Tea Party all’italiana

Redazione
15/10/2010

di Ulisse Spinnato Vega Niente liste o candidati alle prossime amministrative, nessuna velleità strettamente politica. Per adesso. Ma nemmeno la...

Tea Party all’italiana

di Ulisse Spinnato Vega

Niente liste o candidati alle prossime amministrative, nessuna velleità strettamente politica. Per adesso. Ma nemmeno la disponibilità a farsi divorare, inglobare da qualcuno dei grandi partiti nazionali. Berlusconi? Fini? No, niente casacche. Conservatori sì, ma a modo loro.
Il Tea Party Italia nasce sei mesi fa. Dal basso, dai giovani e con il grande aiuto di internet, proprio come i “patrioti del ricevimento del tè” negli Stati Uniti. Dai “fratelli maggiori” americani ha mutuato la fede incondizionata per il liberalismo puro che si fa liberismo senza lacci e lacciuoli in economia. Più individualismo, meno tasse e meno stato. Molta responsabilità personale e poco welfare.

Liberalismo estremo

«Sì, sono queste le nostre stelle polari», ha detto a Lettera43 il coordinatore del movimento David Mazzerelli, 28 anni, tecnico pubblicitario di Prato «abbiamo già formato dei gruppi in nove regioni italiane, dalla Lombardia alla Sicilia. E presto ci ramificheremo ulteriormente».
L’idea di una costituente per un salto di qualità ancora sembra impraticabile, ma il giovane animatore del Tea Party italiano ha messo subito in chiaro gli obiettivi: «Vogliamo stimolare un dibattito culturale e far conoscere un pensiero alternativo che esiste e che punta a superare i vecchi steccati ideologici. Le nostre sono idee di buon senso e chiunque può condividerle».
I riferimenti alla cultura ultra-liberista americana si sprecano. E anche il lessico si carica di anglicismi. I friends of freedom italiani sono contro il big government come i loro omologhi d’Oltreoceano e lottano per issues in cui credono profondamente. Negli States, la missione è contrastare Obama e condizionare l’establishment del Partito repubblicano con i propri candidati alle elezioni di midterm del 2 novembre. Qui da noi, invece, i liberali autentici sono merce rara, il governo Berlusconi non ha smontato lobby e rendite di posizione mentre Tremonti fa addirittura l’elogio del posto fisso.

«Non ci faremo imbrigliare»

Dunque, il compito per il Tea Party si presenta ancora più difficile. «In Italia e in Europa il singolo ha un rapporto diverso con lo Stato.», è stata la riflessione di Mazzerelli, «Qui è nato il concetto di welfare, quindi la nostra battaglia per la libertà economica diventa più improba. Inoltre, il Pdl ha perso la vecchia vocazione liberale che aveva Forza Italia».
A sinistra ci sono il Popolo viola e il movimento di Grillo, a destra invece manca un forte fenomeno di opinione che parta dal basso e dalla rete. «Ma noi non vogliamo imitare nessuno. Nemmeno nei metodi», ha chiarito il giovane coordinatore, «Non facciamo copia-incolla neanche delle cose che dice il Tea Party americano».
Indiscrezioni di stampa sostengono che il presidente del Consiglio in persona sarebbe molto interessato al fenomeno che ha sparigliato l’ingessato bipolarismo a stelle e strisce. E che starebbe coltivando il desiderio di creare qualcosa di simile in Italia per rivitalizzare l’azione e l’immagine del suo partito.
«Non ci faremo mettere le briglie da nessuno», ha dichiarato sorridendo, «Certo, siamo inclusivi e aperti a chiunque voglia appoggiarci e condividere i nostri valori. Però, niente casacche.», ha aggiunto il coordinatore, «D’altronde è ridicolo che un governo o un partito di governo cerchino di superare una crisi di immagine creando un fenomeno di protesta. Che fanno, protestano contro loro stessi? Negli Usa il Tea Party non è sorto dal Partito repubblicano, ma, anzi, contro la nomenclatura conservatrice».
Guarda caso, al primo evento nazionale organizzato dal movimento il 10 ottobre a Milano, era presente Antonio Martino (leggi l’intervista a Lettera43), ex ministro e storico volto liberale della vecchia Forza Italia poi caduto in disgrazia con la metamorfosi del partito del premier. «A noi non piace nemmeno questo Tremonti che predica il capitalismo compassionevole», ha concluso Mazzerelli, «lo preferivamo quando scriveva “Stato criminogeno” e se la prendeva con le tasse».