In Afghanistan i talebani sono i mattatori delle Presidenziali

Gli integralisti continuano gli attacchi contro il governo e le forze di sicurezza. Ma premono ai negoziati in Russia e Qatar per il ritiro degli Usa, dimezzando i morti tra i civili. La situazione nel Paese prima delle elezioni.

31 Luglio 2019 06.40
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La campagna per le Presidenziali in Afghanistanposticipate da aprile a luglio, infine al 28 settembre 2019 – è stata battezzata dall’attentato al candidato alla vicepresidenza Amrullah Saleh, con 20 morti e una cinquantina di feriti. Ex ministro dell’Interno ed ex capo dell’intelligence, Saleh, sopravvissuto, figura tra i principali collaboratori del capo di Stato uscente Ashraf Ghani ed è anche il leader del movimento dal basso Green Trend da lui fondato.

COLPO ALLE FRAGILI ISTITUZIONI DI KABUL

Gli attacchi ai candidati non sono una novità in Afghanistan, come dimostrano le decine di morti (10 i candidati uccisi) alle sedi di partito e alle circoscrizioni per le Legislative del 2018. Quello del 28 luglio, durato sei ore, è un altro colpo alle fragili istituzioni di Kabul, considerato anche che da mesi sono in corso negoziati tra i talebani e il governo di Ghani mediati da potenze come Stati Uniti e Russia. Saleh, che con il Green party ha portato migliaia di persone in piazza contro i talebani, non era probabilmente della partita.

Afghanistan Presidenziali 2019 talebani negoziati
Emissari dei talebani con un mediatore di Doha, in Qatar, durante i negoziati per la pace in Afghanistan. Getty.

PIÙ MORTI PER LA NATO CHE CON I TALEBANI

Ma al di là del grosso attentato compiuto con un kamikaze che ha aperto la pista a un commando armato – non rivendicato né dai talebani né dall’Isis, ma perfettamente pianificato a orologeria – il dato più impressionante è la distribuzione dei morti civili in Afghanistan negli attacchi di questo 2019: nella maggioranza (717) per le operazioni della Nato (314) e delle forze armate afgane da loro addestrate (403), piuttosto che in atti terroristici dei talebani, dell’Isis o di altri gruppi jihadisti (531), secondo l’ultimo rapporto dell’Onu. Di chi devono avere più paura i cittadini afgani? E cosa sarebbe stato dell’Afghanistan – e non solo dell’Afghanistan – se i mujaheddin di Osama bin Laden non fossero stati armati dagli americani durante la Guerra fredda? Dopo 17 anni di guerra estenuante, con molta retorica anche il presidente Ghani ha dichiarato di «avere il cuore spezzato anche per i talebani» e di essere il «presidente di tutti gli afgani». Solo i talebani quest’anno sferrano in media quasi un attacco al giorno.

Una vittima su tre del conflitto ha perso la vita durante le battaglie a terra, uno su cinque per le mine, il 14% nei raid

CIVILI UCCISI DAI JIHADISTI: -43%

La situazione resta molto complessa. A luglio ci sono stati diversi attentati nella capitale Kabul (un centinaio i morti da gennaio) e uno a Kandahar. Ma senza incensare i jihadisti, è vero che aperte le trattative con i talebani la loro scia di sangue si è attenuata: da gennaio a giugno del 2019 i morti tra civili negli attacchi sono diminuiti (dopo anni di record di vittime) di un quarto rispetto allo stesso periodo del 2018; e in particolare sono crollati del 43% i civili uccisi dall’insorgenza. Di conseguenza per la prima volta nei rapporti delle Nazioni Unite sull’Afghanistan risultano le forze governative e internazionali a provocare più morti. Il responsabile della missione di assistenza dell’Onu in Afghanistan (Unama) Richard Bennett è convinto che lo stato del Paese possa migliorare anche «riducendo l’intensità dei combattimenti». In proposito una vittima su tre del conflitto ha perso la vita durante le battaglie a terra, uno su cinque per le mine, il 14% nei raid. Circa 14 mila unità Usa restano in Afghanistan a capo della missione della Nato.

I NEGOZIATI DI RUSSI E AMERICANI

I circa 5 mila soldati americani che Donald Trump voleva ritirare dalla missione all’inizio del 2019 sono ancora nella palude, come anche i circa 900 militari italiani schierati tra Herat e Kabul: un loro disimpegno per la Nato resta «prematuro», nonostante si siano intensificati gli approcci politici con i talebani, in cerca di una legittimazione per le Presidenziali. Oltre al negoziati in Qatar, che gli Stati Uniti hanno rispolverato dai tavoli aperti e chiusi negli anni con i talebani – tra il 2012 e il 2013 si tentò anche di dare loro un ufficio politico a Doharicostituito nel 2018 -, nel novembre 2018 sono partite anche delle storiche trattative a Mosca molto pubblicizzate dal Cremlino. Per la prima volta il Movimento talebano si è presentato a una riunione politica ufficiale con i rappresentanti di più Stati, inclusa una delegazione dell’Alto consiglio di pace nominato dal governo di Kabul. Rotto il ghiaccio con i russi e con le «marionette americane» sono stati fatti dei progressi che hanno riaperto il processo di pace.

L’AFGHANISTAN AGLI AFGANI

A Mosca i talebani sono tornati altre volte tra febbraio e giugno, intessendo legami con le ex repubbliche sovietiche confinanti e con la Cina, d’accordo con la Russia che «tutte le forze straniere devono uscire dall’Afghanistan»; si sarebbero anche molto rafforzati i contatti informali con il governo Ghani. Mentre i passi avanti in Qatar sarebbero, a parole, maggiori: tra gennaio e marzo si è steso una bozza per il ritiro degli Usa entro 18 mesi dalla firma e dalla ratifica dell’accordo, rimasto tuttavia aleatorio. Ad aprile è saltato – per il niet di Doha alla delegazione del governo afgano – un nuovo tavolo con i talebani che avevano eccezionalmente incluso delle donne tra gli emissari e per la prima volta accettato di sedere con dei rappresentanti di Kabul. Mentre a giugno hanno discusso con alti emissari del governo, in Qatar «a titolo personale». Il punto, per gli integralisti, è sempre l’Afghanistan agli afgani: cacciare l’Isis come gli americani. Finché resteranno non ci sarà tregua per Ghani e i suoi “avversari”, ex consiglieri, candidati alle Presidenziali.

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