Tre riflessioni sul futuro tecnologico e sul sensazionalismo intorno all’Intelligenza artificiale

Giorgio Triani
07/01/2024

Nel 2024 fuggiremo in massa dai social? Balle: sta aumentando il tempo che gli utenti passano in Rete, informandosi su quei canali. L'IA non ci distruggerà la vita, anzi: gli umani avranno sempre il vantaggio competitivo della creatività e saranno più importanti gli incontri dal vivo. Infine non è vero che scrivendo con carta e penna si impara di più: diffondiamo i supporti digitali a scuola.

Tre riflessioni sul futuro tecnologico e sul sensazionalismo intorno all’Intelligenza artificiale

Il 2024 potrebbe essere l’anno dell’abbandono dei social, della fuga in massa da Facebook & Co. Questa è la previsione del politologo Alessandro Campi su Il Messaggero, il giorno dopo che il quotidiano della Capitale aveva dato notizia in prima pagina dell’aggressione di un robot al suo controllore. Ma detto che questa mirabolante notizia, peraltro “sparata” da tutti i giornali, radio e tivù, si riferiva a un episodio del 2021 – cioè quasi tre anni fa! -, si può tornare alla previsione del politologo. Che ha tutta l’aria di una predizione, di una speranza. Dunque di una personale opinione, che si può condividere, visto che i social sono diventati luoghi dove fogna e gogna si scambiano spesso le funzioni d’uso. Tuttavia è escluso che i social network da tempo diventati social media possano perdere fascino e attrattiva. I dati Audiweb più recenti infatti certificano l’aumento degli utenti e del tempo passato in Rete, della tendenza a informarsi sui canali social.

Tre riflessioni sul futuro tecnologico e sul sensazionalismo intorno all'Intelligenza artificiale
Il logo di ChatGPT, l’applicazione di Intelligenza artificiale (Getty).

Sull’IA narrazione strabordante e incline al sensazionalismo

Sicuramente le trasformazioni, anche con tratti inediti e legati alle applicazioni di Intelligenza artificiale, saranno numerose e riguarderanno tutti i principali social. Ma più che fughe assisteremo a riposizionamenti dell’«opinionismo diffuso» sui diversi canali, anche in termini di “come e dove lo dico”. Discontinuità, velocità e salti tecnologici sono e saranno sempre più caratteristiche di processi che investiranno l’intera nostra vita quotidiana. Con l’IA, ovviamente, al centro di una narrazione mediatica strabordante e perciò incline al sensazionalismo. Prova è che del robot che ha aggredito il suo controllore ne hanno parlato tutti i giornali, appunto, mentre quasi nessuno discute della rapidissima ascesa di Ernie, il bot di Baidu, concorrente cinese di Chat Gpt di Open AI, che, lanciato ad agosto, ha già raggiunto i 100 milioni di utenti.

L’Intelligenza artificiale ha le caratteristiche di una bolla tecnologica?

È in questo contesto che voglio segnalarvi tre riflessioni, su temi diversi del web 3.0, che meritano assolutamente di essere considerate. La prima è di Cory Doctorow, giornalista, scrittore e critico spietato del web e delle piattaforme. Autore fra gli altri, insieme con Rebecca Giblin, di Chokepoint Capitalism: How Big Tech and Big Content Captured Creative Labor Markets and How We’ll Win Them Back, ora punta il dito contro l’IA. Con una previsione che lascia a bocca aperta. Doctorow sostiene infatti che l’intelligenza artificiale – lo ha scritto sulla rivista di fantascienza Locus – «ha tutte le caratteristiche di una classica bolla tecnologica».

Tre riflessioni sul futuro tecnologico e sul sensazionalismo intorno all'Intelligenza artificiale
Il giornalista Cory Doctorow (Getty).

Persone motivate a imparare cose come l’analisi statistica su larga scala

Qualcosa di molto simile alla crisi delle dotcom dei primi Anni 2000, quando le aziende della Silicon Valley iniziarono a cadere come mosche con il progressivo esaurimento del capitale di rischio. È un parallelo suggestivo considerato che le aspettative sull’IA sono esagerate, forse poco realistiche. Tuttavia, come osserva Futurism, affermare che il mare di promesse dell’IA si rivelerà «una pozzanghera» non impedisce a Doctorow di riconoscere che la bolla dell’intelligenza artificiale ha motivato le persone a imparare cose come «l’analisi statistica su larga scala e come gestire grandi quantità di dati», che costituiscono un know-how tecnico che potrebbe essere utilizzato per «risolvere problemi reali» (in campo medico soprattutto).

Tre raccomandazioni condivisibili per un po’ di sano realismo tech

Questo esercizio di realismo tecnologico, che evita sia i discorsi da fine dell’umanità sia gli annunci di una prossima età dell’oro (sta girando in Rete in questi giorni il programma del movimento del paradismo), trova un eccellente riscontro nell’intervista di Silvia Zanella con Carl Benedikt Frey. Il professore di “AI & work” all’Università di Oxford, noto al pubblico specialista e autore di La trappola della tecnologia (FrancoAngeli), ci rivolge tre raccomandazioni, che personalmente trovo molto condivisibili:

  1. L’intelligenza artificiale è ciò che gli economisti chiamano una tecnologia multiuso. «Credo che il parallelismo più calzante sia con l’elettricità, che non ha solo trasformato il modo in cui lavoriamo, ma anche come viviamo… come l’elettricità e i computer, l’IA, con ogni probabilità, trasformerà anche come approcciamo la scienza».
  2. L’IA e la robotica mobile consentiranno ai computer di svolgere la maggior parte dei compiti, «ma gli umani continueranno ad avere il vantaggio competitivo in tre ambiti principali: creatività, interazioni sociali complesse e interazione con ambienti non strutturati (per esempio, la propria casa»).
  3. Nell’era dell’IA generativa, una macchina potrebbe scrivere lettere d’amore. «Tuttavia, se GPT-4 scrive lettere d’amore per te, i tuoi appuntamenti dal vivo diventano ancora più importanti. Più si sviluppano le interazioni sociali virtuali, più forte sarà il desiderio di interazioni live, faccia a faccia. E ciò sarà vero anche per il lavoro. Dove la sua virtualizzazione renderà il contatto diretto con il cliente sempre più necessario».

Ma quali carta e penna: non vanno demonizzati i device elettronici

L’invito a uscire da schemi e idee preconcette viene da una acuta e originale riflessione di Tiziana Metitieri, neuropsicologa e divulgatrice scientifica. È vero – si chiede – che scrivendo con carta e penna si impara di più? È fondata la convinzione che scrivere sui device elettronici ci renda meno capaci di pensare ed elaborare testi complessi? La risposta è no. Perché, si usi la penna o la tastiera, è sempre con le mani che si scrive, e come ha chiarito Anne Trubeck in The History and Uncertain Future of Handwriting (2016), «non esiste alcuna scienza che dimostri che la scrittura a mano rende gli studenti e le studentesse più intelligenti».

Tre riflessioni sul futuro tecnologico e sul sensazionalismo intorno all'Intelligenza artificiale
I device elettronici non limitano l’apprendimento o la creatività, nemmeno a scuola (Getty).

Insegniamo alle elementari a scrivere con i supporti digitali

In breve, anziché tornare al “penna e calamaio” sarebbe meglio – spiega Metitieri – che nelle scuole italiane si cominciasse a insegnare sin dalla prima elementare a scrivere con i supporti digitali. Del resto è improbabile che vietando l’uso di smartphone, le app di IA e l’accesso a Google in classe i giovanissimi tornerebbero, d’incanto, a scrivere e pensare bene. Visto che tutti i tecno-divieti sono vent’anni che falliscono. Ma soprattutto perché è pensando male che diventa comprensibile l’allarmismo nei confronti della scrittura digitale.

Eppure il ministro Valditara e un ex Forza Italia vanno in direzione opposta…

“Scuola digitale? Il valore imprescindibile di carta e penna”, tenutosi a luglio 2023 in Senato alla presenza del ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, è stato infatti «fortemente voluto e supportato da Federazione carta grafica»; e organizzato dall’ex senatore di Forza Italia, nonché ex direttore del Resto del Carlino, Andrea Cangini, già autore di un saggio da esercito della salvezza: CocaWeb. Una generazione da salvare.