Massimo Del Papa

My Songs di Sting, album inutile con cui rovina la sua eredità artistica

My Songs di Sting, album inutile con cui rovina la sua eredità artistica

Il 24 maggio è uscito l'ultimo disco dell'ex Police. Una raccolta di canzoni storiche reinterpretate con rifacimenti sterili, frigidi, con ogni evidenza fatti su misura per la generazione Spotify. La recensione.

24 Maggio 2019 14.45

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Come tutti, arrivati a una certa età, Sting si fa il lifting. Solo che il chirurgo plastico coincide con se stesso, sono le canzoni a venire riplasmate.

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Anche lui, dopo 40 anni e passa di carriera, casca in questo errore fatale. E lo è, fatale, perché Sting sa benissimo che le canzoni sono magie figlie del loro tempo, che contempla anche un suono particolare, conseguenza del livello tecnico, del gusto musicale, del mercato di quel tempo. Lo sa, ma non rinuncia a sfornare una raccolta sciapa fin dal titolo, My songs, dove rilegge 19 episodi sparsi nelle sue stagioni, prima coi Police, poi da solo, seppure in varie forme e collaborazioni. E nessuna versione oscura l'originale, e tutte, nessuna esclusa, le fanno rimpiangere. Mettiamoci pure che una gran parte, quelle con i Police soprattutto, sono in realtà esecuzioni dal vivo, scelta incomprensibile in una operazione che vorrebbe riproporre ex novo i cavalli di battaglia, e il cerchio dell'inutilità è chiuso.

UN'ORGIA DI TECNICA PER UN ALBUM INUTILE

È proprio un disco inutile, My songs. Bugiardo già dal titolo, perché queste non sono più canzoni di Sting. Sono negazioni del passato, rifacimenti sterili, frigidi, fatti con ogni evidenza su misura per la generazione Spotify, quella dello streaming a manetta, il che rende il tutto se possibile ancora più patetico. Si cerca un respiro, una brezza rinfrescante: si risolve in un'orgia di tecnica, tutto pulitino, niente sbavature, nessuna emozione. Ed è, peraltro, proprio il periodo più appassionante, quello dei Police, che uscivano dal post punk, a risultare privo di una comparazione, perché in pratica tutto il repertorio qui racchiuso è dal vivo: che senso ha, per l'ennesima volta?

Sting è riuscito a rovinare il possibile, come in If you need somebody set them free, appesantita da una veste dance stilosa quanto priva di senso

Mentre i brani della produzione solista immediatamente successiva, come Englishman in New York, o differiscono poco e niente dall'originale, dato che Sting ha preferito in certi casi qualcosa di simile a un semplice remixaggio, una combinazione di master originale e arricchimenti di nessuna consistenza; oppure è riuscito a rovinare il possibile, come in If you need somebody set them free, appesantita da una veste dance stilosa quanto priva di senso. Infine, i brani della produzione più recente emergono in tutta la loro mediocrità, in una pesantezza che ha lasciato la critica sempre più perplessa e il pubblico sempre più indifferente, come nel caso dell'ultimo disco di inediti 57th & 9th. Caso a parte il divertissement con Shaggy, che avrà portato un po' di linfa a una carriera in costante flessione da anni, fatti salvi i ritorni episodici con la casa madre, ma insomma lascia il tempo che trova.

STING SVILISCE LA SUA EREDITÀ ARTISTICA

È il destino fatale di imprese come questa: un artista pretende di riproporsi in chiave moderna, aggiornata ai tempi, e finisce per tradire tutte le sue rughe artistiche, il suo ritrovarsi improbabile, confuso in un tempo che non è il suo. Tanto varrebbe fare quello che si sa fare meglio, senza voli pindarici che si schiantano contro muri di realtà. È che quasi tutti, da un certo momento in avanti, maturano il problema di come amministrarsi, come vivere di rendita; e finiscono, quasi tutti, per commettere gli stessi svarioni, ed è incredibile tanta metodicità, è inspiegabile quel non capire che trovate del genere non servono a niente, non portano a niente, finiscono per svilire certi momenti di una eternità artistica. Fateci caso: le canzoni mai rinascono felicemente. Quelle belle restano per sempre così come sono, non invecchiano, finiscono direttamente fuori dal tempo; quelle eccezionali ci nascono proprio, e Sting e i Police di canzoni eccezionali ne hanno scritte, suonandole come sapevano: lì non serve niente, non c'è nulla da ritoccare, gli assoli di Andy Summer, le percussioni del “ritmatista” Stewart Copeland, e lo stesso basso di Sting, tutt'altro che disprezzabile, hanno creato impasti, pulsazioni, vibrazioni capaci di entrarci dentro, fermandosi per sempre in qualche parte della nostra anima.

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Pazzesco che un artista questo non riesca a capirlo. Che voglia incaponirsi a rifare se stesso, creando puntualmente qualcosa da dimenticare, subito, senza esitazioni. Qualcosa di imbarazzante, di irritante. È il caso di My songs, strampalato pateracchio che grida vendetta al cielo. Sting, a parte certa antipatia da coscienza globale alla Che tempo che fa, fisicamente sta invecchiando benone: sono le sue canzoni, che qui hanno l'effetto di certe damazze straripanti di silicone, dai lineamenti ormai irrintracciabili, ma terribili. Però una speranza, malgrado tutto, c'è. Flebile, improbabile come una scommessa al buio, ma c'è. Che la generazione streaming, cui questo progetto è dedicato, finisca, per percorsi misteriosi, forse per rigetto, a riscoprire gli originali. E ad apprezzarli e amarli come successe a noi. Regalando ancora stille di immortalità a composizioni che non hanno nessun bisogno di venire rovinate, ma solo riscoperte.

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Commenti: 1

  1. Condivido abbastanza, a parte la definizione “orgia tecnica”, perché sinceramente considerare *questa* “Message in a Bottle” più tecnica di quanto suonasse Copeland è assurdo. È assai meno tecnica. Sfido il batterista Josh a suonarla come Copeland… Poi vediamo. 🙂
    Pulitine sì, fastidiose. Ma più tecniche no… Più elettroniche e meno acustiche.
    Sarà che voleva fare un regalo al figlio.

    Ciò detto, non è che l’eredità sia perduta. Basta non ascoltare queste canzoni e restano sue, le ha composte lui. Non vedo questa tragedia…

    Buona vita!

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