Il Comitato di bioetica apre al suicidio assistito

All'interno dell'organo prevale per la prima volta la linea del sì alla legalizzazione. Questa strada venne scelta da dj Fabo nel 2017, con l'aiuto di Marco Cappato.

30 Luglio 2019 11.12
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Il Comitato nazionale di bioetica ha pubblicato il primo parere sul suicidio medicalmente assistito, che non coincide con l’eutanasia. Il suicidio assistito è la strada scelta da dj Fabo nel 2017, tre anni dopo l’incidente che lo aveva reso cieco e tetraplegico. All’epoca l’uomo fu costretto a rivolgersi a una clinica svizzera per porre fine alla sua vita e venne aiutato da Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni, finito per questo sotto processo.

PREVALGONO I SÌ ALLA LEGALIZZAZIONE

Nonostante all’interno del Comitato – organo consultivo della presidenza del Consiglio che ha il compito di orientare il parlamento su temi eticamente sensibili – ci siano opinioni differenti, il documento pubblicato certifica una leggera prevalenza dei sì alla legalizzazione, partendo dal presupposto che «il valore della tutela della vita vada bilanciato con altri beni costituzionalmente rilevanti, quali l’autodeterminazione del paziente». Un bilanciamento che «deve in particolare tenere conto di condizioni e procedure di reale garanzia per la persona malata e per il medico». Per il presidente del Comitato, Lorenzo D’Avack, «il parere è un indirizzo anche per la società. Bisognava sgombrare il campo dagli equivoci. Il suicidio assistito non è omicidio e non prescinde dalla volontà dell’individuo di chiedere al medico la pozione fatale. Ben diversa l’eutanasia, anche se la conclusione è la stessa».

IN ATTESA DELLA SENTENZA DELLA CONSULTA

La Corte Costituzionale, con sentenza del 23 ottobre 2018, si è espressa sul caso Cappato rilevando che le leggi in vigore sul fine vita lasciano prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti.​ Per consentire in primo luogo al parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina, la Corte ha quindi deciso di rinviare la trattazione del caso al 24 settembre 2019. Nel frattempo, però, il legislatore non ha compiuto passi avanti. Toccherà quindi alla Consulta pronunciarsi sulla sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice penale, nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio, sanzionando con una pena dai cinque ai 12 anni di reclusione le condotte di aiuto al suicidio che non incidono sul processo deliberativo dell’aspirante suicida, senza distinguere rispetto alla pena prevista per le condotte di istigazione.​

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