Francesco Peloso

La strage di Christchurch e il silenzio dei sostenitori dello scontro di civiltà

La strage di Christchurch e il silenzio dei sostenitori dello scontro di civiltà

18 Marzo 2019 11.02
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«Noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti dio, l’onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente». Queste parole inequivocabili sono contenute nel recente documento sulla Fratellanza umana, la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, lo scorso 4 febbraio da papa Francesco e dal grande imam Ahamad al Tayyib di Al Azhar, uno dei massimi centri di studi dell’Islam sunnita (con sede al Cairo). Si tratta di concetti ripetuti solennemente diverse volte negli ultimi decenni dai leader cristiani – e dagli ultimi pontefici in particolare – e da un numero crescente, anche per autorevolezza, di leader musulmani.

Sono parole che vanno rilette con attenzione dopo la strage compiuta in due moschee in Nuova Zelanda da un cosiddetto ‘suprematista’ bianco, vale a dire un individuo che riassume in sé le caratteristiche del fondamentalista cristiano e dell’estremista di destra occidentale. Come fondamentalisti islamisti e portatori di un’ideologia totalitaria sono gli attentatori dell’Isis, o che si richiamano a esso, responsabili di diverse stragi nelle città europee. Sui due fronti si parla esattamente lo stesso linguaggio di morte e di odio. Nel caso del 28enne Brenton Tarrant l’incubo è rappresentato dal migrante, dallo straniero, da chi – in sintesi – ha un diverso colore della pelle, un’altra fede ed è nato in una terra lontana. Non a caso Tarrant nel suo manifesto ideologico parla di «invasione» con riferimento ai migranti e di strategia per la «sostituzione etnica» dei bianchi occidentali, concetti cari pure alle falangi nere europee e al ramificato mondo del cattolicesimo preconciliare come a quello dell’estremismo evangelicale in America.

IL MAGMA NERO DI CUI SI È NUTRITO TARRANT

Il terreno di coltura all’interno del quale si forma il bozzolo del suprematista fino al suo ‘impazzimento’ stragista, all’atto solitario psicotico e assassino, è costituito da un magma di movimenti, partitini, associazioni, siti web che si dicono spesso ‘antipapisti’, venati non di rado di un razzismo esplicito, pronti a evocare complotti globalisti pluto-giudaico-massonici il cui scopo è cancellare le identità locali e nazionali; si tratta di un mondo contiguo ai gruppi ultra-tradizionalisti sui temi della famiglia, di una galassia ideologica che disprezza i diritti umani, le Nazioni Unite, la democrazia. In questi ambienti papa Francesco è fra i leader più odiati per la sua predicazione in favore della fratellanza, dell’unità del genere umano, dei poveri, dei migranti e del dialogo – appunto – fra fedi, civiltà, popoli. Del resto non è certo un mistero che su un piano politico più generale e più ‘alto’, l’Europa e l’Occidente siano percorsi da correnti nazionaliste e xenofobe gonfiatesi a dismisura sulle spalle della crisi economica mondiale e sulla paura dello straniero e del migrante (la Lega è il caso nostrano più eclatante): l’enorme vacuità antieuropeista della Brexit, la corsa verso il caos di una delle più antiche, solide e rispettate nazioni europee, è figlia anche di questo clima e di queste politiche. Né va omesso che fra gli eroi del giovane attentatore neozelandese figura l’attuale presidente americano Donald Trump.

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Ma il doppio attentato in Nuova Zelanda ha alle spalle anche altro. Dall’11 settembre del 2001 un’ampia parte della cultura e dell’opinione pubblica europea e americana ha dichiarato a gran voce che lo scontro di civiltà era iniziato, che il Nord cristiano del mondo e il Sud islamico del globo erano del tutto inconciliabili per valori, tradizione, storia, religione. Colonne di atei-devoti, di editorialisti liberali, hanno indicato senza esitare il nemico dall’altra parte del Mediterraneo.

IL MANICHEISMO GUERRIERO E L'ALIBI DELLA SICUREZZA

In tal modo si voleva uniformare la complessità di intere società ed emisferi in un manicheismo guerriero, sono così cominciati a sorgere i muri dell’ideologia mentre la ‘sicurezza’ è diventata parola-mantra dietro la quale giustificare ogni cosa e ogni violazione, comprese quelle di natura costituzionale. I ripetuti drammatici appelli lanciati all’epoca da Giovanni Paolo II per fermare il terrore, aprirsi a un faticoso dialogo con l’islam, saper discernere fra estremismo assassino e interi popoli di fede o cultura musulmana non vennero ascoltati; gli incontri per la pace e il dialogo svoltisi ad Assisi e convocati dagli ultimi papi, sono stati derisi come appuntamenti fasulli per gente imbelle. Agli attentati alle Torri gemelle di New York sono seguite le fallimentari e lunghissime guerre in Afghanistan e Iraq e il terrorismo ha trovato sempre nuovi motivi strumentali di "vendetta" nella serie ininterrotta di conflitti e violenze che hanno devastato il Medio Oriente. Nel frattempo il migrante – nuovo protagonista politico globale – è stato associato al terrorista, lo straniero differente per fede o cultura, per storia o modo di mangiare, è diventato il nuovo ‘diverso inconciliabile’ più o meno per gli stessi editorialisti che scrivevano ieri dello scontro di civiltà. Resta da dire che fra le prime vittime identificate dell’attentato a Christchurch, in Nuova Zelanda, ci sono Haji Daoud Nabi, un afgano emigrato nel Paese con i suoi due figli nel 1977, e Khaled Mustafa, un rifugiato siriano che invece era arrivato con la famiglia solo qualche mese fa.

IL LUNGO PERCORSO DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO

Il dialogo interreligioso, tuttavia – nonostante il nutrito drappello dei profeti di sventura – non si è fermato anche in questi anni difficili: il documento comune firmato dal papa e da Al Tayyib negli Emirati Arabi Uniti è certamente un punto particolarmente significativo di questo percorso. Entrambi i contraenti si sono impegnati a diffonderne principi e contenuti (che riguardano anche la libertà religiosa, il rispetto dei diritti umani e civili, il ruolo della donna e molto altro ancora) fra le rispettive comunità di credenti e leadership religiose. Sarà un lavoro lungo e impegnativo. Di certo un simile processo è stato accelerato anche dalle migrazioni, dal contatto e dalla contaminazione reciproca fra popoli e comunità di laici e fedeli di culture diverse, dal formarsi di un islam europeo e di un cristianesimo aperto all’altro.

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