Massimo Del Papa

Satisfaction, storia di una hit che non convinceva i Rolling Stones

Satisfaction, storia di una hit che non convinceva i Rolling Stones

Il 12 giugno del 1965 davano alle stampe la loro canzone simbolo. Nata da una registrazione di fortuna e frutto di mille ripensamenti è diventata una leggenda.

12 Giugno 2019 15.53

Like me!

Scrivere canzoni pop, lo sanno tutti, è una immensa misteriosa forma d’arte ma farne dei successi epocali e lucrosi è facile se sai come fare. I Beatles, nel loro cinismo di bravi ragazzi, si mettevano lì e dicevano, «ci facciamo un’altra piscina?», e sfornavano un nuovo 45 giri.

Ci fu perfino un palazzo, chiamato Brill Building, che a New York tra la fine dei Cinquanta e tutti i Sessanta rinchiudeva il meglio dei compositori popolari e sfornava hit a getto continuo. Bastava conoscere i trucchi, applicare le regole con precisione spietata, la musica è matematica, le emozioni no ma aritmeticamente le puoi suscitare. Poi ci sono i metodi alternativi, che però non conviene assecondare se non sei chi sei. Quella notte di 54 anni fa il ragazzo è crollato nella sua stanza d’albergo in Florida dopo un concerto; ridestatosi, sa solo che deve aver fatto qualcosa, prima: «Il miracolo è che c’era questo registratorino Philips, rimasto acceso. Riavvolgo il nastro e c’era un motivetto di due minuti e poi altri 40 di me che russavo».

Satisfaction? Non un singolo. Non un successo. Ma la quintessenza del rock

Il ragazzo aveva 21 anni, dico ventuno, una sola passione, il blues, un solo dio, Chuck Berry, e aveva appena partorito Satisfaction. Non un singolo. Non un successo. Ma la quintessenza del rock. Vibrazioni entrate nella seconda parte del XX secolo, sfondandolo, e destinate a risuonare per l’eternità, almeno finché un ragazzino le ascolterà pensando che sono state scritte solo per lui, e impugnando una chitarra imparerà a riprodurre in modo sgangherato quelle tre note tre.

Keith Richards con Mick Jagger, Brian Jonese Bill Wyman nel 1963.

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UNA HIT PIENA DI MERAVIGLIOSE VOLGARITÀ

Keith Richards non era convinto. Nel suo marasma post concerto ripeteva stordito quella frase, presa di peso da Chuck: «I don’t get no satisfaction…». Sai, 30 Days, quella roba lì. Ma, riascoltandola, non era convinto. La mattina dopo la ricanta al compare Mick Jagger, suo coetaneo, che scuote la testa: sì, ci si può lavorare, ma, tanto per cominciare… I don’t get diventa I can’t get no satisfaction, e tutte le altre parole scorrono da sé, a bordo piscina del Jack Tar Harrison Hotel, poi Fort Harrison Hotel. Perché la piscina, quando si dirotta la storia del rock, non manca quasi mai. E le liriche sono devastanti, tradurle pari pari non dà l’idea, non è che puoi cantare «non riesco ad avere soddisfazione, e ci provo e ci provo e ci provo…». No, il senso idiomatico è: «Non godo, non godo. Non c’è un cazzo da fare; nemmeno c’ho una donna da scopare… Quella mi dice, bello, torna settimana prossima, perché adesso ho il ciclo…». Ecco cosa è Satisfaction nel 1965. Roba che la censura la cerca, la subisce a prescindere. Perché i Rolling Stones sono già così, giovani malviventi con un immenso talento per la musica e per i guai. Jagger nel suo ruolo di cronista sociale che si scaglia contro le gabbie invisibili della società, gli imperativi del consumismo, gli stereotipi della pubblicità, si ispira al già scafato e iconico Bob Dylan, ma gli viene fuori una roba di meravigliosa volgarità ed è anche quella a fare presa, a catturare milioni e milioni di adolescenti che «non godono, non godono…».

Da sinistra, Brian Jones Bill Wyman in un concerto degli Stones del 1964.

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TANTE PROVE PER TROVARE IL QUID, POI LA SCOPERTA DEL FUZZ

Eppure Keith non è convinto. Quel riff che sale e scende… Non lo sa, forse ci vorrebbero dei fiati. Alla Otis Redding. Non lo sa. Incide e incide, cambia mille volte, ma resta sempre lì. Le prime versioni sono registrate ai Chess Studios di Chicago tra il 10 e l’11 maggio; poi il gruppo si sposta negli studi Rca di Los Angeles, per dire tutti i quarti di nobiltà possibili. E ci provano e ci provano, ma non trovano soddisfazione. Non va, non funziona. Manca sempre qualcosa, dannazione. Alla fine è il pianista col mento lungo, Ian Stewart, che, quasi senza volere, risolve tutto: rientra da una scappata con una scatola magica, proprio così, un magic box che poi è l’ultima novità della Gibson, che poi è il leggendario Maestro Fuzz-Tone. «Prova un po’ questo». E Keith, che avrebbe diffidato tutta la vita delle diavolerie tecniche, «perché è come mettere un bambino in una fottuta pasticceria», questa volta però salta sulla sedia: con quella distorsione lì, cambia tutto. Eureka! Non manca più niente, la canzone è perfetta. In studio irrobustiscono discretamente il suono, limando certe frequenze medie; Charlie Watts ci mette sotto il suo solito ritmo preciso e spietato, sia pure liberamente ispirato da Pretty Woman di Roy Orbison. Bill Wyman al basso asseconda il riff principale, però non all’unisono, lo piazza una quarta sotto ottenendo un effetto straniante e potente. Bill è stato un bassista straordinario, la fortuna dei Rolling Stones e loro senza di lui non sono più stati gli stessi.

Gli Stones nel 1967.

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MICK E KEITH CONTRARI ALLA PUBBLICAZIONE

Eppure Keith non è ancora convinto. Il peccato originale lo condiziona: come fa una canzone venuta fuori da una russata a diventare un singolo? Votano a maggioranza, lui e Mick sono contrari ma tutti, proprio tutti gli altri invece sono convinti, incluso Brian Jones che è accreditato alla chitarra ritmica ma non è certo l’abbia suonata davvero: troppo di Keith quel pezzo, troppo di lui e Mick, comprese le sovraincisioni anche quelle senza fuzz. Per dire quanta cura si metteva allora in un pezzo, del quale, oltretutto, non erano neppure troppo convinti. Satisfaction, uscita a 45 giri, diventa, nietzschianamente, quello che è, quello che è nata per essere. Pura esasperazione da Ventesimo Secolo. Non c’è nessuno che possa prescinderne, nessuno che, ascoltandola, non la riconosca, nessuno che, sentendola, non rimanga lì stordito a farsi cullare da quel riff di tre note tre che vanno e vengono, ringhiando con tutta la cattiveria che hanno.

Mick Jagger e Keith Richards in studio di registrazione nel 1968.

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DA OTIS REDDING A FRANK ZAPPA, UN BRANO SUONATO DAI GRANDI

Impossibile anche fare un censimento delle cover: l’hanno fatta i Resident e i Devo, stralunati e stravolti, l’ha fatta Aretha Franklin, maestosa e dirompente, l’ha fatta lo stesso Otis Redding, l’hanno fatta tutti, ma nessuno l’ha catturata come quei ragazzini di ventuno anni. Frank Zappa, uno che ha sempre guardato tutti dall’alto in basso della sua superiore preparazione musicale, ha preso di peso quel riff, distorsione compresa, e l’ha infilato nella sua Hungry Freaks, Daddy, dall’album d’esordio, Freak Out!, del 1966, e, conoscendolo, non fu un plagio e neppure una citazione quanto, semplicemente, la presa d’atto che Satisfaction aveva cambiato la cultura popolare del tempo. Disse una volta il povero Fausto Mesolella, raffinatissimo chitarrista degli Avion Travel, prematuramente scomparso, a chi scrive: «Ma uno che si è inventato il riff di Satisfaction, che altro doveva dimostrare?». Parola di chitarrista!

La formazione attuale degli Stones: da sinistra, Mick Jagger, Ron Wood, Keith Richards e Charlie Watts.

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DA 54 ANNI IL PEZZO SIMBOLO DELLA BAND

Cinquantaquattro anni e centinaia di canzoni dopo, i Rolling Stones sono ancora qui. Si cambiano pezzi come le automobili, cedono per strada lacerti di vizi e trasgressioni, ma non cedono. Non hanno avuto ancora abbastanza soddisfazione. E stanno per ripartire con l’ennesimo tour americano («No, non sarà l’ultimo, te lo assicuro»). E ancora una volta chiuderanno suonando Satisfaction, coi fiati e tutto, e ancora una volta il decrepito ragazzo che l’aveva sognata scuoterà la testa: «Non lo so, ma manca ancora qualcosa, maledizione, manca qualcosa, fosse stato per me non l’avrei mai fatta uscire come singolo, questa cazzata».

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