Sul cammino di Santiago

Redazione
16/02/2015

La copertina del libro di Giuseppina Torregrossa A Santiago con Celeste. “Un viaggio non serve, la fuga ha sempre qualcosa...

La copertina del libro di Giuseppina Torregrossa A Santiago con Celeste.

“Un viaggio non serve, la fuga ha sempre qualcosa di disonorevole, ci vuole una riflessione, servirebbe un cammino”. È quanto si è detta Giuseppina Torregrossa, medico e scrittrice, classe 1966, origini palermitane e una vita contesa tra la Sicilia e la capitale, alla vigilia della partenza per la Spagna, direzione Santiago di Compostela, con la compagnia imprevista della sua amica Celeste, che “annaspa in una palude simile alla mia”.

RIMETTERSI IN MARCIA. La palude è quella dell’inattività coatta, dopo aver appeso il camice da medico al chiodo, e quel senso di ostruzione che spesso, almeno per chi lavora con le parole, assomiglia a una pagina bianca e al non avere più nulla da dire. Scrivere di viaggi, invece di farli, non sempre è il rimedio giusto al male di vivere e la sola scrittura rischia di non essere sufficiente. Allora la partenza avviene ben prima del salire a bordo, è la decisione di non cedere all’inevitabile rassegnazione che tutto sia stato ormai fatto e di sfuggire alle grinfie della prudenza. Nasce così “A Santiago con Celeste”, piccolo pamphlet edito da Nottetempo, il racconto di un viaggio lungo 300 chilometri e 11 giorni, da Roma a Santiago, passando da Pamplona, Burgos, León, tra ostelli e spa, rifugi e piscine, un pellegrinaggio su una delle rotte più classiche della cristianità, con qualche variazione sul tema. Quello di Giuseppina e di Celeste è un cammino singolare: ogni tanto le due si regalano per buona condotta qualche chilometro in treno e al pernottamento spartano spesso preferiscono la confortevole dimensione dell’albergo. Un cammino fatto di prese di coscienza che sì, forse non tutto si può fare, ma concedersi un taxi quando le caviglie cedono significa anche aver capito i propri limiti e come gestirli.

UN PERCORSO INTERIORE. “Di solito ci si mette sulla strada per cambiare qualcosa e, visto che quello che è stato non dovrà più essere, è inutile parlarne. Ci si attiene al qui e ora”. Soprattutto se è il cammino che lo richiede: la strada esige concentrazione, stato di allerta, i piccoli eventi quotidiani, le disavventure si mutano in catastrofi o in geniali epifanie, folgorazioni sulla via per Santiago, dove s’intravede quasi il senso degli anni lasciati alle spalle. Lontano dall’essere una fuga, il cammino verso la meta si rivela un tragicomico mettersi alla prova sotto la lente dell’impietoso sole della Galizia, quando finalmente si smette di avere paura del ridicolo per avventurarsi nelle contrade dell’imprevedibile e, magari, ritrovare quello che nel tempo s’era perso per strada. Unico neo: la storia di Torregrossa è più la cronaca di un suo percorso interiore e meno la narrazione di un viaggio, il racconto di come, attraverso il cammino, inconsapevolmente cambiano le dinamiche interne del pensiero e, spesso, anche del proprio corpo. La Spagna e la strada verso Santiago, le guglie delle cattedrali e l’oro del mais, i voli di cicogne e i campi di tabacco, restano nelle retrovie, fanno da sfondo al mutamento di pensiero e opinione. Possiamo quasi immaginarcela Giuseppina, con il desiderio di tornare a casa durante i primi chilometri di viaggio, con la rabbia tipica di chi si ritrova con un compagno di cammino non proprio affine, e poi, lentamente, con la lieta presa di coscienza che partire è anche questo, passare senza accorgersene dall’insofferenza all’accettazione dell’altro, andare incontro all’imprevisto, al dolore e al disagio ed essere felici di superarlo, più o meno serenamente.