Suprematisti Usa, la galassia neonazi che prolifera sotto Trump

Stefano Graziosi
17/08/2017

Risultano attivi 917 gruppi d’odio. Di cui 130 ispirati al Ku Klux Klan. Dal negazionista Duke allo stratega Bannon, sono tante le figure controverse vicino a The Donald. Che continua a blandire la destra estremista.

Suprematisti Usa, la galassia neonazi che prolifera sotto Trump

Donald Trump è di nuovo nella bufera. E, sotto i riflettori, sono tornati i suoi rapporti politicamente ambigui con alcune aree dell’universo suprematista bianco. Dopo i fatti di Charlottesville, il presidente aveva espresso una condanna generica della violenza. Una presa di posizione troppo astratta, secondo alcuni, con cui il magnate evitava di schierarsi nettamente contro i movimenti razzisti.

ATTACCATO ANCHE DAL GOP. Gli sono piovute addosso critiche non soltanto da parte dei democratici, ma anche di numerosi repubblicani: da Ted Cruz a Marco Rubio. Nomi che tuttavia non furono altrettanto solerti nel prendere posizioni nette in occasione della strage suprematista di Charleston (in South Carolina), nel 2015.

CONDANNA E RETROMARCIA. Di fronte a questo ennesimo profluvio di accuse, il presidente ha quindi dovuto condannare apertamente le organizzazioni della destra estremista (la cosiddetta alt right), per quanto poco dopo abbia optato per una parziale marcia indietro, ribadendo che la colpa di quanto accaduto in Virginia in realtà sia di tutti. Affermazione che – neanche a dirlo – ha suscitato un nuovo vespaio di polemiche. Con delle ricadute politiche non poco rilevanti.

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L’assenza di una posizione cristallina non fa ovviamente che rinfocolare le accuse di quanti storicamente tacciano il magnate di flirtare con ambienti vicini alla alt right. Ambienti che, secondo alcuni, sarebbero riusciti a infiltrarsi addirittura nella Casa Bianca attraverso la figura del controverso stratega Steve Bannon. Si tratta, a ben vedere, di mondi variegati che – per quanto minoritari – mostrano non solo pericolosità sociale, ma anche un discreto peso elettorale.

HATERS DI NUOVO IN CRESCITA. In generale, secondo il Southern Poverty Law Center, negli Stati Uniti risultano attualmente attivi 917 gruppi d’odio (la maggior parte diffusi nelle aree orientali, da Nord a Sud: soprattutto in Alabama, Georgia e Florida). La rilevazione mostra come, a partire dal 1999, queste organizzazioni siano progressivamente aumentate: e per quanto il picco sia stato raggiunto nel 2011 (con 1.018 gruppi), negli ultimi anni si starebbe assistendo a una nuova preoccupante crescita.

  • L'aumento degli estremisti di destra dal 2015 al 2016.

Nel dettaglio, vi sarebbe stato un aumento del 197% di gruppi anti-musulmani, mentre l’estremismo afroamericano avrebbe raggiunto la quota di 193 organizzazioni. Senza dimenticare la variegata galassia del Ku Klux Klan. Si tratta di associazioni nate dall’imitazione del Klan storico, di cui condividono i princìpi di base (dalla difesa della razza bianca al nativismo).

ANTISEMITI ALLA RIBALTA. Secondo il Southern Poverty Law Center attualmente sono operative circa 130 sigle militanti sotto le insegne del Klan. Tra queste, compaiono, per esempio, i Loyal White Knights of the Ku Klux Klan: organizzazione suprematista e antisemita fondata nel 2012, con l’intento dichiarato di «restaurare un’America bianca». Nelle elezioni del 2016 salì alla ribalta un suo esponente, Will Quigg, che in un primo momento diede il suo endorsement a Trump, per poi dichiararsi improvvisamente pronto a votare in favore di Hillary Clinton. Sempre in quest’area si collocano gli Imperial Klans of America (Ika), un’organizzazione paramilitare particolarmente attiva tra il 2008 e il 2010.

  • La mappa sulla diffusione dei gruppi d'odio negli Stati Uniti.

Al Ku Klux Klan è stato in passato affiliato inoltre David Duke: noto per le sue posizioni antisemite e negazioniste, si è candidato nel corso degli anni a un imprecisato numero di cariche istituzionali senza mai venire eletto. Nel 2016 si è infine mostrato incline al messaggio elettorale di Trump, con cui Duke intrattiene ancora oggi rapporti particolarmente ambigui.

TRUMP NON SI SCOMPONE. Una fonte di imbarazzo per il presidente, che tuttavia non ha ancora preso nettamente le distanze da questo personaggio. In passato Duke ha anche gravitato attorno alla National Alliance, un’organizzazione di separatisti bianchi notevolmente attiva (e ricca di donazioni) nei primi Anni 2000.

Un’altra figura discutibile è quella di Richard Spencer: vicinissimo all’universo del suprematismo bianco, è diventato famoso per aver celebrato la vittoria elettorale di Trump con il saluto romano. Nell’occasione definì l’evento come «il trionfo della volontà» (riferimento neppur tanto velato all'omonimo film di propaganda nazista del 1935, diretto da Leni Riefenstahl).

THINK TANK NAZIONALISTI. In particolare Spencer presiede dal 2011 il National Policy Institute: un think tank che sostiene attivamente il nazionalismo bianco e altri temi cari alla alt right. Non è un caso che risulti particolarmente vicino alla rivista Breitbart. Sì, proprio la testata diretta di Steve Bannon.

OPACA PURE LA CASA BIANCA. Ed è qui che torna il problema. Visto il suo passato di liberal newyorchese, è abbastanza improbabile che Trump sia un razzista o che sposi le istanze radicali del suprematismo bianco. Ma il fatto che continui a intrattenere rapporti politici opachi con questi mondi certo non lo aiuta a scrollarsi di dosso le critiche che puntualmente lo colpiscono su questo fronte. In tal senso, la questione del suprematismo è entrata di peso anche in seno alla stessa Casa Bianca.

In particolare, nello staff presidenziale sembrano sempre più fronteggiarsi due ali antitetiche, perennemente pronte a pestarsi i piedi. Da una parte l’ultradestra di Bannon, che sta cercando di restaurare in ogni modo il trumpismo della prima ora. Dall’altra si staglia invece la corrente liberal, guidata da Ivanka Trump, che sta tentando di spostare gli equilibri dell’amministrazione a sinistra.

IVANKA PRENDE LE DISTANZE. È stata proprio Ivanka la prima a condannare esplicitamente il suprematismo bianco su Twitter all’indomani dei fatti di Charlottesville, laddove Bannon ha ostinatamente scelto di mantenere una posizione più ambigua.

Il problema è che Trump sa bene che questi mondi controversi rappresentano una parte del suo serbatoio elettorale. E, per quanto fonti di imbarazzo, il magnate teme evidentemente che una rottura totale con certe galassie possa danneggiarlo politicamente. Si tratta, del resto, di una questione che – al di là di Trump – il Grand Old Party si porta dietro dal 1964: da quando, cioè, l’allora candidato repubblicano Barry Goldwater decise di aprire l’elefantino alle istanze – talvolta segregazioniste – degli Stati meridionali, per aumentare la concorrenza nei confronti del Partito democratico.

QUANTO CONVIENE A THE DONALD? Il problema quindi è annoso. E il presidente deve adesso rapidamente decidere quale strategia seguire. Il punto è capire quanto a Trump convenga continuare a inseguire una quota elettorale radicale e impresentabile. Quanto gli convenga blandire un estremismo settario e fanatico. Quanto gli porti tutto questo in termini di politica, immagine e dignità.