Maxi tangente Eni in Nigeria, Descalzi e Scaroni a processo

20 Dicembre 2017 10.32
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Il gup di Milano, Giuseppina Barbara, ha rinviato a giudizio tutti i 15 imputanti, tra cui Claudio Descalzi e Paolo Scaroni e le società Eni e Shell, per il caso della presunta maxi tangente versata dai due gruppi a pubblici ufficiali e politici nigeriani per lo sfruttamento del giacimento petrolifero Opl 245. Il processo si aprirà il prossimo 5 marzo davanti alla decima sessione penale del tribunale.

UNA TANGENTE DA OLTRE UN MILIARDO. Il giudice Barbara ha così accolto la richiesta di rinvio a giudizio formulata del neo procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e dal pm Sergio Spadaro, titolari delle indagini sulla presunta maxi tangente di 1 un miliardo e 92 milioni di dollari versata per l'acquisizione, nel 2011, del giacimento petrolifero. Quindi, oltre a Descalzi e Scaroni, Eni e Shell, sono stati mandati a processo per corruzione internazionale, anche tre manager del 'Cane a sei zampe', tra cui l'allora capo della divisione Esplorazioni, Roberto Casula, e l'ex dirigente nell'area del Sahara Vincenzo Armanna. E poi tre persone ritenute intermediarie tra cui Luigi Bisignani e Gianfranco Falcioni, uomo d'affari e ai tempi vice console onorario in Nigeria, quattro manager della compagnia petrolifera olandese, tra i quali Malcolm Brinded e anche l'ex ministro nigeriano Dan Etete.

PER I GIUDICI SCARONI DIEDE IL VIA LIBERA. Secondo i pm, come ricostruito negli atti, sarebbe stato l'allora a.d Scaroni a dare «il placet all'intermediazione di Obi» Emeka, presunto intermediario nigeriano delle mazzette (a processo in abbreviato con un altro presunto intermediario Gianluca Di Nardo), «proposta da Bisignani e invitando Descalzi», all'epoca dg della divisione Exploration & Production Eni, «ad adeguarsi». Sia Scaroni che Descalzi poi secondo l'accusa, avrebbero incontrato «il presidente nigeriano Jonathan Goodluck per definire l'affare». Una ricostruzione che le difese, assieme ai loro assistiti, hanno sempre respinto. Ora la parola passa al Tribunale.

ENI: «MASSIMA FIDUCIA IN DESCALZI». Il Cda di Eni «ha confermato la fiducia circa la estraneità di Eni alle condotte corruttive contestate» e ha «confermato la massima fiducia nell'a.d. Claudio Descalzi, sulla sua totale estraneità alle ipotesi di reato contestate e, in generale, sul ruolo di capo azienda». Così una nota del gruppo a seguito della decisione del gup di Milano di rinviare a giudizio Descalzi e Paolo Scaroni per il caso Nigeria: «Eni esprime piena fiducia nella giustizia e nel fatto che il procedimento giudiziario accerterà e confermerà la correttezza e integrità del proprio operato».

«IL CDA PRENDE ATTO DEL RINVIO A GIUDIZIO». «Il Consiglio di Amministrazione di Eni», si legge ancora nella nota «prende atto della decisione del Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Milano che ha disposto il rinvio a giudizio della società, del suo amministratore delegato e di alcuni manager per il reato di corruzione internazionale in relazione alla vicenda dell'acquisizione nel 2011 di una quota nella licenza denominata OPL 245 in Nigeria». Il Cda di Eni ricorda gli «esiti delle verifiche svolte da consulenti indipendenti incaricati di esaminare tutti gli atti e la documentazione depositata a chiusura delle indagini della Procura di Milano nel 2016» e proprio sulla base della valutazione di tali verifiche conferma la «massima fiducia» circa la propria estraneità alle accuse.

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