha scritto una lettera nella quale afferma di «aver fallito con quel ragazzo che da adolescente era molto speciale».

La lettera dell’insegnante di Stefano Voltolina 

«Ci era capitato tra capo e collo all’inizio dell’anno, affidato a una casa famiglia del Villaggio Sant’Antonio, e la scuola media dove inserirlo era la nostra. Alla prima riunione con l’équipe mi ero veramente arrabbiata: come potevano immaginare che saremmo stati in grado di gestire un caso così impegnativo? Mai frequentato regolarmente la scuola, nessuna idea di cosa fosse un qualsivoglia regolamento», si legge nella lettera. «Anch’io sono scappata da scuola in seconda elementare», scrive l’ex professoressa, «forse qualcosa mi avvicinava a lui, o era lui a farsi benvolere. È stato mio alunno per due anni, prima e seconda media, e alla fine ce l’avevamo quasi fatta. Certo, ogni tanto usciva dalla classe e allora… inseguimenti per i corridoi e le scale, molto pericoloso, ma i ragazzi della Santini non si sono mai divertiti tanto».

«Era sveglio, curioso e buono»

E ancora: «Decidemmo di essere sempre in due, per non dover abbandonare lui o gli altri. Il preside stava in classe con noi nelle ore senza insegnante di sostegno. Poi l’abbiamo bocciato, devo dire così perché il voto è di maggioranza, ma ovviamente non ero d’accordo». Dopo quell’esperienza, come sottolineato dalla professoressa, qualcosa era cambiato: «Aveva perso i compagni, che nel frattempo gli si erano affezionati, e gran parte degli insegnanti. Spesso mi aveva parlato di sé e della sua famiglia, veniva da Chioggia, suo padre pescatore. “Prof, ma non sa cosa sono le tegnue?” (le barriere coralline dell’alto Adriatico, ndr). Il suo mondo erano il mare e un cantiere di sfasciacarrozze dove passava le giornate con una banda di ragazzini, invece di andare a scuola. Lui sapeva più di me, senza dubbio. Scriveva bene, era sveglio, curioso, buono, si può dire?».

«Abbiamo fallito, come altre volte»

Nelle parole scritte dalla docente anche il ricordo dell’incontro con la famiglia del ragazzo: «Ho conosciuto la madre e il padre, gli volevano bene, non ce la facevano a stargli dietro, non ricordo quanti figli avessero. Certo, Stefano per due volte riuscì a raggiungere Chioggia in bicicletta, fuggendo dalla casa di Noventa Padovana». Poi, dopo la scuola: «Non l’ho più rivisto. Cosa posso dire adesso? Abbiamo fallito, come altre volte. Facciamo almeno qualcosa per non dimenticarcelo, il nostro fallimento».