Vincenzo Imperatore

Sull'anatocismo banche senza stile né rispetto

Sull’anatocismo banche senza stile né rispetto

19 Agosto 2016 07.00
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Riprendiamo un argomento trattato in maniera seria solo da pochi media nel 2015 e soprattutto non approfondito nelle sue immediate conseguenze.
Il giornalismo di indagine non è, come invece spesso accade, solo cronaca.
È e deve essere attività denuncia, quella che non si ferma ai comunicati stampa e alle dichiarazioni ufficiali, ma scava in profondità alla ricerca di notizie importanti per la collettività.
In questa ottica, rivedendo un po’ i nostri archivi durante le vacanze agostane, siamo tornati a soffermarci sulla sentenza della sesta sezione civile del tribunale di Milano che, a firma del giudice Antonio S. Stefani, nel luglio del 2015 dispose una ordinanza, tra l’altro confermata dalla sentenza della Suprema corte di Cassazione n° 9127/2015, a dir poco storica riguardante l’illegittimità dell’anatocismo bancario, e cioè del calcolo degli interessi sugli interessi.
DELIBERA CHE MANCA. Una illegittimità già confermata dalla Legge di Stabilità 2014 (co. 629, L. 147/2013) che ridefinì l’art. 120 del Tub (Testo unico bancario), pur in assenza dell’attesa delibera di attuazione del Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio tra i cui membri, ricordiamolo, ci sono Bankitalia e il Tesoro) che comunque, allo stato attuale delle cose, ancora non è arrivata.
Per la verità nel febbraio 2016 è giunto un ”aiutino” da parte del governo bancocentrico di Matteo Renzi di cui abbiamo già parlato, ma che non sposta l’asse del problema da noi affrontato e che riguarda il rispetto del diritto e della giurisprudenza.
DAL 2014 È ILLEGITTIMO. A ogni modo il tribunale di Milano, su ricorso proposto dalla Associazione movimento dei consumatori, con espresso richiamo al divieto introdotto dalla Legge di Stabilità, ha quindi dichiarato (confermandola), con la sentenza di cui sopra, illegittima la pratica dell’anatocismo bancario a partire dal primo gennaio 2014, sostenendo l’impossibilità di interpretazione contraria.
E ha emesso diverse condanne nei confronti di banche che hanno praticato l’anatocismo.
Le sentenze coinvolgono alcuni grandi nomi del settore: tra marzo e aprile il tribunale di Milano è intervenuto per condannare Ing Bank, Banca Popolare di Milano e Deutsche Bank.
Successivamente è stato il turno di Intesa Sanpaolo, Banca Sella e Unicredit.
E di fronte alle opposizioni delle banche il giudice Stefani si è occupato delle esigenze dei consumatori in maniera a dir poco originale.

Comunicazione al cliente gestita in maniera opaca

Oltre ad accogliere infatti il ricorso proposto dai consumatori inibendo le banche a dare corso a qualsiasi ulteriore forma di anatocismo degli interessi passivi con riferimento ai contratti di conto corrente già in essere o che verranno in futuro stipulati, con dispositivo del 3 luglio 2015 il giudice ha ordinato alle stesse (banche) di curare entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento la pubblicazione del dispositivo sui quotidiani Corriere della sera, la Repubblica e Il Sole 24 Ore, con caratteri doppi rispetto al normale.
Per la verità la pubblicazione c’è stata, ma – prima domanda – qualcuno ha visto questi caratteri doppi?
AVVISO IN HOME PAGE. Non solo: il giudice Stefani ha ordinato a tutte le banche condannate di provvedere entro 15 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza a inserire sulla home page del loro sito web il provvedimento, nonché a darne comunicazione a ciascun correntista consumatore, allegando copia del dispositivo dell’ordinanza al primo estratto conto trasmesso alla clientela secondo la periodicità e le modalità contrattualmente pattuite.
E anche questa disposizione è stata rispettata, ma tra tutte le banche condannate quella che, a tal proposito, ha destato  la nostra attenzione e che ci ha indotto a tale riflessione è stata Unicredit.
CONTENUTI «NON CONDIVISI». In verità Unicredit, così come le altre banche, ha rispettato le disposizioni, ma nell’estratto conto al 30 settembre 2015 inviato alla clientela, unitamente alla copia della ordinanza, ha allegato anche una comunicazione con cui fa presente che «la banca, non condividendo i contenuti della predetta ordinanza, ha proposto reclamo dinanzi lo stesso tribunale. Si evidenzia inoltre che, nella materia della produzione degli interessi, sia attivi sia passivi, la Banca si adeguerà scrupolosamente alle disposizioni che il Comitato interministeriale del credito e del risparmio (Cicr) emanerà, in applicazione dell’art. 120 del Testo unico bancario (D. Lgs. 385/93), per stabilire le modalità e i criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria».
Nessuna nota stonata: comunicazione alla clientela dell’esercizio del sacrosanto diritto di difesa sancito dal nostro ordinamento.

Per la banca tocca al correntista verificare che non ci siano strane clausole

In pratica e molto concretamente, però, nulla si è (più) detto con riguardo al fatto che la banca abbia nel frattempo ottemperato al provvedimento emesso dal tribunale che, tra l’altro, seppur opposto e reclamato, doveva risultare immediatamente esecutivo.
Ciò significa, sempre in concreto e, mi sia concesso, molto subdolamente, che la banca se ne è fregata della disposizione del giudice aspettando comunque il regolamento del Cicr (lo dice chiaramente), e che compete quindi al correntista verificare che dal gennaio 2014 non siano state applicate clausole che prevedono il calcolo di interessi secondo l’anatocismo.
SERVONO PROFESSIONISTI. In sintesi, la solita solfa. La banca in questione, dunque, pur avendo ottemperato all’obbligo di pubblicità dell’ordinanza non sembra avere, in concreto, adempiuto all’inibitoria del magistrato milanese.
Invito, quindi, tutti i correntisti (aziende o privati) che abbiano in corso un mutuo, un finanziamento o altri affidamenti (scoperti di conto corrente, fidi per smobilizzo crediti, eccetera) ad affidarsi a professionisti qualificati affinché controllino che non siano ancora applicate clausole che di fatto consentono il calcolo di interessi anatocistici.
DIRIGENTI INDAGATI ANCORA IN SELLA. La cosa che stride però ancora di più, e forse fa anche sorridere, è che quella comunicazione (unitamente all’estratto conto) riporta la firma di Alessandro Cataldo, uno dei principali indagati dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Firenze per truffa, appropriazione indebita e ricettazione, con l’aggravante dell’art.7 per aver agevolato clan mafiosi, nonché uno dei primi ad averci rimesso la poltrona di capo del Corporate Italia e successivamente (come sempre) relegato a svernare in una società collegata.
Ricordiamo a tal proposito che l’indagine in questione è stata resa pubblica in data 7 ottobre 2015 e che gli estratti conto al 30 settembre vengono solitamente elaborati e inviati (o messi a disposizione online) nei primi 10 giorni del successivo mese (ottobre, appunto).

Gli istituti di credito dovrebbero imparare dalla… Juventus post Calciopoli

Altre domande: non c’erano altri dirigenti cui concedere, almeno per salvare la forma, la facoltà di sottoscrivere quella comunicazione? 
O la macchina organizzativa della più grande banca del Paese è talmente complessa e farraginosa che non poteva modificare la tempistica di intervento?
I clienti di Unicredit possono maturare quantomeno un sospetto sulla credibilità di quelle dichiarazioni?
Si tratta forse, nonostante le tante inutili indagini di customer satisfaction, di scarsa considerazione delle paure e delle preoccupazioni del popolo dei consumatori bancari?
SERVONO MODELLI POSITIVI. Per recuperare fiducia del cliente non era il caso di fare emergere molto prima che scoppiasse lo scandalo modelli di manager positivi in cui ci si possa identificare creando in tal modo circoli virtuosi a vantaggio anche delle nuove generazioni di bancari sempre più demotivate?
Come dire che alla Juventus (e non sono juventino) subito dopo lo scandalo di Calciopoli del 2006 avessero consentito a Luciano Moggi, all’epoca ancora indagato e non condannato ma immediatamente costretto alle dimissioni, di firmare le… distinte di gara.
REPUTAZIONE A RISCHIO. La Juventus, all’epoca, anche per proteggere il suo valore di capitalizzazione in Borsa, salvaguardò parte del suo rischio reputazionale mandando a casa, senza aspettare alcuna sentenza, tutto il top management della società.
Lo stile si dimostra anche e soprattutto nelle sconfitte. I mercati sono arbitri non imparziali.


Twitter @VincenzoImpera1

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