Sul lavoro la montagna governativa sta partorendo il solito topolino

Paolo Madron
23/08/2017

Il piano di sgravi per i giovani è l’ennesimo meccanismo dopante che, una volta svaniti gli effetti, farà tornare tutto come prima, se non peggio.

Sul lavoro la montagna governativa sta partorendo il solito topolino

Fin troppo prevedibile. La montagna di dichiarazioni estive sulla promessa di iperbolici investimenti sul lavoro che non c’è, o che c’è poco, scavallato il Ferragosto si avvia a partorire il topolino di qualche milionata di sgravi, naturalmente una tantum. Rispetto ad altre occasioni, consoliamoci nel dire che stavolta nessuno ci aveva creduto. Compresi quelli che, con i primi caldi di luglio, avevano cominciato a spararla grossa: dimezzamento del cuneo fiscale, provvedimenti strutturali di decontribuzione che rendessero le assunzioni un irresistibile affare, incentivi di ogni sorta per lenire la piaga della disoccupazione giovanile. Era il portato del clima di campagna elettorale permanente, la necessità di stupire a qualche presentazione di libro o festival per raccattare un titolo sui giornali, uno squarcio di attenzione nel cielo fosco delle cattive notizie.

SGRAVI SOLO PER GLI UNDER 29. Diciamo subito che se verranno confermate le intenzioni del governo, quello che fece Renzi col Jobs act – a prescindere dal controverso giudizio di merito – fu un intervento di dimensioni ciclopiche: 18 miliardi di euro per una decontribuzione triennale che nel primo anno della sua entrata in vigore, nell’ormai lontano 2015, almeno per il valore medio del costo del lavoro fu totale. E che soprattutto non conteneva limiti di età per poterne usufruire. Adesso invece sul tavolo c’è l’ipotesi di un dimezzamento triennale dei contributi, ma solo per chi ha meno di 29 anni, che per le casse pubbliche rispetto al provvedimento renziano costerebbe infinitamente di meno, circa un miliardo il primo anno, il resto dipende da come verranno modulati gli incentivi, in ogni caso si resterà lontanissimi dai 18 miliardi complessivi spesi per il Jobs act.

Sarà la riproduzione dell’identico. Ovvero leggine tampone, destinate a una platea ristretta, la cui aleatorietà costituisce già da sola un deterrente al loro utilizzo

Proviamo a fare i conti della serva: assumendo, per eccesso, che la decontribuzione giovanile costi in tutto un paio di miliardi aggiungiamoci, anche se per ora è solo un auspicio, il rifinanziamento per 1,5 del programma Industria 4.0, l’impegno complessivo da certificare nella manovra finanziaria ottobrina non arriverà ai 4 miliardi. Dove stia la terapia choc, la tanto evocata cura da cavallo che avrebbe creato centinaia di migliaia di posti di lavoro dando l’abbrivio a una poderosa ripresa dell’economia nessun lo vede. (A proposito, Carlo Calenda, ovvero il ministro deputato, a Rimini ha gelato gli entusiasmi gufando sulla pochezza dell’aumento del Pil su cui troppo frettolosamente alcuni avevano imbastito sogni di gloria).

ANCORA LEGGINE TAMPONE. Sarà, in tono infinitamente minore, la riproduzione dell’identico. Ovvero leggine tampone, destinate a una platea ristretta, la cui aleatorietà costituisce già da sola un deterrente al loro utilizzo. L’ennesimo meccanismo dopante che, una volta svaniti gli effetti, farà tornare tutto come prima, se non peggio. Eppure s’era ripetuto in lungo e in largo che i provvedimenti dovevano essere strutturali, che non si risolve l’ormai endemico problema della mancanza di lavoro mettendo e togliendo sul corpo malato pannicelli caldi. Ancora una volta l’estate delle grandi promesse sta sfumando, com’era prevedibile, nell’inverno del nostro scontento.

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