Breve storia della Salernitana nell’anno del centenario

Quella granata è la più grande provinciale del Sud per tifo. Dai tempi di Renzo Merlin fino Joseph Minala, una riflessione sulla squadra campana a 100 anni dalla fondazione.

28 Aprile 2019 09.00
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Di colore granata è il senso ultimo del calcio. Quello che nobilmente resiste a ogni ingiuria del tempo. Lo sanno a Torino, dove nel 1949 il disastro aereo di Superga cancellò in uno schianto il granata della squadra italiana più venerata. Ma lo sanno anche a Salerno, dove, con meno notorietà, e quindi con ulteriore scialo di poesia, si consuma il blues di un club dannato e amato come pochi altri.

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Lo rammenta il granata della maglia confezionata per il centenario in corso della Salernitana da parte delle associazioni Santa Teresa Beach Soccer, 19 Giugno 1919 e Tackle Salerno. Quel che si dice una «vera maglia da calcio», amorevolmente riesumata dagli stadi della memoria, con tanto di lacci infilati nel colletto, maniche bordate di biancoazzurro, ippocampo esibito sullo stemma come insegna la tradizione dei maestri anglosassoni. A modo suo, uno schiaffo al sistema ignaro dei trend e dei Twitter oggi imperanti. O, se si vuole, una storica divisa da far indossare a uno come Joseph Minala, centrocampista camerunense registrato all'anagrafe di Yaoundé nel 1996 anche se, quando era un Primavera della Lazio, dal Senegal saltò fuori la voce che avesse 42 anni, e non 17. "Bufale" da cui è stato accompagnato fin dal suo arrivo a Salerno, dove peraltro il fato ha stabilito che, fra una panchina e l'altra, fosse il suo piatto destro a siglare al 96° il gol vittoria dello strabiliante derby campano rapinato due anni fa in casa dell'Avellino, passando da 0-2 a 3-2 negli ultimi 20 minuti.

Con il rispetto dovuto ai Di Tacchio e ai Calaiò della rosa attuale, senza infamia e senza lode allenata in Serie B da Angelo Gregucci, miglior testimonial del giocatore africano non si trova per rappresentare 100 anni vissuti così esageratamente. Perché questo di Minala è lo stesso blues, fra il malinconico e il caricaturale, impresso a fuoco nello spogliatoio della mitologia salernitana, antro da dove non è mai uscito il bomber di una domenica Renzo Merlin, milanese del 1923, detto "Picchioni" perché in campo incuteva paura come il serial killer a cui negli Anni 40 attribuirono 16 omicidi commessi in provincia di Rieti. Quel 17 aprile del 1948 toccò a Picchioni Merlin realizzare, dopo sette minuti di gioco, il gol che portò in vantaggio la Salernitana proprio contro il Grande Torino di Maroso e Gabetto. Tanto da costringere capitan Mazzola al noto gesto di rimboccarsi le maniche, segnale di una riscossa culminata nelle quattro reti segnate dal Toro durante la ripresa. Passato alla storia locale per questa sfida, il torneo 1947-’48 è uno dei due, assieme a quello 1998-’99, giocati dalla squadra in Serie A. Il resto è tanta B e un’infinità di C, ben 57 volte, beatificate sugli spalti dello stadio Arechi dai numeri di un pubblico sempre ai vertici delle classifiche di affluenza.

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A rappresentarlo sono i tifosi della curva Siberiano intitolata al capo ultras Carmine Rinaldi, soprannominato Siberiano perché per campare spaccava blocchi di ghiaccio al porto di Salerno. Stroncato da un malore mentre montava cabine in una spiaggia, Carmine se è andato ad appena 46 anni, due in meno di Giuseppe Plaitano, che il 28 aprile 1963 morì durante l'invasione di campo con cui, a causa di un rigore non concesso dall'arbitro Gandiolo di Alessandria, si interruppè il match casalingo giocato nel vecchio stadio Vetusti contro il "Potenza dei miracoli", capolista in Serie C. A fulminare Plaitano fu il proiettile vagante, sparato dalla pistola di un carabiniere per ripristinare l'ordine pubblico, secondo un copione che si è ripetuto amplificato 36 anni dopo, il 23 maggio 1999, quando quattro passeggeri persero la vita sul treno trasformato in un campo di battaglia durante il ritorno da una malaugurata trasferta a Piacenza.

Giovanni Perna è un chirurgo ortopedico di 54 anni che si è incaricato di dare voce, sulla stampa locale, a un blues granata animato da nomi incancellabili

Tragedie che non rendono onore ai cori e ai tripudi di quel «tifo portuale» di cui favoleggia Giovanni Perna, chirurgo ortopedico di 54 anni incaricatosi di dare voce, sulla stampa locale, a un blues granata animato da nomi incancellabili: come il bomber degli Anni 60 Pierino Prati, come il mediano campione del mondo Gennaro Gattuso che all’Arechi ha imparato a “ringhiare” contro la Juve di Zidane, o come Agostino Di Bartolomei, ex capitano della Roma di Liedholm, venuto qui a chiudere la carriera guidando la squadra alla promozione B del 1990, quattro anni prima di togliersi la vita con un colpo di pistola. Sono tutti personaggi a tinte così forti da sovrastare, sulla ribalta del centenario, la presenza un po’ ingombrante dell’attuale proprietario del club, Claudio Lotito, più noto come presidente della Lazio, ruolo che, secondo la vulgata dominante, impedirebbe alla Salernitana di ambire alla Serie A, a causa di un potenziale conflitto di interessi. Ma è anche una ragione di più per capire la foggia e il colore così antichi di questa maglia del centenario. Un granata che sa di sfida.

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