Sul futuro l’ombra dell’indifferenza

Pino Dato
12/12/2010

Con il tramonto dell'individualismo berlusconiano, da cosa saremo sommersi?

Sul futuro l’ombra dell’indifferenza

C’è stato un periodo della nostra storia in cui tra ideali e ideologie (uno spartiacque sottilissimo e mai del tutto definito) l’onda lunga dell’impegno e della partecipazione in politica ci stava sommergendo. Probabilmente ci ha sommersi e noi non ce ne siamo accorti.
Per questo il berlusconismo è apparso al momento giusto e da questa puntualità ha tratto a lungo godimenti (anche fisici), monopoli di posizione, fama e ricchezze (letterali). La sua forza è stata di essersi inserito con puntualità a spezzare un’onda lunga, il declino di ideali e ideologie, che aveva già sommerso (e annegato) le categorie classiche del precedente trentennio: classe operaia, classe media, intellettuali, partiti, sindacati.
Ha resistito la Chiesa, che è un pesce dalle lunghe pinne, con un’età ragguardevole (2000 anni), adusa a nuotare in tutti i mari e abile a scivolare su tutte le onde. Che cos’era in estrema sintesi il berlusconismo che ha invaso l’Italia e l’ha modellata? Una cosa semplice: affermazione dell’individualismo e sua capacità di successo attraverso la comunicazione.
I partiti sono morti e al loro posto sono stati creati, a imitazione del nuovo verbo, dei contenitori a largo spettro che prendevano il nome dell’individuo: qua Berlusconi, là Bersani, più in là Casini, di sghimbescio Rutelli e oggi naturalmente anche Fini.

Tra individualismo e collettivismo

Da questo movimento tellurico, ora che siamo alla fine probabile di un’era di individualismo acceso, solo forma (sorrisi, capelli finti, doppiopetti che nascondono le pance, lifting estremo, ceroni, pomate e quant’altro) e niente sostanza, rischiamo di essere nuovamente sommersi insieme a un set sociale che è riuscito a eliminare quasi del tutto le differenze fra destra e sinistra, progressisti e conservatori, idealisti e realisti, e perfino quelle fra opportunisti e onest’uomini.
La fine probabile dell’individualismo estremo berlusconiano ci lascia in mutande. Se è vero che di quell’individualismo sciacallo e un po’ ripugnante ne abbiamo un po’ tutti le scatole piene, non c’è dubbio che non ci sono né eredità sulla stessa lunghezza d’onda (un individualismo senza Berlusconi farebbe risaltare l’opacità della copia rispetto all’originale) né nuove onde collettive ricche di ideali e di progresso.
Il paradigma è ancora quello, non vi si sfugge. Dall’individualismo, che fa rima con piacere, al collettivismo, in tutte le sue varianti più o meno estreme, anche la Dc, se vogliamo, era una forma di collettivismo, che fa rima con ideale, la via mediana assomiglia al fondo opaco di una bottiglia di birra.

Il pericolo strisciante dell’indifferenza

Probabilmente quel fondo opaco è l’epoca che stiamo vivendo o che ci accingiamo a vivere. Opacità e indifferenza. Ecco un’altra parola che sta tornando di moda: l’indifferenza.
Forme di vita che gli italiani hanno già abbondantemente sperimentato nel secolo scorso. L’improbabile, ardua sostituzione dell’individualismo con un orizzonte di ampie vedute fa riemergere l’indifferenza piccolo borghese già descritta da Moravia nel suo primo vero romanzo d’epoca che la riaffermò nel titolo, Gli indifferenti.
Oppure, per restare in parti ancora vive del ‘900, fa tornare alla mente un brano non desueto di Antonio Gramsci (da La Città Futura) che proprio sull’indifferenza come malattia sociale si soffermava: «Odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde».
Non è un fatto meramente neutro, ci spiega Gramsci. È un motore di storia anch’essa: «L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera».  Dalla sconfitta delle ideologie al declino dell’individualismo, è il terzo stato dell’indifferenza che ci sommergerà nella nostra città futura?