Tecnologia in scadenza

Giorgio Triani
25/01/2011

I prodotti che spariranno nel 2011. E quelli da salvare.

Quali prodotti spariranno nel corso di quest’anno? Che cosa smetteremo di usare o comperare nel 2011? Dall’anno scorso, allo scoccare di un decennio (2000-2010) che ha rivoluzionato la nostra vita quotidiana e non solo la geopolitica planetaria, il conto delle vittime di uno sviluppo ipertecnologico è diventato (sentimentalmente) tragico.
Perché molte cose che pensavamo “per sempre” ( dal matrimonio al posto fisso, dallo stereo alla cabina telefonica) un bel giorno, più o meno annunciato, hanno cominciato a sparire. Anche se  in numerosi casi non ce ne siamo quasi accorti. Oppure abbiamo realizzato che potevano farne benissimo a meno.
CHIAVI D’ALBERGO, FAX E VIDEOREGISTRATORE. Un “elenco dei morti” molto divertente l’ha composto James Gulliver Hancock in  Obsolete: An Encyclopedia of once-common Things passing us by (Fuorimoda: un’enciclopedia di oggetti comuni in via di scomparsa). Anche perché nella chilometrica lista di cose inabissate, mode morte e  tecnologie sorpassate c’è di tutto e di più: gettoni e segreterie telefoniche, l’autostop, i francobolli e le chiavi d’albergo, il fax e il videoregistratore.

Le cose che non vedremo più

Ma a suggellare autorevolmente la moda di compilare play list o top ten degli oggetti smarriti, che ultimamente s’è diffusa, ha provveduto prima il  Wall Street Journal, anticipando, all’inizio dell’anno scorso, “ le 10 cose che non vedremo più nel  2010”. Poi l’Huffington Post che a dicembre 2010 ha stilato “la classifica delle idee e delle cose più obsolete nel primo decennio del terzo millennio”.
Due articoli che, fondamentalmente, ci hanno detto che il vorticoso turnover merceologico in corso è figlio della velocità con cui la tecnologia genera innovazione continua e dall’ipercompetizione (o killer competion) che risulta dall’affollarsi dei competitori su ogni mercato, anche quelli di nicchia.
«Questo Natale abbiamo comperato in massa iPad e smartphone, dispositivi Android e BluRay, che solo tre anni fa non esistevano», ha scritto l’autorevole sito giornalistico americano, osservando anche che «stiamo ora scoprendo Twitter e usiamo regolarmente Google e Skype, mentre sono sparite le pellicole fotografiche e anche l’abilità di ricordare fagocitata da Google».
LA MORTE DI CD, DVD E ABBONAMENTI AI GIORNALI. Delle morti merceologiche annunciate invece dal Wsj (dai Cd e Dvd agli abbonamenti postali ai giornali) merita di essere sottolineata quella del videonoleggio, visto che Blockbuster, il colosso mondiale del videonoleggio che solo qualche anno fa era un modello vincente di business planetario, a ottobre 2010 è stato dichiarato tecnicamente fallito.
Ossia ciò che è già accaduto alle Major discografiche, distrutte dal peer to peer, e che sta accadendo ai grandi tour operator, ma anche alle piccole agenzie, attaccati dal “fai-da-te” turistico su internet (che cresce del 20-30% annuo). E ancor più dall’esasperazione di tutti i fattori competitivi alimentata dal web.

La rivoluzione web, tutti fanno tutto

Di killer competition si cominciò infatti a parlare nel decennio 90, quando cominciò la guerra (commerciale) di tutti contro tutti. Una guerra segnata dall’aumento esponenziale dei prodotti (dal 2004 la media di crescita annuale europea è di oltre 30 mila “nuovi prodotti”) e dalla rapidità con cui sono cambiati e cambiano modalità di vendita e canali distributivi. Tanto che, per stare alle cronache recenti, non si fa in tempo a stupirsi dell’annuncio di sportelli bancari anche al supermercato, che si “scopre”  che Poste Italiane vende anche viaggi a Lourdes e la Coop carte telefoniche.
COMPETIZIONE ASIMMETRICA. Ma a incrementare esponenzialmente e in modo devastante queste “competizioni asimmetriche” è stato, appunto, il web, particolarmente nei settori dei media e dei prodotti tecnologici. Con giornali, tv, società telefoniche, produttori di Pc e internet company che non competono più con i rispettivi omologhi. Ma tutti contro tutti, come nei casi di Apple, che ha presentato Ping per fare concorrenza a Twitter, o di Microsoft, che aveva lanciato Bing per attaccare Google. Mentre chi produceva telefonini (Nokia) ora vende anche servizi e sistemi operativi e non c’è “telecom” europea che non abbia aperto il suo “store”.

Per provare tutti i prodotti servirebbero 820 anni

Uno degli esiti (mortali) di questa crescita esponenziale dell’offerta è un consumatore sempre più incapace di scegliere (per provare tutti i prodotti in commercio al cittadino di una media città europea servirebbero 820 anni). Nel contempo, soprattutto per le nuove generazioni, l’atto d’acquisto è diventato un download. Per un 20-30 enne comperare significa perlopiù “scaricare”. Meglio se gratis.
Ma che “scaricare” sia diventata parola chiave d’ogni strategia di vendita lo si vede dalla varietà di prodotti acquistabili su internet. Ormai a tutti gli effetti un nuovo canale di vendita. Visto che dal banner pubblicitario, con un click, si può passare all’acquisto: prenotare un drive test, sottoscrivere un prodotto finanziario, imbarcarsi su un traghetto, comprare un vestito o le scarpette personalizzate.
LE PROSSIME VITTIME. Forse è esagerato affermare che «nei prossimi cinque anni chi non sarà attivamente presente sul web scomparirà», secondo l’opinione di  Dan Abrams, astro nascente della Tv business Usa. Però non passa giorno che non si faccia l’inventario delle prossime vittime: dalle “Pagine Gialle” alle enciclopedie, se non passeranno al web, magari in via esclusiva, come ha annunciato l’Oxford Dictionary, a differenza della nostra Treccani che resta a metà del guado; dagli orologi da polso, fagocitati dai gadget digitali che offrono molto di più del semplice orario, alle carte e cartine geografiche, cancellate prima dai navigatori e poi dalle maps di Google e Nokia. Col risultato, per stare in ambito domestico, che la geografia sta scomparendo dai programmi scolastici e la De Agostini ha cessato di essere un “Istituto Geografico”.

Appello ai lettori di Lettera43.it: che cosa salvereste?

È con questa consapevolezza che si può concludere aprendo una sorta di “Giudizio universale” fra i lettori di Lettera43.it. Quali oggetti, prodotti ma anche marche e perfino abitudini consolidate, a rischio di scomparsa, sono da salvare e portare su un’ideale Arca di Noè?
Da parte mia mi limiterò a segnalarvi che c’è già chi azzarda la fine di tutto ciò che è fisso e con fili (a partire dallo stesso desktop, nel 2013) e perfino delle biblioteche per effetto di “googolizzazione”.
A RISCHIO EMAIL, IPOD E ISTITUTI DI RICERCA. Altri invece che azzardano la quasi scomparsa delle email, inglobate nella funzione messaggistica dai social media come Facebook, e dei lettori musicali, inghiottiti dagli smartphone. Altri ancora, per dire della varietà di prede e vittime potenziali da parte delle “imprese internet”, che puntano il dito sulle società demoscopiche e gli istituti di ricerca che fanno sondaggi e report sui consumatori. Perché le analitcs di Google, ma anche di Facebook e Twitter, che offrono la tracciabilità quasi istantanea degli utenti, al pari dei trend delle parole/prodotti più cliccati offerti dai principali website, sono una miniera di dati. Grezzi, ma quasi in tempo reale. E soprattutto gratis. Per i vari Istat, Censis, Doxa, Nielsen, Ispo il count down, forse, è già partito.