Sudan, petrolio per la pace

Redazione
31/01/2011

di Michele Esposito È probabile che, sul calendario del presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, la data del 30 gennaio 2011...

di Michele Esposito

È probabile che, sul calendario del presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, la data del 30 gennaio 2011 sia cerchiata di nero. Al regime del leader del più grande Stato africano, nel corso della giornata, sono stati infatti assestati due colpi piuttosto duri.
A Khartoum, sull’onda delle rivolte del vicino Egitto (leggi la cronaca dello sciopero generale del Cairo e il reportage tra i manifestanti in piazza Tahrir), migliaia di giovani e studenti reclutati grazie ai social network sono scesi in piazza per gridare la loro rabbia contro il governo centrale. «Siamo pronti a morire per i nostri diritti, per il nostro Paese», hanno urlato più volte i manifestanti, incuranti della feroce repressione delle forze di sicurezza, che ha tra l’altro causato la morte di Mohammed Abdelrahman, uno studente dell’università di Ahaliya a Omdurman e l’arresto di altri 70 manifestanti.
IL CONTAGIO EGIZIANO. L’ombra lunga delle rivolte dei fratelli egiziani ha quindi allargato le crepe del regime di al-Bashir, già minato dalla recessione. Abdelrahman è in poche ore diventato un simbolo del malcontento dei giovani sudanesi, che in 20 anni di regime del presidente-colonnello, non si sono mai rivelati così anti-governativi.
Il rischio che la rabbia del popolo africano ridiscenda il corso del Nilo è alto. Il Sud Sudan, per ora, ha una sua bandiera, un suo inno, una sua capitale, Juba. Ma in una regione calda come l’Africa orientale, la transizione pacifica verso la creazione del 54esimo Stato africano resta ancora un rebus.
JUBA FESTEGGIA I RISULTATI. Nelle stesse ore, a centinaia di chilometri di distanza, nella città di Juba, il leader sud-sudanese e attuale vice presidente Salva Kiir Mayardit ha annunciato al suo popolo i primi risultati ufficiali del referendum tenutosi  tra il 9 il 15 gennaio (leggi la notizia dei risultati del referendum per l’indipendenza del Sud Sudan). Un voto che, con percentuali bulgare – circa il 99% dei votanti – ha sancito l’indipendenza del Sud-Sudan, un vero e proprio Paese ex novo che si distenderà sulle rive del Nilo in un’area fortemente instabile, delimitata da potenziali focolai di guerra come la Somalia e inevitabilmente segnata dalla massiccia presenza del petrolio.

Petrolio, oro e diamanti: il tesoro di Juba

In molti avevano previsto un referendum bagnato nel sangue degli scontri etnici e religiosi. In molti avevano temuto un colpo di mano di al-Bashir, ricercato dalla Corte Internazionale dell’Aja per il genocidio in Darfur, nei confronti del Sud Sudan. Ma così non è stato: il voto, tenutosi in applicazione degli accordi di pace del 2005, si è svolto in una relativa calma, tra l’approvazione delle Nazioni Unite e l’orgoglio patriottico dei sudanesi meridionali, accorsi in massa a scegliere, per la prima volta, il proprio destino politico (leggi lo scenario del Sudan al voto).
LE NUOVE SFIDE DEL PAESE. «Avete dimostrato agli scettici che si sbagliavano. Ma non è ancora finita, la strada è lunga e sono tante le sfide che ci attendono», ha affermato il 30 gennaio Kiir, in completo nero, cappello da cowboy texano e sorriso smagliante, annunciando in una solenne cerimonia l’imminente indipendenza del Sud cristiano e animista dal Nord islamico.
Una secessione che, un po’ a sorpresa, ha incassato la benedizione dello stesso al-Bashir: «È un eroe di pace, noi dobbiamo continuare a stare al suo fianco», non ha esitato a sottolineare Kiir, garantendo a Khartoum una cooperazione economica e politica ad ampio raggio.
OBIETTIVO: INDIPENDENZA ECONOMICA. Anche perché, se davvero il prossimo 9 luglio, come previsto dopo il risultato del voto, il Sud Sudan diventerà formalmente un Paese sovrano, ben più lontana è l’indipendenza economica di una regione in lieve crescita ma ancora profondamente arretrata rispetto agli standard minimi economici e sociali.
È il petrolio l’indiscutibile asso della manica del Sud Sudan, seguito a ruota da miniere ricche di oro, ferro, diamanti, nonché da una produzione agricola in netto miglioramento.

«Un Eldorado che dipende ancora dal Nord»

«Quando è scoppiata la guerra civile, i giacimenti sudanesi erano pressoché sconosciuti. Il petrolio, forse, ha contribuito alle pace tra le varie fazioni del Paese dando loro una qualche prospettiva», ha spiegato a Lettera43.it Giampaolo Calchi Novati direttore del Programma Africa dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale (Ispi). «L’oro nero», ha aggiunto però il professore, «potrebbe essere un arma a doppio taglio», proprio perché ci sono alcuni tasselli che Khartoum e Juba sono ancora lontani dal definire.
L’INTESA È LONTANA. «Secondo gli accordi del 2005, le risorse petrolifere vanno gestite in comune ma, finora, non c’è stata un’intesa né sulla regione di Abyei (leggi l’articolo su Abyei, oasi petrolifera contesa) ricchissima di petrolio, né sui confini tra Nord e Sud, dove si trovano la maggior parte dei giacimenti».
Inoltre per ora, il Sud del Paese, pur essendo una potenziale Eldorado per gli investitori stranieri, dipende dal Nord industrializzato dove il greggio, attraverso un lungo oleodotto costruito anni fa dalla Cina, viene condotto e raffinato. «Nell’immediato non ci sono possibilità che il petrolio sia trasportato altrove. È troppo costoso. E Khartoum si aspetta delle forme di compartecipazione», ha sottolineato Calchi Novati che ha ipotizzato che l’accordo finale possa anche saltare: «Come sostengono gli esperti di politica internazionale, se  il costo di un negoziato è troppo alto, finisce per danneggiare entrambe le parti».

«Cina possibile arbitro tra i due contendenti»

Un possibile arbitro del dialogo tra Khartoum e il Sud indipendente potrebbe essere la Cina, che fin dagli Anni ’90 ha intuito le potenzialità della regione, costruendo strade, aeroporti e interi quartieri e diventando  il primo partner commerciale di Khartoum. 
Pechino «ha tutto l’interesse che non ci sia una guerra e per questo ha già stabilito contatti diplomatici con Juba», ha spiegato Calchi Novati, secondo il quale l’Europa, nella mappa geo-politica del Sudan è rimasta un po’ indietro. «Gli accordi del 2005 furono appoggiati da Usa e Israele. E, pochi giorni fa Obama si è dichiarato pubblicamente a favore dell’autodeterminazione dei sud-sudanesi. Le posizioni interne all’Unione europea sono invece divergenti sulla questione».
IL NODO DEL DEBITO PUBBLICO. Al nodo petrolifero si aggiunge poi quello della spartizione del debito pubblico verso i creditori stranieri, che ammonta a 38 miliardi di  dollari, accumulato dal Sudan in questi anni. Non a caso, è stato lo stesso governo di al-Bashir, nei giorni scorsi, a chiedere pubblicamente la cancellazione del debito prima che avvenisse la secessione.
E il futuro presidente Salva Kiir, 50enne di etnia Dinka che nel 1983 fu tra i fondatori all’Esercito sudanese di Liberazione nazionale (Spla) dando vita ad anni di lotta armata contro il governo centrale, si è mostrato soddisfatto ma prudente. «Il futuro non sarà fatto solo di latte miele», è stato il suo avvertimento alla folla in festa.