Perché le ricette economiche dei populisti sono superate

Perché le ricette economiche dei populisti sono superate

26 Settembre 2018 06.00
Like me!

Dopo un lungo periodo in cui l’economia, con le sue metriche e i suoi parametri, ha di fatto guidato la politica, oggi le basi elettorali in tutto l’Occidente stanno chiedendo alla politica di riprendersi la propria primazia e di dettare le regole all’economia senza subirne la tirannia. Abbiamo così riscoperto i dazi e il nazionalismo; la volontà è di mettere queste pulsioni al di sopra di efficienza, competitività e tutti gli altri tipici “mantra” dettati dall’economia, importanti – certo – ma, secondo la vulgata, non primari. La voglia che emerge, più o meno consapevole, è quella di avere più inflazione. Se la competizione sui prezzi, la ricerca di efficienza, di sempre maggiore produttività portano a una restrizione dei salari, allora vada al diavolo l’efficienza, al diavolo la competizione. Chi ha detto che sono dogmi inviolabili? Con l’inflazione tutto viene spinto verso l’alto, magari anche solo nominalmente, ma col beneficio di una società civile pacificata.

L'AUSTERITÀ DOPO LA CRISI PETROLIFERA DEGLI ANNI 70

Questo costrutto apparentemente logico è in realtà un’illusione velleitaria. L’economia non è altro che la risultante della somma di una serie di forze, di pulsioni, di tutti i partecipanti al sistema. Il dato di realtà è che si desidera sempre quello che non si ha e, per dirla con Zygmunt Bauman: «Non esistono guadagni senza perdite, e il sogno di una felicità per il guadagno, depurata del dispiacere per la perdita, è altrettanto vano della proverbiale speranza di un pranzo gratis. I guadagni e le perdite connessi a ognuno dei vari sistemi di convivenza umana vanno accuratamente conteggiati, per tentare di pareggiarli il più felicemente possibile. Ma non è mai esistito, e mai esisterà, un bilancio dove ci sia la voce dell''avere', ma non quella del 'dare'». Basta guardare a quando il problema era inverso, negli Anni 70, e la rabbia sociale era comunque a livelli elevatissimi. La crisi petrolifera scoppiata nel 1973 portò austerità e una lunga recessione, che si esaurì nel 1975, l’inflazione Usa si spinse fino al 13% nel 1980, e oltre il 20% in Italia. Era un vero dramma per risparmiatori e lavoratori salariati: decidere se comprare una casa, quale fosse il valore reale del salario, o considerare di investire in un’attività erano cose molto più complicate, con la variabile dell’instabilità dei prezzi.

LA RICETTA CHOC DI PAUL VOLCKER

L’unico ente che può concretamente fare qualcosa per regolare l’inflazione è la Banca centrale. Oggi sembra che una Banca centrale faccia il suo “dovere” solo quando abbassa i tassi. Lo stesso Mario Draghi, lunedì scorso, ha spiegato che il processo di «normalizzazione» dei tassi (oggi il tasso di sconto è zero e il tasso di deposito è addirittura negativo) dovrà seguire un modello econometrico, manifestando una sorta di timido disagio che non era affatto presente quando annunciava un taglio dei tassi. Nel 1979 per fronteggiare il crescente problema dell’inflazione venne chiamato alla guida della Federal Reserve, la Banca centrale americana, Paul Volcker. Il nuovo presidente annunciò subito che intendeva «migliorare le condizioni a lungo termine. È come sottoporsi a un'operazione», disse. «Non è molto divertente. Ma in certi casi andare sotto i ferri è l’opzione migliore». L’intervento di Volcker non fu affatto chirurgico: portò rapidamente i tassi al 20%. Con tassi di interesse più alti era più costoso prendere in prestito denaro. I consumatori avrebbero speso meno. Le imprese avrebbero investito con più attenzione all’efficienza (rieccola). L'economia si sarebbe raffreddata. L’esatto contrario della dinamica a cui ci siamo abituati negli ultimi 30 anni: riducendo i tassi di interesse, prendere denaro in prestito è più facile e costa meno, così le persone e le aziende spendono e investono di più, e l'inflazione dovrebbe aumentare. La “regola” sarebbe che aumentare i tassi di interesse fa diminuire l'inflazione e viceversa.

DAGLI ANNI 80 IN AVANTI LA RISPOSTA È STATA ABBASSARE I TASSI

Per Volker funzionò molto bene: nel 1983 l'inflazione Usa era già scesa a circa il 3%. Milioni di vite cambiarono in meglio. Questo straordinario strumento a disposizione dei banchieri centrali sembra però non funzionare più come prima. L’inflazione oggi è una chimera, non fa più paura, viene anzi auspicata, ossessionati come siamo dalla stagnazione dei salari, dal tasso di disoccupazione e dalle disuguaglianze. Dagli Anni 80 in avanti, in effetti, i salari riconosciuti ai lavoratori hanno smesso di seguire la dinamica di crescita della produttività. In altre parole la fetta di profitto degli imprenditori e dei detentori di capitale è cresciuta, a danno della fetta dei lavoratori salariati.

​Non è un caso, l’economia risponde a dinamiche interne e pulsioni esterne. Quello che è successo dal 1980 in avanti è che a ogni fase di difficoltà dell’economia la risposta è stata quella di abbassare i tassi. Il modello, basato su una crescita spinta dall’indebitamento, provoca una dipendenza non tanto (non solo) ai tassi bassi, quanto alla riduzione progressiva dei tassi. Ogni volta che la crescita si inceppa, la soluzione più efficace è regolarmente quella di ridurre i tassi (per favorire nuovo indebitamento), infatti i tassi da allora non hanno fatto altro che scendere molto più spesso e più a lungo di quanto non venissero fatti risalire, come si vede molto bene qui con l’andamento dei rendimenti del titolo di Stato Usa decennale:

GLI EFFETTI COLLATERALI DELL'INDEBITAMENTO

L’accumulo di debiti, purtroppo, non è un esercizio privo di effetti collaterali: ha l’effetto di una zavorra che riduce la velocità della crescita, come si può vedere bene qui:

In pratica la storia recente e i dati di cui disponiamo ci dicono che tagliare i tassi fa aumentare il valore degli asset finanziari, arricchendo chi ha del patrimonio e allargando le disuguaglianze. Nel frattempo lo stimolo all’indebitamento rende progressivamente meno efficicace ogni fase di riduzione dei tassi nel rilanciare la crescita. Mentre le disuguaglianze aumentano e la crescita perde velocità, i salari vengono sempre più compressi e la domanda che giunge dal basso è… ridurre i tassi o quantomeno non alzarli! L’efficienza dell’offerta di beni e servizi non è il nemico del popolo, il fatto è che il contesto è radicalmente cambiato: le banche centrali riescono meno di un tempo a far risalire l’inflazione attraverso i tassi perché molto del business si è spostato sul cosiddetto capitale intangibile, cose come brevetti e software. Certamente la ricerca della massima efficienza porta una conseguenza: ogni settore di attività vede i margini di profitto stringersi, con una concentrazione di pochi grandi player che arrivano ad avere posizione dominante o addirittura di monopolio e anziché approfittarne per chiedere prezzi più alti, esponendosi al rischio che un nuovo competitor arrivi a rubare quote di mercato, preferiscono spremere le condizioni salariali ai limiti (se non oltre) la dignità.

IL MODELLO "POPULISTA" È ORMAI SUPERATO

Salari, tassi di interesse, inflazione, prezzi: tutti si influenzano a vicenda, la difficoltà è avere contezza del come. Chiedere, attraverso la politica, che i tassi non salgano, significa anche che non avranno possibilità di dare ulteriore spinta alla crescita scendendo: siamo, in un’ottica di lungo termine, alla fine di un lungo percorso. Non possiamo più contare sull’uso del debito come risorsa per generare benessere. La politica monetaria funziona, ma sempre più lentamente di quanto vorremmo. Con ogni probabilità le attuali spinte politiche "populiste” (siano Trump, la Brexit, o il governo giallo-verde italiano) hanno colto prima e/o meglio di altri che è in atto un cambiamento, interpretandolo però con schemi vecchi. Hanno infatti una cosa che li accomuna: propongono ricette economiche basate su spesa pubblica a debito. Per quello che abbiamo visto poc’anzi, questo modello appartiene al passato più ancora dei loro rivali.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *