Carlo Terzano

Quanto ci penalizza il ritardo infrastrutturale

Quanto ci penalizza il ritardo infrastrutturale

19 Marzo 2019 07.00
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Se l'economia del nostro Paese corre meno rispetto a quelle di altre nazioni europee la colpa è anche della carenza, cronica, di infrastrutture. Mentre il governo si avvita sul destino del Tav e il decreto Sblocca cantieri suscita più di una perplessità per via delle modifiche apportate al Codice degli Appalti (il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, si è detto preoccupato per la norma che ha elevato da 40 mila a 150 mila euro la soglia per l’affidamento diretto di lavori), l'ultimo report della Cgia di Mestre fotografa impietosamente tutti i ritardi strutturali italiani. Il responso è che la nostra economia non va veloce perché resta congestionata nel traffico, deve vedersela con strade dissestate, molte persino mai finite e ha quotidianamente a che fare con servizi ferroviari e portuali meno efficienti rispetto al resto d'Europa. La Cgia non è la sola ad avere mosso rimproveri al sistema italiano. Ma andiamo con ordine.

PER IL MIT IL RITARDO COSTA 40 MILIARDI L'ANNO

È lo stesso ministero delle Infrastrutture, il dicastero oggi guidato da Danilo Toninelli, ad ammettere, in un documento datato 2017 (all'epoca sulla poltrona da ministro sedeva ancora Graziano Delrio), quanto sia elevato il costo, in termini di Pil, delle carenze del Paese: «Il gap di competitività logistica nazionale», si legge, «è quantificabile in un extra-costo nella “bolletta logistica” italiana di circa l’11% in più rispetto alla media europea, corrispondente a quasi 13 miliardi di euro all’anno». «Di questi», avevano calcolato i tecnici del Mit, «solo circa 5 miliardi di euro all’anno sono imputabili a caratteristiche intrinseche del Paese, mentre ben 8 miliardi di euro all’anno sono invece riconducibili ad inefficienze operative o di sistema. In una visione più estesa del perimetro logistico il valore del mercato che l’Italia può puntare a recuperare è di circa 40 miliardi di euro all’anno».

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SACE: 70 MILIARDI DI EXPORT ANDATI IN FUMO

Bacchettate sono arrivate anche da Sace-Simest del Gruppo Cassa depositi e prestiti. Nel Rapporto Export 2018. Keep calm & Made in Italy, infatti, è stato evidenziato che «per raggiungere i mercati che contano e diversificare i rischi è necessario che le dotazioni infrastrutturali riguardanti sia le reti fisiche sia quelle digitali siano adeguate». Inoltre, con riferimento alla nostra situazione rispetto ai Paesi stranieri, «gli indicatori mostrano un ritardo dell’Italia rispetto ai principali concorrenti nei sistemi di trasporto delle merci, un divario in termini di qualità della logistica che ci costa circa 70 miliardi di euro di “export perduto”, export che si potrebbe recuperare se l’Italia colmasse il gap logistico con la Germania». Gli analisti di Sace hanno valutato che, nel periodo intercorso tra il 2013 e il 2017, «le infrastrutture dedicate al trasporto marittimo, che rappresenta il secondo vettore delle esportazioni italiane dopo quello su terra soprattutto verso i mercati extra-Ue, hanno beneficiato soltanto del 2% degli investimenti complessivi in logistica, ben al di sotto dei Paesi che occupano la parte alta della classifica, come la Germania, che investono di più non solo nel settore marittimo, ma anche nelle infrastrutture di supporto a terra». Quindi l'amara conclusione: «Per un’economia che basa più del 30% del proprio Pil sull’export, investire in infrastrutture di trasporto è condizione indispensabile di competitività; eppure gli investimenti infrastrutturali italiani continueranno a crescere, anche in futuro, meno della media dei Paesi avanzati».

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L'UE: «IN ITALIA MERCI E PERSONE BLOCCATE NEL TRAFFICO»

Le merci italiane, destinate al mercato interno o a quello estero, restano congestionate nel traffico, ferme nei porti o sui treni, mentre altrove, valicati i confini, viaggiano spedite, facendo girare l'economia. È per questo che il 13 marzo scorso anche la Commissione europea ha tirato le orecchie all'Italia e non sul Tav, ma sul sistema infrastrutturale nel suo complesso. Nel report Transport in the European Union: Current Trends and Issues, si chiede al governo di intervenire con urgenza, dal momento che, nel 2017, gli italiani hanno trascorso mediamente 38 ore in situazioni di congestionamento, rispetto a una media europea di 30 ore.

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UN RITARDO CHE RIGUARDA ANCHE IL WEB

La situazione non migliora nemmeno guardando alle infrastrutture digitali. Per Sace «il mercato e-commerce italiano, sia B2C che B2B, ha un peso ancora troppo poco rilevante nel mondo (il 4,5% e il 4,6%, rispettivamente) e non riesce a tenere il passo non solo con i colossi cinesi e statunitensi, ma anche con i vicini europei». «Nel “mondo digitale”», veniva suggerito, «lo spazio per il made in Italy è enorme: un approccio all’e-commerce più coraggioso da parte delle imprese italiane potrebbe, nei prossimi anni, dare uno stimolo ulteriore alla già vivace dinamica di crescita del nostro export».

IL GAP CON I COMPETITOR EUROPEI

Secondo il Centro studi dall’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre che nel suo ultimo approfondimento ha elaborato i dati del World Economic Forum, tra i 10 Paesi europei più importanti l’Italia si colloca sempre all’ultimo posto per qualità/efficienza del sistema infrastrutturale. In particolare, inseguiamo i nostri vicini europei per qualità delle strade, efficienza dei servizi ferroviari, efficienza di quelli portuali e copertura della linea Internet veloce. Rispetto alla Germania, nostro principale competitor in campo economico e in fatto di export, l’Italia sconta un gap del 24% per la qualità delle strade, del 40% per l’efficienza dei servizi ferroviari, del 18% per l’efficienza dei servizi portuali e persino del 199% per la copertura della linea internet ultraveloce.

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IL NODO DELLA MESSA IN SICUREZZA DEL TERRITORIO

C'è poi il tema della messa in sicurezza sia del territorio sia degli edifici pubblici e privati. Nel report della Cgia si ricorda infatti che l’88% degli 8 mila Comuni italiani ha almeno un’area classificata a elevato rischio idrogeologico, il 40% circa delle abitazioni di edilizia residenziale pubblica è ubicato in zone ad alto rischio sismico e, su circa 6 mila opere censite (gallerie, ponti, viadotti, e così via), quasi 2 mila necessitano di interventi urgenti. Non solo: il 38% dell’acqua trasportata dal sistema idrico pubblico si perde per strada a causa dell’elevato livello di deterioramento della rete e degli allacci abusivi. Il quadro globale che emerge è che in Italia non si investe né nelle nella creazione di nuove infrastrutture, né nella manutenzione di quelle già esistenti. Un immobilismo amministrativo che ben si riflette, essendone la causa, sull'immobilismo economico.

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